“…nel nostro caso, l’amore sarebbe semplicemente un’integrazione disastrata e disfunzionale, comporterebbe una quota aggiuntiva nel valore cumulativo del guasto…”
Innanzitutto una suggestione, una casa in mezzo al niente, come quella dove si rifugia Christiane F. alla fine del suo calvario nello Zoo di Berlino. Un luogo sottratto al tempo e allo spazio dove poter isolare i pensieri e, forse, i dolori. La luce inversa di Mota, libro pubblicato da Wojtek, affonda la lama della scrittura in uno dei dolori più profondi che si possano indagare, quello dell’abuso sui bambini. Una violenza su corpi e menti ancora malleabili, una ferita che continua a sanguinare. A tal proposito, nel racconto, la dottoressa psicoterapeuta Hollis, ha elaborato una terapia in grado di fare dialogare il paziente con il trauma originario per eliminarlo definitivamente e creare un corpo nuovo di zecca, transitorio ma fatto di luce, costruito dall’inverso, riforgiato da zero senza pecche. Vanessa, Siddiq e Martin sono le voci, i corpi, le coscienze e le storie che si sottopongono a questo trattamento nella camera della luce inversa.
La scrittura di Mota sembra uscita da una pressa industriale, parole processate da una spinta incredibile che poi vengono centellinate sulla pagina. Ogni frase ha dentro di sé la spinta di un oceano e il controllo di un chirurgo. 124 pagine in cui si racconta la storia di tre ragazzi: Vanessa; Siddiq e Martin abusati da bambini. Uno dal nonno, un altro dal prete dell’orfanotrofio dove è cresciuto e Vanessa dal compagno della madre. Da questo plot abbastanza lineare parte un’indagine formata da monologhi che si alternano. Le voci dei tre protagonisti cadenzano il racconto e a mano a mano che si procede nel viaggio interiore queste voci si incontrano e si incastrano.
I libri pubblicati da Wojtek non hanno mai nulla di scontato, leggere un libro proposto dalla casa editrice di Pomigliano significa sempre accettare una nuova sfida, imbarcarsi per un viaggio che spesso potrebbe portare il lettore su terreni poco battuti dalla narrativa mainstream. La luce inversa è un esempio perfetto di quello che si potrebbe trovar nel catalogo della casa editrice di Ciro Marino. Mota, con la sua identità celata come quella di un wrestler ingaggia una lotta con la scrittura e con i ricordi, porta lo scontro tra fiction e realtà alle estreme conseguenze.
Il lettore non può far altro che accettare questa sfida e cominciare un viaggio che richiederà anche la sua partecipazione attiva, senza pensare che il numero ridotto di pagine sia equivalente ad una lettura agile, tutt’altro. Questa partita si gioca in due, lo scrittore ha messo le carte sul tavolo, spetta al lettore usarle come crede e nel tempo che vuole, alla fine il risultato non sarà scontato.