Caterina Bianco è una polistrumentista che si muove nella scena musicale campana e nazionale da un bel po’ di anni. I suoi progetti spaziano dalla musica elettronica a quella folk, dal teatro canzone alle sperimentazioni strumentali. Dal palco condiviso con Luca Persico dei 99 Posse fino a Tropico, passando per il progetto musicale Fanali, le abbiamo posto alcune domande per provare ad avere uno sguardo laterale sulla vita di chi fa musica all’interno di una città e una scena musicale come quella napoletana, attraversata da forze propulsive potentissime ma anche schiacciata da atavici problemi e preconcetti. Un dialogo che delinea non solo il profilo di un’artista molto interessante ma anche uno spaccato sulla società all’interno della quale si prova a “fare arte” nonostante tutto.
Il mio primo ricordo legato a te risale al disco di Marco D’Anna “La mela”. Ma se scorro la cartella di mail e comunicati stampa ritrovo le tue collaborazioni con quasi tutti gli artisti campani e nazionali. La tua biografia parte dal conservatorio, e quindi da un approccio classico. Com’è avvenuto l’avvicinamento con la musica più contemporanea e contaminata anche dall’elettronica?
Che bel ricordo! Beh, la musica classica è stata il primo amore, ma non l’unico. Sono cresciuta in una famiglia in cui si ascoltava tanta musica, dalla classica a Pino Daniele, Franco Battiato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Lucio Battisti, e infine le colonne sonore, soprattutto quelle di Ennio Morricone, di cui mio padre era un ascoltatore appassionato. Quando ero alle medie sono esplosi i Linkin’ Park e il Nu Metal, che mi hanno rapito all’istante, ma sostanzialmente i miei gusti musicali sono cresciuti e cambiati con me, assieme alle persone che incontravo e che hanno rappresentato per me quello che oggi fanno gli algoritmi, dicendomi proprio: “Ah! Ma se ti piacciono questi sicuramente ti piaceranno questi altri!”, portandomi a scoprire band che poi per me sono state fondamentali, come i Radiohead. E così divoravo ore ed ore di musica nei treni che mi portavano da Torre del Greco, dove sono cresciuta, al conservatorio di Napoli dove studiavo, non sapendo che tutto questo materiale sonoro si stava depositando nel mio cervello per riemergere un giorno nelle mie produzioni.
Parto dal tuo ultimo progetto: Violenti, spettacolo teatrale che ti vede al fianco di Luca Persico “O’ Zulù” portare in giro la pièce nata già qualche anno fa. Com’è nata questa collaborazione?
Violenti è un progetto speciale. Avevo incontrato Luca per la prima volta sul palco di Passione Live, e dopo qualche tempo mi è stato chiesto di affiancarlo in questa avventura. Il progetto nasce dall’idea di spogliare le parole di Zulù dalle musiche e dal ritmo che tutti conosciamo per rivestirle di atmosfere nuove e più dilatate, che permettessero loro di arrivare in maniera più diretta e, appunto, “violenta” all’ascoltatore. Così sono nati i brani strumentali che fanno da tappeto ai testi più importanti di trent’anni di carriera di Luca, ed è stato un viaggio entusiasmante per me che sono cresciuta con i brani dei 99 posse come sussidiario politico. Ero partita solo col violino e la loop station, poi ho aggiunto il synth, il computer, infine – per questo tour di presentazione che è ancora in corso – abbiamo chiesto al videoartista vjHarvey di prepararci tapes analogici che sono uno spettacolo anche da soli… insomma, lo show è cambiato un po’ alla volta, e dopo qualche anno di rodaggio in cui abbiamo girato l’Italia abbiamo pensato che fosse il momento di fissare questo lavoro nella sua forma migliore. Ne è nato quindi un disco, prodotto da me, Michele De Finis e Antonio Dafe, che assieme a me compongono il collettivo MoreFlutter. Il risultato è un lungo viaggio, quasi un podcast, che reclama il tempo e l’attenzione dell’ascoltatore, invitando a ritrovare un rapporto con la musica che non sia di sottofondo ma interiorizzata in maniera attiva.

Negli ultimi anni una delle colonne portanti del tuo percorso è stata Fanali, un progetto che ha saputo cambiare pelle più volte pur restando fedele a sé stesso. Siete riusciti a spaziare dalla sonorizzazione di immagini e film muti fino alla musica di repertorio napoletana, passando per i mostri sacri dell’alternative rock. Ci vuoi raccontare com’è nato questo viaggio e cosa avete ancora in mente di fare?
