Una nuova edizione Einaudi dei racconti di Franz Kafka viene a dire al lettore italiano che quel che a lungo abbiamo chiamato La metamorfosi potrebbe essere tradotto dal tedesco come La trasformazione e senza per questo perdere il suo profumo. Dopotutto che importa un nome, ciò che conta nel racconto della metamorfosi/trasformazione di Gregor Samsa è la potenza del suo incipit, la macabra favola di un uomo tramutato in un insetto – enorme, lurido –, il senso di estraneo terrore, le micro-dinamiche di una famiglia che respinge la sua carne quando quella devia dalla norma, il sospetto che nessuno di noi sarebbe esente dalla colpa – che tutti strisciamo, e soprattutto lo squarcio del fantastico che dilata la realtà e le pareti di una stanza.
C’è un elemento biografico e un elemento fantastico: lo strato di surrealtà di una fantasia che riesce a sfigurarsi o tras-figurarsi. Per questo a volte al mattino ci svegliamo e parliamo di Kafka. Forse in nessuno la scrittura è arrivata a livelli così totalizzanti: c’è una forza di possessione, scrivere per una impossibilità di fermarsi, per ammazzare la morte. Dice László Krasznahorkai: «Quando non leggo Kafka, penso a Kafka. Quando non penso a Kafka, mi manca pensare a lui». A quel punto, dice, va a rileggerlo. Scrive Anne Carson: «Quando non riesco a dormire, mi sdraio in silenzio e faccio un elenco delle differenze tra me e Kafka». Scrive Mircea Cărtărescu: Kafka rules – e tanto torna il nome Kafka nei suoi diari da sembrare l’onnipresente.
Una volta iniziato a leggere Kafka pare non ci sia verso di liberarsene. Quasi presentendo una spinta religiosa nelle sue parole, che nessun altro (o quasi) abbia scritto per il puro amore di scrivere, per amore fisico del gesto, come un monaco della letteratura: K è il protettore dei malati immaginari di scrittura – dei carrozzieri sciagurati, sans-culottes del terrore, di quelli che hanno perduto dio e lo hanno ritrovato nella parola, portatori di aleph, sandinisti! e mendicanti di lettere.

Davanti alla legge c’è un guardiano alla porta. Da questo guardiano giunge un uomo dalla campagna e chiede il permesso di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che adesso non può concedergli di entrare. L’uomo riflette e chiede se allora può entrare piú tardi. «Può darsi, – dice il guardiano, – ma adesso no». (Davanti alla legge, traduzione Daria Biagi, Einaudi 2025)
“I racconti di Kafka sono tra i più neri, tra i più ancorati a un disastro assoluto”, scriveva ieri per l’oggi Maurice Blanchot. Terrore e incanto; immaginazione e scarto. Molti racconti di Kafka sono frammenti: si possono rileggere nel corso della vita come un oracolo mattutino o della nottebuona. “Voglia di diventare un indiano” è Kafka allo stato puro, letale e visionario. Le sue prose brevi sono spesso illuminazioni, piccoli intagli o incisioni che rendono dietro paesaggi interiori: è il caso di minuti breviari come “La passeggiata improvvisa” o “Decisioni”. Kafka può essere indolente, ma è sempre preciso nell’usare la lingua: ha imparato da Flaubert il sudore di una frase. È pure dolorosamente tenero: non c’è mai supponenza e arroganza nelle sue parole.
Franz K è un annotatore capace di creare tensione con una sentenza: se di notte si va a passeggio in un vicolo e nella nostra direzione arriva correndo un uomo – cosa accadrà, ci chiediamo, soprattutto se abbiamo bevuto troppo vino, chi è quell’altro che ci passa accanto e chi sono quelli che passano di corsa; e che succede se un giorno su un tram ci si ritrova estranei a sé stessi; e dove si è perduto il messaggio dell’imperatore – vorremmo proprio sapere cosa ha da dirci, e perché la nostra cassetta della posta è vuota se tanto tempo fa l’imperatore ci ha mandato una importante missiva.
Nei suoi racconti, nelle sue storie, Kafka trascina il lettore da una parte all’altra, che sia l’America, o l’epoca lontana dei costruttori della grande muraglia. Alcuni racconti sono abbozzi fragili, interminati. Nel bestiario kafkiano incontriamo insetti, topi, cani – ma pure l’uomo è uno strano tipo di animale che pretende di trovare un senso. K è un umorista, si diverte a scrivere dimostrazioni del fatto che è impossibile vivere. Nella Sentenza il protagonista è condannato a morte dal proprio padre (figura che sempre torna). Ci sono miti di sirene e prometei, favole di gatti mangia-topi, monologhi di ponti – “ero rigido e freddo, ero un ponte, teso sopra un abisso”. Dopotutto si legge K per tornare a leggerlo: nei suoi squarci di fantasia riconosciamo la vita, il suo terrore e l’assurdo – il tentativo di costruire per l’aria linee rette che curveranno la pagina.