Il concorso è l’ultimo libro di Sara Mesa, uscito per La Nuova Frontiera nella traduzione di Elisa Tramontin. Il libro ci porta nella vita di una ragazza neolaureata alle prese col suo primo contratto a tempo determinato nella pubblica amministrazione. Il concorso è il quarto romanzo pubblicato nel nostro paese dopo Cicatrice (2017), Un amore (2021) – finalista al Premio Strega Europeo – , e La famiglia (2024).
C’è un tema di cui si parla da sempre nella letteratura ma che sembra occupare poco spazio, o meglio, sembra aver ripreso vigore in special modo da quando c’è stata la pandemia: quello del mondo del lavoro e in particolare del lavoro salariato come piccoli ingranaggi di una macchina burocratica. Da “La morte in banca” di Giuseppe Pontiggia, passando per le avventure libresche che hanno dato vita al primo tragico Fantozzi, fino a serie tv acclamate come Severance, l’alienazione data dal posto di lavoro chiusi in un box a espletare piccole mansioni che non si capisce come si possano collocare in un insensato ingranaggio più grande di noi è probabilmente il nodo centrale della narrativa successiva alle ultime rivoluzioni industriali.
“Il mondo esterno si sfocava, scompariva, mentre lì dentro tutti si affinava, diventava più nitido e acquistava una miriade di sfumature che io ero ormai in grado di distinguere come un’esperta. Pensai: mi sono quasi trasformata in una dipendente pubblica”

Il concorso di Sara Mesa è esattamente inserito in questo filone, ci porta infatti a seguire lo straniamento che prova una persona non avvezza alle rigide consuetudini normative e gergali di chi si è ormai assuefatto al mondo del lavoro d’ufficio. Un tema che, se si eccettuano i grandi vettori attuali come l’ambientalismo e le guerre, in un’epoca di post-lavoro è quello che più parla al cuore dell’individuo. In anni in cui l’intelligenza artificiale potrebbe soppiantare gran parte dei lavoratori delle burocrazie mondiali, in epoche in cui basterebbe un terzo del tempo/lavoro per fare esattamente le stesse cose che si fanno in una intera giornata, ancora le amministrazioni sono riempite di regole che combattono lo smart-working e inchiodano gli individui alle loro scrivanie polverose per intere esistenze.
Si può declinare questa visione in molti modi, più o meno aggressivi. L’alter ego della scrittrice spagnola che con lei condivide il nome di battesimo sceglie di spogliare questo grande Re un indumento alla volta fino a farlo trovare nudo davanti agli occhi del lettore. Pagina dopo pagina accompagniamo Sara, che ha la erre moscia e che quindi tutti chiamano Sava, in un labirinto fatto di burocrazia insulsa e di piccoli compartimenti stagni dell’esistenza. Ci si scinde tra fuori e dentro, come i protagonisti di Severance, appunto. Si può amare la poesia fuori, ma dentro seguire le circolari come fossero pagine del nuovo testamento.
Si può vedere in un Concorso la chiave d’accesso all’Eldorado, quello di un futuro fatto di un posto fisso con annessi e connessi. Inutile provare a dare un senso alle proprie giornate, perché il senso non c’è. Sara vive la contraddizione che tutti noi conosciamo: da una parte la necessità di soddisfare i propri bisogni materiali, alcuni nati solo dopo aver cominciato a percepire lo stipendio, e dall’altra quella di arrivare a fine giornata senza avere il retrogusto amaro di chi sente di star gettando via il proprio tempo di vita a fondo perduto.
Il senso, se proprio lo si vuol trovare anche nelle stanze di un ministero o di un ufficio qualunque, è dato dal rapporto con le persone, uniche boe in un mare fatto di correnti soporifere. Così ci si aggrappa di volta in volta, pagina dopo pagina, a rapporti che sembrano squarciare il velo di noia e che poi si rivelano, tutti, irrimediabilmente fallaci.
Nel libro sulla sua esperienza da impiegato bancario Pontiggia faceva dire al suo protagonista “la morte era piuttosto la rinuncia a un approfondimento ulteriore, vero, della vita, la banalità, la convenzionalità dei giudizi, delle interpretazioni, la rassegnazione alla mediocrità intellettuale. Oggi per altro molto diffuso” – parole che sembriamo scorgere tra le righe dei pensieri della nostra protagonista, forgiata da Sara Mesa, con la dolcezza di una pittrice che sa comporre una figura senza sferzate di pennello, ma con la pazienza certosina di chi costruisce una piramide un tassello alla volta.
Il concorso è come un bivio davanti al quale l’individuo si trova a fare i conti con le diverse anime che compongono la sua esistenza, starà a ognuno di noi empatizzare o meno con le scelte e i comportamenti dei protagonisti del romanzo. Come i protagonisti del libro anche i lettori sono composti della stessa materia ambivalente, e a ogni pagina sapranno sentire risuonare gli echi profondi che agitano i pensieri di ogni lavoratore che popola questo tardo capitalismo in macerie.