Il quartetto londinese tra i nomi di punta dell’Invincible Fest 2026
Lo confesso. All’Invincible Fest sono andato esclusivamente per i Kerala Dust. Non ne abbiano a male nomi altisonanti che hanno partecipato, penso a Röyksopp, Maruya, Gurriers, Dutch Nazari, o a chi suonerà nella sessione estiva come Circle Jerks o Agnostic Front. Sono andato al concerto del quartetto londinese, peraltro non un live da headliner (come accaduto lo scorso gennaio nella stessa venue, Hacienda a Roma) ma l’apertura al popolare duo norvegese, per curiosare, per capire se dal vivo quel melange, quell’intreccio di tessuti connettivi potesse funzionare, quel mix tra tensione da dancefloor e vitalità da strumenti e jack potesse definirsi anche dal vivo. E funziona, anche in una performance breve ma, per il clima racchiuso dell’Hacienda (piano B per l’organizzazione causa maltempo, la location originaria era l’Eur Social Park) e il raccoglimento di un pubblico numeroso, sentita, calorosa, compiuta.

All’indomani del secondo album Violet Drive (2023), i Kerala Dust si sono sempre più distinti per la natura ibrida e sfaccettata del loro sound, un binomio di culture, quella ballabile del club e quella sanguigna del rock. Mi piace citare Songs Of Faith And Devotion dei Depeche Mode come ideale riferimento per il loro incrocio tra la classicità del rock, la contemporaneità dell’indie, le pulsioni dell’elettronica, l’insieme di venature blues, striature desertiche e notturne. Un approccio ambizioso che Edmund Kenny e soci hanno portato avanti anche nel successivo An Echo Of Love (2025), probabilmente il loro disco migliore e più maturo, e che ha trovato ulteriore compimento in concerto. Al netto della piattezza che purtroppo caratterizza le rock band con ampie dosi di schematismo elettronico (a meno che non si tratti degli Young Gods, ma gli svizzeri sono un caso a parte), il concerto del 15 maggio è stato impeccabile per grinta, tenuta del palco, affiatamento e soprattutto qualità dei brani. Compatti, martellanti, in buon equilibrio tra precisione chirurgica e groove on stage, con un leader generoso e a tratti incontenibile (ma anche un chitarrista meno estroverso ma prezioso e preparato come Lawrence Howarth), i Kerala portano a casa un risultato pregevole. Decisamente più umano e elettrizzante rispetto agli statici Röyksopp, assai attesi dopo di loro.

Con una scaletta ampiamente rappresentativa degli ultimi due dischi, grazie alla loro trance-dance elettrica e psichedelica i Kerala hanno ottenuto un meritatissimo tutto esaurito: è giunto il momento di affrancarsi dallo status, lusinghiero ma restrittivo, di cult band.
