Il primo febbraio saranno trent’anni dall’uscita di Infinite Jest, ricorrenza che Einaudi ha scelto di festeggiare pubblicando un’edizione speciale a cofanetto del capolavoro di David Foster Wallace. Cosa sia stato, Infinite Jest, nella storia della letteratura è fin inutile dirlo. C’è una miriade di analisi stupefacenti sul web che ne analizzano stilemi, tecniche, architetture narrative e ne danno interpretazioni di trama – per inciso: la mia preferita è quella di Aaron Swartz, se dovesse interessare una lettura del genere.
Tutto ciò per dire che questo articolo si prefigge di fare altro: quello che state per leggere è una sorta di reportage sentimentale sull’impatto che Infinite Jest ha avuto sulla mia vita e che, poi, ho riscontrato nel corso di anni essere un impatto molto simile a quello che ha avuto sulle vite di tutte le persone che lo hanno amato. Quando si ama visceralmente lo stesso romanzo, si sente di condividere qualcosa di molto profondo con gli altri, non è un banale “ci piacciono gli stessi libri” ma è un “questo libro ci ha cambiato la vita” e quando delle persone hanno lo stesso libro, come Bibbia personale, allora si instaura un legame che va al di là della conoscenza della vita privata o della condivisione di un hobby. È un senso di appartenenza nell’accezione migliore del termine ed è anche il sentirsi parte di una setta che non vuole rovesciare il mondo ma tentare di capirlo un po’ meglio rimanendo comunque felicemente meravigliati e frastornati dalle sue parti incomprensibili. Ecco, a me sembra che nessun libro faccia rete come Infinite Jest. Ne discutiamo ossessivamente, noi adepti di questa setta, senza stancarci mai. Ci interroghiamo sulle reali pronunce dei nomi dei personaggi, perché ci accorgiamo di non aver mai detto i loro nomi a voce alta – voi come pronunciate Marathe? – e non facciamo altro che dire quanto abbiamo amato la sua comicità, concezione del dolore e i suoi protagonisti: ci siamo innamorati di Joelle Van Dyne, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi, abbiamo provato tenerezza nei confronti di Mario Incandenza e ci siamo immersi nel dolore della dipendenza di Don Gately. E facciamo queste cose per un unico motivo: nella nostra vita di lettori e lettrici, esiste un prima e un dopo Infinite Jest. Ed è un solco scavato nella nostra anima, quel confine che divide questi due momenti temporali.

Per me, Infinite Jest fu semplicemente lo scoprire che con la letteratura si potesse fare altro. Un qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui ero abituato. Lo lessi a ventitré anni, nel 2011. Ero già un lettore appassionato ma non un lettore attento nella scelta dei titoli, leggevo a caso, a sentimento – che forse poi è il modo più giusto e si dovrebbe tornare quelli di quei tempi là. Non avevo nessuno nella mia vita che condividesse con me questa passione e potesse consigliarmi cosa leggere “dopo”, così come non conoscevo particolarmente gli scrittori contemporanei: mi ero formato sui classici e quasi solo quelli continuavo leggere, con qualche incursione nei contemporanei più conosciuti. A Wallace arrivai per una sorta di casualità, dovuta all’ascolto ossessivo di quel Sorprendente Album d’Esordio de I Cani che monopolizzò gli ascolti della mia estate, così fu normale chiedermi chi fosse quel David Foster Wallace che gli hipster andavano a leggere al parco. Le ricerche su di lui mi portarono a Infinite Jest, lo comprai, e decisi, a dispetto della mole, di portarlo con me in una strana vacanza estiva a Cipro in cui dovevo raggiungere un amico che si era trasferito lì per motivi lavorativi. Poco dopo il mio arrivo sull’isola, il mio amico venne richiamato al lavoro: in pratica gli veniva chiesto di annullare le sue ferie per una improvvisa emergenza dovuta alla mancanza di personale. Il tono della chiamata aveva poco della richiesta e tanto dell’imposizione, pertanto non ci fu nulla da fare e lui passò al lavoro praticamente tutti i giorni in cui io rimasi lì – non ricordo quanti fossero sinceramente, ricordo solo il caldo peggiore mai affrontato nella mia vita e dei posti di dubbio gusto estetico. Io ero in una situazione strana: stavo vivendo una relazione sentimentale che era nel pieno di uno di quei momenti in grado di farti vivere inebetito giorno e notte, con un sorriso stampato sul viso e quelle robe nelle viscere che, usando una definizione piuttosto abusata, vengono definite “farfalle nello stomaco”. L’inizio di una storia d’amore, insomma, quando ogni cliché sembra sia stato appositamente inventato per te. E trovarmi in uno dei posti più brutti del globo terracqueo, da solo, e con lei lontana mi metteva in una disposizione d’animo non proprio incline alla felicità. Mi dissi che almeno ne avrei potuto approfittare