FANALI nasce come stanza in cui io, Michele e Jonathan ci sentiamo liberi di esplorare la musica che ci piace, anche con processi creativi diversi da disco a disco. In generale ci sono pochi punti fermi, innanzitutto il forte legame con le immagini, che siano quelle dei film muti che ci ispirano o quelle di Sabrina Cirillo, parte integrante del progetto, che ci accompagnano durante tutti i live. Poi l’idea di non dover avere necessariamente punti fermi. Al momento abbiamo all’attivo cinque dischi, praticamente uno all’anno da quando esiste il progetto, di cui una colonna sonora strumentale, due di brani originali (Shidoro Modoro e I’m In Control) e due di reinterpretazioni. Nel frattempo, abbiamo alcune cose già pronte ma al momento siamo alla ricerca di capire quale sia il modo migliore per dar loro la giusta rilevanza. Quello che posso dire è che l’accostamento della lingua Napoletana al nostro suono è stato una bella sorpresa, e al momento stiamo ancora esplorando quel fronte.
Tra le tue collaborazioni degne di nota c’è senz’altro quella con Tropico. Davide Petrella non ha bisogno di presentazioni ma tu hai seguito questo progetto quando ancora i risultati degli ultimi mesi non erano nemmeno lontanamente immaginabili. Il tuo ruolo all’interno di quella super band è davvero centrale, ci vuoi raccontare come hai cominciato questa collaborazione e quali sono le tue sensazioni nel far parte di questa grande avventura?
Inizialmente sono stata contattata per registrare gli archi del primo disco, Non Esiste Amore a Napoli. Solo in un secondo momento mi è stato chiesto di entrare nella band live durante le prove del primo tour. È stata un’esperienza entusiasmante, di sicuro mi ha portato a calcare palchi importanti e a comprendere meglio altri aspetti di questo mestiere così complesso. Davide è una persona di grande talento, musicale ed umano. Ha sempre saputo circondarsi delle persone giuste per portare avanti il suo discorso artistico. Gli auguro di poter continuare sempre sulla sua strada, senza compromessi come ha sempre fatto.
Sempre a proposito di Tropico, la superband che lo accompagna sul palco è in qualche modo la fotografia di una stagione, per certi versi miracolosa della musica napoletana. Un insieme di musicisti che si mescolano in formazioni diverse tra loro ma ugualmente capaci di sfornare musica che si afferma a livello nazionale e non solo. Non credi che, coi dovuti distinguo, dopo la generazione dei fenomeni dell’epoca di Pino questi anni stiano vedendo una seconda epoca d’oro per la qualità dei musicisti e dei dischi prodotti a Napoli?
Guarda, credo che la qualità non sia mai scesa. Quello che è cambiato in questo momento è l’attenzione del pubblico, nazionale e internazionale, su quella che è sempre stata una fucina di grandi talenti artistici, in tutti gli ambiti. Mi auguro che quest’epoca d’oro non sia soltanto figlia di una moda, ma che Napoli sappia sfruttare l’occasione per continuare ad essere un polo culturale importante, e non solo una fabbrica di cliché.

Mentre la musica e i musicisti napoletani si impongono nelle classifiche italiane e internazionali la città di Napoli in qualche modo allontana queste realtà. Tu hai vissuto le varie epoche della musica indipendente e dei locali dove queste realtà cominciavano a sperimentare fino ad oggi dove Napoli è al centro di una sorta di invasione turistica ad uso e consumo di una rappresentazione più teatrale che autentica. Come è cambiata la città secondo te?
Lo hai detto tu: l’impressione è che ci si stia vendendo ogni pezzettino di identità pur di guadagnare quanto più possibile nel breve periodo. Il centro storico si è riempito di B&B, di bassi fittati ai turisti per vivere un’esperienza “folcloristica”, scacciando così i residenti e gli studenti, che sono sempre stati il fulcro della vita culturale di ogni città.
Come risente la musica, ma soprattutto i musicisti, di questa gentrificazione e soprattutto della spersonalizzazione dell’identità?
Che mi risulti, ci sono pochissimi posti in cui si suona dal vivo e moltissimi posti in cui si può mangiare fritto! Le istituzioni ci tengono a ribadire che “Napoli è la città della musica”, ma poi mettono i bastoni tra le ruote ai locali che cercano di tenere viva la vita notturna, che della musica si nutre, e credo che sia un grande peccato. Mi auguro che si possa trovare un modo per invertire questa tendenza.
È più facile o più difficile fare musica al Sud, a Napoli in particolare?
Tutte domande facili, eh? Provo a darti un umile parere: parliamo di una terra ricchissima di storia e di cultura, che produce una notevole quantità di proposte valide. Manca però una struttura – l’industria – che sia pronta a recepire e a diffondere queste proposte con una gestione oculata. In qualche Regione ci stanno provando e anche riuscendo, penso al lavoro di PugliaSound e a quanto stanno crescendo realtà come il Locus Festival negli ultimi anni, ma in generale mancano posti dove suonare, anche le etichette, le agenzie di booking, sono quasi tutti concentrati al nord. E veniamo a un altro problema, che rende difficile alle band e agli artisti del meridione “fare il salto” e cioè che a parità di bravura, i gestori dei locali tendono a preferire una band del nord a una del sud perché deve fare meno chilometri e quindi costa meno. Insomma, la risposta breve è: è veramente complicato. Non per questo, però, bisogna arrendersi.
