C’è una sensazione di interezza quando si arriva all’ultima pagina del romanzo di Nicoletta Verna, I giorni di Vetro. Si percepisce che nel tempo della lettura la nostra mente è stata positivamente ostaggio di luoghi, vicende, personaggi e trame. Certo, è il miracolo della lettura (o della scrittura), direte. Ma ogni volta è sorprendente come nelle pieghe di una storia raccontata da altri possiamo riconoscere parti di noi. A volte addirittura un noi collettivo, se elaborato dando il giusto spazio al peso della storia.
Questo romanzo è ambientato in un luogo, la Romagna, più precisamente Castrocaro, e in un tempo, quello dei primi decenni del secolo che ha visto la nascita e l’ascesa del fascismo, l’irrompere della guerra, i momenti speranzosi e ugualmente duri della Resistenza. La scrittrice sceglie due donne come voci narranti e protagoniste principali, Redenta e Iris. Proprio in quegli anni la guerra cambia faccia rispetto al passato. Non avviene più solo al fronte, ma coinvolge le città che vengono bombardate (il primo esperimento in tal senso avvenne a Guernica in Spagna nel ‘36), e quindi nessuno è più al riparo, men che meno le popolazioni civili, che da quel momento in poi (e tuttora) hanno pochi modi per sottrarsi alla morte che cade dall’alto.

Nella vicenda del fascismo, Castrocaro e la Romagna non sono affatto marginali. Mussolini nasce a Predappio, a una manciata di chilometri da lì e proprio a Castrocaro si svolge l’incontro in cui nasce la Repubblica di Salò, e da quelle parti ci saranno stragi di una violenza inaudita da parte dei fascisti. Già, la violenza. L’autrice sceglie proprio la violenza come tratto fondante del fascismo, come aspetto imprescindibile per capirne la sostanza e la sparge nella storia che racconta in tutte le sue forme possibili, da quella squadrista, politica, a quella privata che principalmente le donne subiscono anche in casa, a quella indicibile inferta alle popolazioni d’Etiopia in particolare, nascosta come la polvere sotto il tappeto ancora adesso, a quella psicologica che limita la libertà di pensiero e parola. Ma l’autrice fa i conti anche con il grado di violenza necessario nelle fila della Resistenza, per opporsi a questi orrori, raccontandone il travaglio e chiedendosi qual è il limite entro cui contenerlo, in nome di un ideale di libertà e giustizia e di un sentire umano. In più passaggi si percepisce il crocevia delle scelte, il racconto del coraggio di diventare partigiani, mettendo a rischio la vita senza mezze misure. Così come la scelta di essere il male e perpetrarlo sbandierando ipocritamente fragili e rovinosi ideali.

Ci sono molte donne tra le protagoniste, prive di qualsiasi diritto, sottomesse, abusate, sfruttate (questo era il fascismo). La camicia nera, comandante in carica a Castrocaro, uno dei protagonisti principali della storia, è il prototipo del male assoluto, è lo sguardo nell’abisso, dove non si intravede un limite al peggio, contrapposto all’animo tenace e caritatevole di Redenta, venuta al mondo a dispetto di tutti, (proprio nel giorno dell’omicidio Matteotti), figlia di povertà e credenze popolari, menomata da una malattia che la rende zoppa, a cui viene affibbiata l’etichetta della scarogna sin dalla nascita. Nicoletta Verna sa costruire le storie, rafforzando le vicende quotidiane dal soffio potente della storia di quegli anni, raccontando i segni eterni che quel male lascia sulla pelle e nell’animo. Non è soltanto un racconto della Resistenza alla Fenoglio, Tobino o Silone, e nemmeno uno sguardo dall’alto degli alberi alla Calvino, ma è più un prendersi carico quasi in prima persona del dolore violento di quelle vicende per provare a renderle universali e in questo anche attuali pensando per un attimo che se quella guerra è finita, tante altre sono in pieno e crudele svolgimento.
La scrittura della Verna si fa dialetto quando serve, per dare maggiore vigore a dialoghi o descrizioni, e nel suo mutare calza perfettamente a secondo dei personaggi che incontra. I proverbi, i modi di dire, talvolta le imprecazioni ne descrivono il tratto psicologico istantaneamente.
È una marcia verso la salvezza, dalla morte, dalla guerra, dalla sofferenza, dalla povertà, alla cui testa si ritrovano quelli (in questo caso sarebbe meglio dire quelle) che apparentemente sembrano più deboli e destinati a capitolare più in fretta. La trama ha un ritmo incalzante che cresce con l’intrecciarsi delle vicende, serbando repentini colpi di scena, fino all’ultima pagina. La nitidezza della narrazione rende i personaggi in carne ed ossa sembra di vederli esattamente nelle loro fattezze, e in quei luoghi pare di camminarci, dalle strade di Castrocaro abbellite dall’arrivo delle Terme e dunque dei turisti, specie gerarchi fascisti, agli echi della vicina Forlì, fino ai monti su cui si nasconde la banda partigiana capeggiata da Diaz e Iris, sempre pronta a progettare incursioni nel centro abitato contro le camicie nere, fino alla descrizione del rifugio antiaereo, che per la prima volta la guerra imponeva nelle città, in cui trovano riparo e condividono stanzoni sotterranei tanti anziani e bambini, insieme alle donne e ai pochi ragazzi che non sono né al fronte né in clandestinità nei boschi. Nicoletta Verna racconta qualcosa di cui sappiamo, di cui abbiamo traccia nella memoria, ma ha il merito di ricordarcelo, perché col tempo le guerre passate con annesse le lotte per conquistarsi la libertà, rischiano di essere relegate a freddo fatto storico, invece queste pagine ci ricordano tutto l’orrore che si deve attraversare per venirne fuori. Se si riesce, perché, come dice la Verna, la guerra “ ha ammazzato tutti, anche i vivi”.