“La vita è un’isola circondata dal buio, da un grande buio, e ne buio accadono fatti al di là della noistra comprensione.”
Il grande buio di Enrico Macioci, edito da Neo edizioni, è una raccolta di racconti che trova cittadinanza in quella zona poco illuminata che definiremmo “spaventosa”. Lo spavento, la paura è il sentimento che tiene in allerta l’essere umano, non è un sentimento da combattere a tutti i costi, è in qualche modo un modo per sopravvivere contro le brutture e le pericolosità del mondo.
Al contrario dello spirito di autoconservazione umana, la letteratura è proprio l’istinto di dirigersi in quelle zone pericolose, in quelle zone buie, dove si annidano i nostri peggiori istinti, le nostre più recondite paure e i timori e le pulsioni inconfessabili. In una civile convivenza, infatti, l’essere umano spesso reprime la parte più istintuale della propria personalità. I personaggi dei racconti de Il grande buio invece sembrano accogliere quelle pulsioni e alimentarle con le loro azioni.
“Ogni giorno finisce, anche il più brutto. Anche il male prima o poi finisce; oppure no? Oppure il male è l’unica cosa che non finisce mai?”
Una normale riunione di condominio, in apertura di libro, si trasforma nella scena finale di un film horror; una donna racconta del suo essere madre e il ricordo riconduce a un omicidio; marito e moglie fanno una innocua passeggiata in montagna e si trovano ad avere a che fare con un uomo spietato; una coppia di ospiti convive con un odore mortifero mentre il padrone di casa sparisce alla ricerca della propria compagna; un uomo è svegliato nel bel mezzo di una notte estiva, in strada qualcuno sta giocando a tennis, il rimbalzo della pallina è il torbido richiamo verso l’ignoto. Quell’ignoto ha un nome, è il grande buio del titolo. È una sorta di richiamo delle sirene verso l’ignoto, verso il cratere che ognuno di noi si porta dentro, quel luogo mefitico dove teniamo le nostre pulsioni più violente e oscure.
Un personaggio, L’ispettore Gobbi, tra quelli presenti nel libro, si fa notare più di altri. Non foss’altro perché rappresenta il trait d’union tra più racconti (Il caso di Lara, Estate indiana e Il grande buio). In lui ho rivisto l’ispettore de L’uomo della domenica interpretato da Mastroianni nel film del 1975, una persona che col passare degli anni è scesa a patti con l’inspiegabile natura umana e per transitività con l’impossibilità di sciogliere alcuni nodi e di far luce su alcuni misteri, specialmente quelli dell’animo umano.
“Mi sono fatto l’idea che Mario Regola si un uomo timido, sensibile e piuttosto infelice. Del resto tutti gli scrittori sono spesso infelici, altrimenti non scriverebbero.”
In questi racconti Macioci non ha paura di sospendere la realtà fondendola con una sorta di mondo altro, un universo che si sovrappone a quello reale mettendo in controluce gli animi umani come al metal detector, in questo modo, con questa nuova lente sono visibili tutti gli spiriti che aleggiano sulle nostre teste e nelle viscere più profonde dei nostri animi. La letteratura è la cartina al tornasole dei nostri pensieri. Ho ripensato a Viscere, di Amalia Gray, raccolta di racconti pubblicata da Pidgin in cui in modo simile reale e irreale si fondono per descrivere la vita come è impossibile fare restando solo nel territorio del conosciuto.