Nella gerarchia degli animali simbolici, il topo occupa un posto ambiguo. Se la cultura pop ha provato ad addolcirlo con le icone di Mickey Mouse o Remy di Ratatouille, la letteratura contemporanea più cruda lo riporta alla sua natura originaria: un essere che non si limita a infestare le case, ma rosicchia le fondamenta stesse della psiche e della società. Attraverso il racconto Topi di Kianny Antigua e il romanzo Le brigate di Ariel Luppino, scopriamo come questo roditore diventi il protagonista di una narrazione dell’orrore che parla di noi, dei nostri rifiuti e dei nostri fallimenti.
Il topo come accumulo: il caos domestico di Kianny Antigua

Nel racconto di Kianny Antigua, l’infestazione non è un evento accidentale, ma la conseguenza di una vita che ha perso il proprio baricentro. La casa descritta è un “paradiso dei ratti”, un labirinto di legno saturato dalle “cianfrusaglie” che Iñaki, il compagno della protagonista, accumula ossessivamente.
Qui il topo simboleggia l’entropia. Ogni oggetto inutile accumulato — vecchi floppy disk, pennelli induriti, libri mai letti — diventa un nido. Il topo è la manifestazione fisica della negligenza e della sporcizia morale. La protagonista vive un’angoscia sensoriale: sente i loro “cinquemila quattrocento artigli” scavare vicino al suo cranio. Ma il vero orrore non sono solo i roditori: è la scoperta che anche il marito, nel segreto delle sue abitudini solitarie, assume tratti animaleschi, con quella “coda di topo” che stringe tra le mani davanti allo schermo. La soluzione finale della donna, quel “patibolo personale” fatto di secchi d’acqua, diventa un atto di purificazione violenta per riprendersi il proprio spazio e il proprio sonno.
Il topo come esercito: l’incubo urbano di Ariel Luppino

Se in Antigua il topo è un’ossessione privata, ne Le brigate di Ariel Luppino la prospettiva si sposta su un piano allucinato, politico e collettivo. Luppino ci trascina in una Buenos Aires spettrale, una metropoli trasformata in un teatro di crudeltà e degrado, dove l’ordine sociale è collassato.
In questo scenario, il topo non è più solo un ospite indesiderato, ma il perno di un’economia della sofferenza. Luppino utilizza l’animale per descrivere l’abiezione totale.
La scuoiatura: i personaggi sono immersi in compiti immondi, come il trattamento delle pelli di topo, un’attività che annulla ogni dignità e trasforma il vivente in puro materiale di scarto.
L’epidemia e il linguaggio: La presenza dei roditori è legata a una degradazione che colpisce anche la parola. In Luppino, il “topo” infetta il tessuto sociale, portando alla perdita della comunicazione civile a favore di una violenza primordiale.
Il potere e la massa: Il topo rappresenta la massa informe e inarrestabile che caratterizza i regimi totalitari o le società in disfacimento. Non c’è spazio per il “romantico”: resta solo la biologia brutale di creature che sopravvivono tra le macerie.
In conclusione, il silenzio del patibolo
Leggendo Antigua e Luppino, comprendiamo che la paura del topo non è legata solo alla sporcizia, ma alla sua capacità di prosperare nei nostri spazi vuoti. In Antigua, il topo occupa il vuoto di un matrimonio in crisi e di una casa ingombra; in Luppino, occupa il vuoto di una civiltà urbana che ha smarrito la propria umanità. In entrambi i testi, il roditore è lo specchio di ciò che vorremmo nascondere: i nostri scarti, le nostre perversioni e la nostra fragilità. Come conclude la protagonista di Antigua, il momento di massima pace arriva solo quando si sente il suono dei topi che affogano: un “alone di fascino” macabro che è l’unica ninna nanna possibile in un mondo che ha smesso di essere pulito.

*Fotto tratta da: https://unantidotocontrolasolitudine.com/review/racconta-la-tua-citta-e-racconterai-il-mondo-intervista-ad-ariel-luppino/