57°28’N 4°13’W: sono le coordinate di Inverness, capitale culturale delle Highlands scozzesi, cittadina antica – per quelle latitudini – e anche famosa: qui Macbeth avrebbe ucciso Duncan e le acque del fiume, il Ness, vanno a mitizzarsi nel lago di Lochness.
Inverness è la parola che Monica Pareschi ha scelto come titolo per la sua raccolta di otto racconti edita per la collana interzona di Polidoro nel 2024, finalista al Premio Campiello del 2025. Si è scritto tanto su questo lavoro di Pareschi, notissima traduttrice che personalmente ho apprezzato molto nella resa del gotico L’incubo di Hill House di Shirley Jackson per Adelphi. Trasformare parole in altre parole, o meglio in parole altre, possedendo la magia di entrambi i mondi, è una capacità così sublime che il titolo scelto, Inverness, non può alludere solo alla meta finale di un viaggio (quello in autostop, incompiuto, che ha come destinazione la città scozzese nell’ultimo racconto). Inverness – che lo si renda con invernitudine, invernità – è una condizione dell’animo che attraversa tutti questi racconti e ne possiede interamente alcuni.

Difficile definire la penna della Pareschi senza ricorrere all’etichetta di sinestetica: i racconti accostano e contrappongono (il bacio all’amore, l’amicizia al sesso, il sesso alla brutalità, i paesaggi d’estate a quelli invernali, gli umani agli animali) senza che i contorni si definiscano mai. Avvicinamenti, accostamenti, confini sfiorati che solo a volte si sovrappongono e che spesso sfuggono: il mondo di Inverness appare così, perennemente indefinito se lo si guarda da lontano, ma più preciso se si va nel dettaglio.
Alcuni racconti hanno anche un sapore, oltre che un’atmosfera: I Gabbiani – un piccolo capolavoro di diciassette pagine – ha il gusto del dessert al cioccolato che Elena, la protagonista, era stata costretta a mangiare da un uomo durante un appuntamento. Una forzatura che lei aveva vissuto come un atto di coercizione – ai limiti della violenza – cui non era riuscita a sottrarsi: “Da sempre assisteva a quell’avanzare maschile nella sua vita, quel premere cieco e indiscriminato che mirava all’annientamento, all’erosione, alla resa, seguito da una ritirata capricciosa, che lasciava incerta, stordita: un trofeo senza più valore”. Il trait d’union che attraversa i ricordi di Elena è rappresentato dal parassita alato del nuovo mondo, il gabbiano: alcune pagine dopo compare di nuovo un sapore, quello del fish and chips che il volatile le ruba durante una gita sul mare, ferendola a sangue, qualche giorno dopo l’episodio del dessert al cioccolato. Il racconto, che ha a tratti toni epici di melvilliana memoria, si conclude bruscamente con la donna che, ormai settantasettenne, si prepara a fronteggiare l’ennesimo gabbiano, quello del suo terrazzo.
Donne sostanzialmente sole, e serenamente sole – come nei Gabbiani – o che desiderano essere sole, come in Fiori, che tratteggia in poche pagine un incontro di una coppia matura che è arrivata al capolinea, tra l’ineffabilità della donna e l’incapacità dell’uomo di capirci qualcosa («Tu devi dirmi che cazzo succede»). Qui, tanto per ribadire, ci sono i suoni non detti e il profumo delle peonie ad animare i pensieri della donna che restano inespressi pur essendo, in sostanza, espressi (“C’è che questi fiori non mi chiedono niente, pensò come gridando”), sospesi tra le righe. Ma ci sono anche figure maschili dalla vita bizzarra e dalla morte grottesca, come Gheri, protagonista di Mors tua vita mea, ritratto strepitoso di come possa essere la vita nelle città di mare quando è – manco a dirlo – inverno, oppure quando la malattia cambia l’orizzonte di una coppia in maniera irreversibile (e non si tratta sempre di un inverno?). Eppur si vive finché possibile, perché tutto sommato settembre arriva sempre come una liberazione. E di coppia in coppia, spicca il quartetto infelice di Troppo amore uccide, con uno sguardo che plana sull’inadeguatezza degli adulti ad affrontare la vita di relazione da adulti; ancor di più se le sovrastrutture sono tante, e complesse, come in questo racconto in cui si intrecciano insoddisfazioni e tradimenti di due coppie tra congressi internazionali, viaggi culturali ed evasioni altoborghesi destinate a finire sistematicamente male (L’amore, l’amore, tutti quei giochi. Un massacro).

Ma la potenza che apre e chiude il lavoro della Pareschi è nel primo vero racconto, Primo amore, e nel Bildungsroman che conclude – e ovviamente non conclude – la raccolta, Inverness. Primo amore è la ricostruzione a tratti onirica di un’estate assolata nella casa dei nonni, durante la quale si sarebbe commessa una violenza – il primo amore – e forse anche un delitto, ricostruita con gli occhi di una bambina, Annachiara. Si inizia con una campagna arretrata, troppo calda, troppo sporca, troppo barbara: si uccidono conigli come niente fosse, si arriva a pensare che se molli prima l’estate non finisce mai, e quindi non bisogna mollare perché chiunque – anche il lettore – vorrebbe fuggire da quella campagna e da quella calura abbrutita.
Dal caldo estremo del sud a Inverness, l’ultimo racconto, dall’incipit potente: a quei tempi era sempre inverno. È quello che ci conduce in Scozia, nelle Highlands. È il romanzo di formazione – e se non ha la lunghezza di un romanzo ne ha tutto il resto – della voce narrante, ancora femminile ma in prima persona, e della sua amica P. Una storia di amicizia tra donne di cui gli scaffali delle librerie sono (troppo) pieni, ma il merito di Monica Pareschi è di tratteggiare in poco, davvero (troppo) poco, un delirio generazionale che inizia con l’adolescenza negli anni Novanta e non siamo ancora in grado di dire come finisce. Passiamo dai banchi di scuola alle sedute dalla psichiatra, dai disturbi alimentari all’abuso di droghe, dai cortei di protesta a un grande marasma di convinzioni ed esperienze, sessuali e politiche, più confuse che convinte. Finché le due amiche non decidono di fare un viaggio in autostop fino a Inverness, percorso incompiuto che mette a nudo le fragilità dell’una e la forza dell’altra; tutto troppo estremo per poter funzionare.
Quindi, alla fine, ci arriviamo davvero a Inverness: ma ci arriviamo accompagnati dal caldo e dal freddo, da sapori, odori, visioni, da un corpo che ha vissuto tutto intensamente ma non sappiamo né definire l’esperienza con precisione né con approssimazione. Forse non la possiamo nemmeno definire, perché anche questa è la scelta felice del racconto in sé come genere, e perché la poesia di questo Inverness ha questo merito: quello di mantenere una grazia narrativa, una obiettività nel calarsi nelle crisi della modernità sempre in maniera garbata, se non indulgente quanto meno sorniona. C’è almeno un personaggio, una situazione, o spesso più di una nei quali riviversi: Inverness parla dell’inverno della nostra epoca, un inverno istantaneo, non necessariamente seguito da una primavera ma non per questo più terribile.