per esplorare un po’ l’isola, per non sprecare del tutto quella vacanza. “Ok, buona idea, leggo qualche pagina di libro e poi esco”. Da quel momento in poi non mollai più Infinite Jest e di Nicosia e dintorni non vidi nulla. Leggevo, come in una sorta di gioco mettaletterario in cui divenivo io vittima dell’Infinite Jest e dell’intrattenimento: non mi ci potevo staccare, era una dipendenza attenuata solo dal rientro a casa serale del mio amico. Leggevo talmente tanto, in costume da bagno, nel giardino di casa sua, che sul petto mi rimase la sindone del libro nell’abbronzatura: una sorta di macchia bianca che sarebbe stato il mio tatuaggio di quei giorni. Quello che scoprii fu sorprendente e indimenticabile: la letteratura era ancora materia viva e si poteva continuare ad alzare l’asticella di ciò che era in grado di fare, le sue potenzialità erano ancora in divenire e, ogni tanto, c’era qualche mago in grado di plasmarla non si sa come e lasciarti a bocca aperta davanti a una cattedrale perfetta e sinuosa nel suo essere arzigogolata. Non me li dimenticherò mai, quei giorni. Tutto intorno a me perse di attrattività, volevo solo leggere, andare avanti, scoprire cosa succedeva alla famiglia Incandenza, a Don, Joelle, a Povero Tony, e a tutti gli altri pilastri della cattedrale di cui sopra. Mi stavo abbandonando completamente al libro, ero felicemente “vittima” di quell’intrattenimento raccontato e che crea dipendenza che poi, nella struttura del romanzo – con quel suo incipit che è un finale e lo sforzo richiesto al lettore per decriptare gli eventi – tutto è, fuorché un intrattenimento convenzionale da page turner. Eppure, quando si è avviluppati in quelle pagine, anche mentre si pensa di star affogando nelle minuscole note, non si riesce a smettere e, se si entra veramente dentro la lettura, la fatica non viene percepita. Capire in modo canonico diventa fin secondario. Si vuole solo continuare a leggere di quei personaggi e dei loro dolori e dipendenze, del deterioramento del loro linguaggio così caro a tutta la poetica di Wallace. Ma si vuole anche ridere, perché Infinite Jest è capace letteralmente di dilaniarti il cuore per poi regalare dei momenti di altissima comicità qualche pagina dopo. Come tutti i grandi capolavori della letteratura, riesce a coprire una varietà di generi letterari, toccando una vasta gamma di emozioni umane.
E sono sempre queste le cose che emergono, quando ci si confronta con qualcuno su Infinite Jest – il dolore, le risate, la dipendenza, il precorrere i tempi. Recentemente, parlandone con alcune persone, abbiamo discusso di quanto fosse anche in grado di prevedere molto di ciò che abbiamo intorno in quest’epoca – altra caratteristica dei capolavori – basti pensare agli Stati Uniti che si annettono il Canada e il Messico, o a una cultura basata sull’intrattenimento e l’apparenza, dove tutto dev’essere performativo e darti dipendenza: una sorta di scrollare, prima che esistessero i social. C’è poi chi dice che non gli fosse mai capitato di leggere così chiaramente e nitidamente di dolore, tanto da riconoscere che il romanzo gli stesse raccontando qualcosa di famigliare per poi riuscire finalmente a capire anche qualcosa del suo, di dolore, perché anche questo è Infinite Jest: uno strepitoso compendio su dolore e solitudine.

C’è, insomma, nella moltitudine di parole d’amore e significati che gli adepti della setta riservano al loro libro mastro, chi ci vede un grande romanzo sul dolore e chi si focalizza sugli aspetti sociopolitici così nitidi e precognitivi, chi gode a stare in quell’ottovolante emotivo e chi rimane folgorato dalla bellezza della prosa. Infinite Jest ha una qualità letteraria così alta da lasciare abbacinati e Wallace le carte in tavola le mette subito, fin dall’incipit: una persona, quando le ho chiesto cosa abbia rappresentato per lei Infinite Jest e perché lo ami così tanto, mi ha risposto: “la mia storia d’amore inizia a pagina 1, quando ho letto il cui sorriso fisso ha la precarietà delle cose impresse su materiale non-cooperativo ed è stata una cosa così evocativa, così forte, che mi è rimasta impressa per sempre”. E io la capisco così profondamente che, davvero, quando qualcuno mi dice una roba del genere, lo vorrei abbracciare. Perché già a pagina 1 si percepisce quell’essere “altro” di cui parlavo qualche linea più sopra. Io invece non mi potrò mai dimenticare l’explicit, con Don Gately che riprende i sensi “e quando si riebbe era disteso sulla schiena su una spiaggia ghiacciata, e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana”. Anch’io, su quell’isola, nel 2011, avevo la marea molto lontana, la spiaggia invece non la vidi neppure. Avevo altro da fare. Un “altro” che, in qualche modo, non ho più smesso di fare.