Musicalmente parlando, la tua versatilità ti porta a frequentare i registri più disparati, c’è un genere che senti più tuo? Ci sono artisti che reputi tuoi riferimenti nel panorama nazionale e internazionale?
È veramente difficile scegliere un genere soltanto. Sicuramente mi sento molto a casa nell’elettronica e negli spazi della musica minimalista, ma non posso negare l’influenza degli ascolti e delle esperienze più heavy. Quanto ai riferimenti, cerco di prenderne vari e mescolarli per trovare il mio linguaggio. Insomma, “un’unica grande chiesa” che va da Bjork a Damon Albarn, da Philip Glass a Joan as a Police Woman, passando per David Byrne e Sofia Isella ai Portishead. E pure per la Vanoni con Toquinho, perché no?
Com’è il sistema musica visto da una donna? Ci vuole più fatica ad emergere, anche nei livelli intermedi (penso ai fonici, o ad altre figure di addetti ai lavori) nel mondo che frequenti?
In realtà ho l’impressione che le cose siano un po’ cambiate. Mi sembra un momento positivo per la parità di genere nella musica, c’è una grande attenzione per le proposte di artiste donne, e comincio a vederne anche in altre vesti. Non è sempre stato così, per tanto tempo ho sentito di dover “fare il maschio” per essere presa sul serio dai colleghi musicisti. Quello che continuo a notare è che noi donne abbiamo più problemi a metterci veramente in gioco, a pensare con orgoglio “beccatevi questo, l’ho fatto io!”, ma mi sembra una questione relativa a come siamo state educate da generazioni e slegata dal contesto musicale. Mi auguro che anche questo migliori negli anni.
Con Fanali avete preso la decisione di togliere la vostra musica da SPOTIFY, in questi anni il colosso della musica in streaming si è dimostrato essere sempre più un’arma a doppio taglio per i musicisti, come avete maturato questa decisione? Quali sono state le motivazioni che vi hanno portato ad abbandonare la piattaforma?
Beh, Spotify è come il conte… L’hai visto Boris? Scherzi a parte, noi abbiamo preso la decisione di mollare Spotify, ma prima ancora di disdire i nostri abbonamenti personali alla piattaforma, quando l’allora CEO e fondatore dell’azienda Daniel Ek ha annunciato di aver investito una cifra spropositata in un’azienda tedesca che produce droni militari utilizzati dall’esercito israeliano in Palestina. Poi è venuto fuori che Spotify aveva cominciato a inserire brani creati con l’AI nelle playlist, appropriandosi quindi anche di quel microscopico guadagno che finora corrispondeva a chi la musica la faceva. Spotify è la piattaforma che paga meno di tutte gli artisti. Non è stata una scelta presa a cuor leggero: in un momento storico in cui il calibro di una proposta artistica si misura dal numero di ascoltatori mensili su Spotify (e già questo è una cosa che fa schifo) non esserci significa rinunciare a una grossa opportunità. Per principio, però, ci sembrava solo giusto sottrarre anche quei due euro all’anno generati dalle nostre canzoni agli investimenti in armi genocidarie. Siamo contenti perché non siamo soli: artisti decisamente più grandi di noi e che stimiamo, come gli XiuXiu e i King Gizzard and the Lizard Wizard, hanno fatto lo stesso e ci auguriamo che questo movimento cresca. Anche perché ci sono delle alternative, c’è Bandcamp (che trattiene solo il 15% dei profitti, il resto è tutto dell’artista), c’è Qobuz che ha una qualità audio migliore e paga gli artisti 5 volte tanto quanto li pagano gli altri servizi di streaming e sembra non avere legami con l’industria bellica o con Israele.
Quali sono le armi a disposizione di artisti, piccoli o medi, per opporsi a questa deriva sempre più liquida e immateriale della distribuzione della propria musica?
Più che a disposizione degli artisti, sono a disposizione di chi la musica la ascolta e la vive: andare a vedere i concerti, acquistate i dischi, soprattutto degli artisti indipendenti, è solo così che noialtri potremo permetterci di continuare a farla. La musica è, oggi più che mai, anche politica? Lo è sempre stata e sempre lo sarà. Anche scegliere di non esporsi è una scelta politica.
C’è un progetto musicale che ancora non sei riuscita a mettere in pratica o che hai nel cassetto?
Diciamo che ho cominciato a lavorare a un mio disco, anche se ancora non mi è chiara la direzione che prenderà, ma prima o poi arriverà.