I romanzi di Javier Tomeo sono come croquetas; non è un commento benevolo quello che il romanziere spagnolo Juan Benet riservò allo scrittore aragonese: per Benet l’opera di Tomeo aveva un unico sapore, come un piatto di croquetas, che dopotutto sono tapas discretamente buone, da accompagnare a jamon e squisite acciughe cantabriche. Perché mai disdegnare le croquetas, e perché voler colpire così in basso Tomeo – che nel corso della sua vita si è divertito a scrivere storie minime e romanzi per amor di invenzione. Javier Tomeo è uno scrittore di mostri, bestiari, e altre assurdità. Le recenti pubblicazioni della sua opera a cura della casa editrice Occam introducono al mondo di questo scrittore atipico, che per le sue peculiarità potrebbe infastidire quanto affascinare, confermando il detto che ogni lettore sia un caso a sé.
Le leggende sul conto di Tomeo si rincorrono. Ha cominciato a scrivere western e horror con lo pseudonimo di Frantz Keller, a quel tempo si pagava così gli studi di diritto e criminologia. Si narra che fosse un anti-lettore; e tuttavia in un’intervista Tomeo ha raccontato alcune sue passioni letterarie – Hamsun, Kafka, Poe – che poco coincidono con il profilo dell’autentico non-lettore. Scrittore per sottrazione, le sue frasi sono sforzi di perentorietà. Aveva detto: “scrivere è una questione di ispirazione, ma anche di sudore”. Si suda scrivendo, soprattutto quando ci si mette sotto per ore: e a Saragozza l’estate non scherza. Possiamo immaginare Tomeo in una di quelle giornate roventi mentre compone i suoi romanzi e racconti immaginari – forse per far passare un po’ d’aria tra la realtà e il quadrante dell’orologio.

Javier Tomeo non si lascia inquadrare da una sola lettura, le sue stravaganze e fantasticazioni vanno masticate. Jorge Herralde, editore di Anagrama, ha definito la sua opera novelas sin cartílagos – romanzi senza cartilagine, forse riferendosi alla loro struttura disarticolata – per via di queste particolarità Herralde è stato uno dei primi a credere nelle “storie psicopatiche” che Tomeo tirava fuori dalla giacca. Pare esserci un elemento di casualità nella vita di Tomeo, le Storie minime che Herralde ha raccolto in un volume, l’Amado Monstruo che un regista francese ha adattato in un’opera teatrale, la diffusione dei suoi libri all’estero. In Italia, dopo Storie minime e Lo sguardo della bambola gonfiabile, L’uomo bicolore è l’ultimo arrivato di Tomeo, romanzo postumo tradotto da Alberto Bile Spadaccini per Occam. Una storia insolita.
Tomeo si diverte a fare il verso al Castello di Kafka – ma là dove Kafka arriva con l’inquietante e l’assurdo, Tomeo usa il bizzarro e l’umorismo. Se l’agrimensore K si scontra con l’impenetrabilità del castello, il protagonista di Tomeo è un esattore delle tasse impantanato in una grottesca avventura. Giunto a Boronburg per un’ispezione, l’esattore (dagli occhi di colori diversi) si rende conto che il paese è deserto, non c’è più nessuno a Boronburg, la stazione è vuota, Boronburg è vuota: dove sono finiti gli scomparsi, e chi suona la campana della chiesa, chi risponde al telefono quando l’esattore chiama in Comune, a chi stanno abbaiando i cani, perché nessuno si presenta; è forse questa la maniera dei cittadini di eludere il pagamento delle tasse?

Il monologo dell’esattore si fa ossessivo, ritorsivo, si insinua il dubbio che l’uomo stia impazzendo. «Hermógenes caro, lei è un funzionario con troppa immaginazione», dice l’Ispettore Generale all’esattore in uno dei radi scambi presenti nel romanzo – poiché gli unici dialoghi sono quelli di Hermógenes con sé stesso, e qualche frammento di telefonata, unica via di comunicazione con l’altrove in un deserto di luci spente e hotel vuoti. Ma come è possibile che esistano i telefoni in un racconto ambientato nel XIX secolo? Nessuna risposta. È l’immaginazione di Tomeo.
«Pensare che tutta quella gente abbia tagliato la corda per il mio arrivo in città significherebbe darmi troppa importanza»
Hermógenes aspetta, persuaso che prima o dopo i cittadini torneranno e si dipanerà il mistero. Ma che succede quando l’attesa è eterna e non ci sono spiegazioni? – ritroviamo un interrogativo caro alla letteratura e all’esistenza. Ed è qui che Tomeo si fa voler bene, perché i racconti non sono fatti per dare risposte.