“La verità è che non ero cinico per natura; solo per ribellione. Avevo abbandonato quello che odiavo, ma non avevo trovato un posto da amare, e così fingevo che non se ne potesse amare nessuno”
Il Mago di John Fowles è stato pubblicato per la prima volta nel 1965 e a più riprese rieditato dall’autore negli anni successivi. Nel 2025 viene pubblicato per la prima volta nel nostro paese nella versione del 1977, da Safarà editore con la traduzione di Gioia Zannino Angiolillo e Lucrezia Pei che ne cura anche l’edizione con Pasquale Donnarumma.
Siamo all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, il protagonista Nicholas Urfe fresco di studi Oxfordiani, percepisce attorno alla sua gola il cappio sempre più stringente di una vita ordinaria, già prestabilita su binari predeterminati. Proprio questo prurito vitale, insieme alla prematura perdita dei genitori darà la scintilla necessaria a un cambiamento totale di prospettiva nella sua esistenza. Il viaggio dell’eroe, nella nostra narrazione volge verso l’Ellade dove Nicholas accetta un incarico di insegnante di inglese presso una scuola sull’isola di Phraxos non prima però di vivere una tormentata storia d’amore che lo seguirà anche dall’altra parte del mondo.
Qui i fatti narrati e quelli realmente vissuti dall’autore si sovrappongono, infatti lo stesso Fowles fu insegnante di inglese su un’isola greca per il British Council, in quella sua esperienza passeggiando in una natura che era completamente nuova per lui scrive il brano intitolato «La scuola e l’isola: gennaio 1952». È il nucleo originario de Il mago, che uscirà solo nel 1965, dopo altri libri, dando vita alle suggestioni di quell’anno così sconvolgente per l’autore. Spetses diviene Phraxos; la villa Yiasemí diventa la villa Bourani, è lo stesso autore nella postfazione a portarci nel backstage di questo viaggio perturbante.
“Qui siamo tutti attori amico mio, nessuno di noi è come realmente è. Tutti mentiamo qualche volta, alcuni di noi costantemente”
Leggere Il mago significa vestire i panni di un bambino che entra per la prima volta in un castello infestato da fantasmi e continui giochi di specchi. Quello che appare reale in una pagina diviene improvvisamente un inganno poche pagine dopo. La bravura del padre del postmodernismo inglese sta proprio nel rovesciare continuamente la prospettiva. Per far ciò ricorre ad armi affilatissime e a ogni genere di trucchetto da baro. Gemelle, mitologia greca, squadriglie delle SS, cunicoli sotterranei, travestimenti, spie disseminate in ogni angolo del racconto. Questo romanzo è al contempo una storia di formazione e un thriller a tinte gialle. Storia d’amore e avventura, testimonianza di un’epoca che appare lontanissima in cui ancora ci si leccava le ferite per il secondo conflitto mondiale e racconto di un’umanità che viveva ancora la speranza di scoprire un mondo nuovo, il desiderio ancora acceso di attraversare una nuova frontiera dello spirito e dell’evoluzione.

Oltre al giovane professore in cerca di avventura la figura centrale di tutto questo racconto è Maurice Conchis, il mago, ricco milionario che abita la villa del Bourani e che pur vivendo sull’isola di Phraxos appare come un corpo estraneo alla normale vita della comunità isolana. La sua estraneità è data da molti aspetti, non solo la ricchezza ma anche da un passato che sia lui che gli abitanti dell’isola cercano di non riportare a galla. Come in ogni parte di questo racconto anche sul passato di Conchis le storie non coincidono, ognuno ha la sua versione e noi insieme a Nicholas sembriamo perderci all’inseguimento di tutte queste lucciole nella notte della conoscenza.
“C’è una tipologia di individui che è impegnata nella società senza rendersene conto; e ce n’è un’altra che si impegna nella società controllandola. I primi sono denti di un ingranaggio, i secondi sono ingegneri, guidatori”
Settantotto capitoli, come le carte dei tarocchi, per quasi settecento pagine che trasportano il lettore in un percorso che sembra cambiare direzione ad ogni svolta, sottraendoci punti di riferimento in un continuo rimando con l’imprevedibilità della vita. Non è un caso se lo stesso autore ci dice che inizialmente il titolo di questo romanzo doveva essere “The Godgame”, sembra infatti di vedere Conchis, dietro le quinte come narratore e burattinaio disporre delle vite dei suoi pupi, e dietro di lui John Fowles. Tutti personaggi abilmente manovrati per fare e disfare la verità e la menzogna, per creare mondi che non esistono e per far rivivere il passato ormai scomparso. In questa prospettiva religione e laicità si fondono, perché cosa attira il protagonista verso la villa del Bourani, cosa lo fa ritornare anche quando sente puzza di bruciato, cosa spinge un uomo a cercare di andare al fondo di un mistero o di un presentimento? La stessa sete di conoscenza che spinge l’intera umanità a provare a spiegare il mondo che lo circonda, che in qualche modo è anche il fine della scrittura. Per questo il mago diventa un libro metanarrativo in cui attraverso la scrittura si prova a rimettere a posto un mondo che a posto non lo era e che forse non lo sarà mai.
“Il desiderio di rischiare la morte è la nostra ultima, grande perversione. Veniamo dalla notte, andiamo verso la notte. Perché vivere anche nella notte?”
Il mago è un grandissimo cerchio che si chiude tenendo insieme i personaggi inventati, la biografia dell’autore e anche quella dei lettori. Siamo tutti insieme in un girotondo tenuto vivo dalla letteratura, dal raccontarci storie per continuare a vivere e provare a darci una rappresentazione del mondo, una storia che è cominciata con un disegno su una parete in una caverna e che non smetterà di evolversi fino alla fine dei nostri giorni.