Rock e canzone in Italia hanno avuto una storia interessante, tutta da raccontare. Una storia di scontri e successivi incontri, incomprensioni e dialoghi, fusioni e reazioni. Quella di John Strada è tra la via Emilia e il West, per citare un cantautore che rock non lo è mai stato ma proviene dalle stesse terre di John, quelle che hanno dato i natali a Vasco, Ligabue, i CCCP e i Rats, i Nomadi e gli Ustmamò. Basta crederci un po’ è il titolo del suo ultimo disco, che merita un racconto con la sua voce.
I primi ascolti di questo disco mi hanno consegnato, caro John, l’idea di un album rock. con riserve e distinguo, ma rock. Cosa vuol dire pensare e fare questo tipo di musica, in Italia, nel 2026?
Credo che la tua idea sia giusta, la mia musica non può prescindere dall’essere rock. Il mio album precedente Fra Rovi & Rose è prevalentemente folk, un po’ country ma viene considerato rock, come anche Dalla periferia dell’anima (2008), album con band acustica ma anch’esso considerato rock. Fare Rock nel 2026 vuole dire esserne profondamente innamorati, e come tutti gli innamorati, pazzi e incoscienti.
Un dato rilevante è nei suoni, visto che la tua scrittura non sembra cambiata più di tanto. È soltanto un fatto di spennellatura estetica o c’è del nuovo nel songwriting dell’ultimo John Strada?
Credo di avere scritto in modo diverso, con in testa dei suoni e delle soluzioni da me inesplorate. A livello lirico, in molte canzoni c’è il filo conduttore della vita ostentata o subita sui Social. Ho voluto usare un linguaggio molto asciutto e diretto.
Inevitabile parlare di Don Antonio, un grande musicista che ha prodotto il disco e che da sempre è immerso nei suoni americani. Quanto è stato determinante per la riuscita dell’opera?
Ho scritto e selezionato le canzoni con la consapevolezza di fare un album diverso dagli altri. Avevo in mente il suono ma non sapevo come ottenerlo e qui è entrato in campo Don Antonio. È stato molto importante per la realizzazione di questo disco. Mi ha guidato, esaltato e contenuto. Il suo team di musicisti e amici comuni ha lavorato in maniera impeccabile con tanta professionalità e tanta sensibilità.
Una decina d’anni fa suonasti insieme a Bruce Springsteen, uno degli ultimi grandi testimoni di quella cultura rock alla quale ci abbeveriamo ancora. Springsteen prende posizione pubblicamente su temi politici: secondo te la canzone rock è ancora uno strumento utile in tal senso?
Assolutamente sì. Ma non solo la musica Rock. Io credo che chi ha la fortuna e la responsabilità di essere seguito da un pubblico vastissimo e di ispirare tante persone abbia anche il diritto e forse il dovere di esporsi e di denunciare le palesi ingiustizie che sono davanti agli occhi di tutti.
Mi ha colpito Parlavo da solo, quasi un flusso di coscienza dylaniano in cui c’è molto di te… Com’è nato questo pezzo?
È nato come dico nelle prime righe della canzone: mia moglie mi ha fatto notare che stavo parlando da solo mentre lavoravo in giardino. In quel momento ho lasciato cadere forbici e ramazze e mi sono buttato sulla chitarra e su un foglio bianco, nel giro di mezz’ora ho scritto il nucleo della canzone.
Un altro brano significativo è Amor Social, in cui affronti il tema dei social: ne siamo diventati definitivamente schiavi?
Il tema dei social è molto presente in questo album, lo affronto in varie canzoni: Basta crederci un po’, in La vita va e sicuramente in Amore Social. Io credo che i Social siano un mezzo potentissimo e a seconda di come si usano possono arricchire o impoverire la società. Direi che in molti stanno giocando al ribasso. Il titolo stesso Basta crederci un po’ è ironico e si riferisce alle meravigliose vite che traspaiono dai profili personali. Persone con lavori normalissimi che si fanno continuamente ritrarre in contesti di opulenza hollywoodiana: sarà vero? Boh, basta crederci un po’.
Nella vita di tutti i giorni sei insegnante di lingue, credo che questa formazione sia evidente in La Tygre e l’Agnello, in cui emergono i tuoi amori per la letteratura inglese. Quanto è importante per te questa conoscenza letteraria?
È un’altra enorme fonte di ispirazione. Nel disco precedente ho scritto la canzone Guarda alle stelle ispirata all’aforisma di Oscar Wilde “We are all in the gutter but some of us are looking at the stars”. In questo nuovo album c’é Ballando in città, canzone ispirata a Mary Poppins di Pamela Travers, che oltre ad essere una meravigliosa favola dà anche un ottimo spaccato della Londra Edoardiana.
Basta crederci un po’ è un invito al fare, all’essere positivi nonostante i tempi grami. Credi in questo disco e lo stai portando dal vivo?
Credo moltissimo in questo disco. Ne vado molto fiero, non tanto per una presunta qualità sonora o lirica, ma perché l’ho sofferto molto e alla fine siamo riusciti a realizzarlo. Come dicevo prima ho scritto in modo diverso con in mente suoni lontani dal mio solito e quando mi sono deciso a registrarlo sono entrato in crisi. Ho confessato questo mio stato semi-depressivo anche sui social (come dicevo, mezzo meraviglioso se usato bene) e ho avuto molto supporto da chi mi segue, poi nel freddo inverno della deliziosa Modigliana ci abbiamo creduto un po’ ed ora è su vinile, cd e tutte le piattaforme musicali. Lo stiamo portando in giro per tutta la Penisola e ci stiamo divertendo un sacco!