In un panorama editoriale, quello italiano, in cui si fa ancora affidamento sugli scrittori per vincere i premi che contano e denunciare il patriarcato, si può ancora provare ad ampliare lo sguardo per trovare narrativa contemporanea che proponga personagge e autrici in contrasto con lo stereotipo imperante. Se nell’opera di alcuni scrittori, Premio Strega incluso, persiste la figura femminile oppressa a cui non resta che arrendersi al ruolo imposto dalla società o dall’uomo di turno, con alcune scrittrici, invece, si prova a lavorare in direzione opposta, proponendo eroine dai contorni tanto storici quanto mitologici, nonché saghe familiari dall’impronta Ferrantiana tra amicizie lunghe una vita, menti geniali, qualche accenno di smarginatura e i piedi ben piantati nel Novecento italiano. Ma al di fuori di queste traiettorie narrative sicure e lungamente esplorate ci sono ancora esempi interessanti di sperimentazione letteraria che offrono a lettrici e lettori personagge talvolta ostiche, sfacciate, violente, il più delle volte portatrici consapevoli di una nuova narrativa possibile, soprattutto se è dato lo spazio alle scrittrici di esordire e sperimentare.
Quella che segue è una selezione parziale e in traduzione di possibilità più o meno riuscite.
Riappropriarsi di un genere letterario

Era inevitabile che nella presentazione di questo titolo si citasse Bret Easton Ellis e il suo “American Psycho”, con la segreta convinzione che un romanzo che descrive la brutalità della società del consumo e dell’apparenza possa essere solo ispirato da un protagonista come Patrick Bateman: bello, di successo e malvagio. Nel romanzo di esordio di Laura Picklesimer, “Uccidi per amore” pubblicato in Italia da Ubagu press nella traduzione di Federica Principi, appare evidente l’ispirazione originaria, ma la storia prende la sua direzione. La protagonista, Tiffany, è una studentessa universitaria in una Los Angeles indifferente e pericolosa; la novità assoluta del romanzo è, però, che il pericolo è lei stessa. I sogni di distruzione nell’incipit presagiscono l’animo inquieto di una giovane donna bellissima, ricca e superficiale quanto basta per costringerla a cercare una vocazione diversa dalle solite. Fortuna vuole – ma è una fortuna solo per lei – che Tiffany riesca a trovarla negli omicidi di uomini superficiali quanto lei e altrettanto violenti. Un romanzo allegorico che costruisce un’antieroina con cui è impossibile empatizzare, tranne, forse, per un istante nel suo atto finale di resistenza in cui una strana idea di giustizia personale si fa strada e la aiuta a sopravvivere nella prova più pericolosa. Picklesimer mette cura nella costruzione di tutti i suoi personaggi donando loro un’apparenza profondamente statunitense, anzi, per la precisione californiana: votati all’apparenza, al denaro e alla carriera, con il loro aspetto siliconico tornito da palestra, pilates e sesso. Anche Tiffany sembra nascere dalla stessa matrice di tutti gli altri, fino a quando la sua ragione di esistere le viene in soccorso contro l’appiattimento della società capitalista. L’essenza di “Uccidere per amore” sta proprio nel ribaltamento dei ruoli, nella possibilità congegnata da Picklesimer di assegnare a una donna la malvagità più accecante, il desiderio di sangue e vendetta che si accompagna anche, in un certo senso, a un tentativo di purificazione di sé stessa e del marcio che le gira intorno. Tiffany è figlia di Patrick Bateman, ma estende le possibilità del suo desiderio omicida, lo rende contemporaneo e altrettanto allegorico, ma in una prospettiva nuova, finalmente femminile. E il già citato finale del romanzo è tanto pazzo e furioso quanto la sua protagonista, che agli occhi di chi legge si redime pur rimanendo una delle più feroci assassine della nuova narrativa statunitense.
Il selvaggio femminile

Un altro paragone letterario è di nuovo il punto di partenza di un altro esordio, “Adorate creature” di Amy Twigg pubblicato in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Claudia Durastanti. Il classico da citare è “Il Signore delle mosche” di William Golding che proponeva la discesa nella barbarie di un gruppo di ragazzi, destino ineluttabile per tutti i sistemi umani. In maniera analoga Twigg racconta una nuova barbarie, ma in un sistema sociale di sole donne. Sono rinchiuse in Breach House, una tenuta governata da Blythe, donna arcigna, indurita dal lavoro nei campi e dal suo passato. Breach House è un ecosistema autosufficiente in cui donne in cerca della propria identità lavorano la terra, imparano a coesistere e, soprattutto, a ubbidire alla gerarchia femminile. Torna, quindi, il tropo narrativo della perdita di identità delle donne, spente dal già citato sistema patriarcale e che provano con ogni mezzo a recuperare loro stesse. Non sempre, però, la ricerca ha un lieto fine e anche questo è un elemento di novità assoluta. La protagonista di Twigg, Iris, ha appena chiuso una relazione con un uomo inconsistente, ha sulle spalle traumi familiari importanti e cerca la salvezza nella rigidità delle regole di Blythe. L’autogestione femminile in Breach House degenera gradualmente, ma senza sosta: non c’è una pagina del romanzo in cui non ci si accorga della deriva violenta che è alle porte. Torna, allora, anche il tema della violenza femminile: non più esseri eterei che accudiscono e assistono gli uomini, ma individui senzienti che, pure se plagiati da una personalità femminile dominante, contravvengono alla morale comune e diventano capaci di atrocità impensabili, anche se liberatorie, ma solo in senso metaforico. Le personagge moderne, quindi, hanno appreso la violenza patriarcale e ne dispongono per vendicarsi dell’oppressione. Non è un punto di arrivo auspicato, ma fa parte del processo. “Adorate creature”, come “Uccidi per amore”, riesce anche in un altro intento, ovvero quello di smarcare la voce narrante in prima persona dallo stereotipo imposto dai critici: non c’è niente di ombelicale o semplicistico nella narrazione in prima persona, piuttosto si recupera immediatezza e comunicazione con chi legge, consentendogli di comprendere a pieno le motivazioni di questo nuovo femminile. In questo senso la prima persona diventa un’esigenza.
Qualcosa del genere si era già visto, per esempio, ne “Le divoratrici” di Lara Williams, pubblicato da Blackie edizioni, traduzione di Dafne Calgaro e Marina Calvaresi, meno efficace dal punto di vista letterario, ma prossimo nei temi. Non si può fare a meno di sorridere, però, a riguardare la bandella di quella pubblicazione: ancora una volta un paragone con la letteratura maschile, questa volta con “Fight Club” di Chuck Palahniuk. È come se, per essere legittimati, questi titoli abbiamo ancora bisogno sempre della sponda di un libro famoso, ovvio, è la base del marketing, ma sempre di uno scrittore.
La fuga come redenzione
Non solo violenza, ma anche redenzione. Sulla falsariga dell’esplorazione della propria identità, già citata in “Adorate creature”, esiste un altro filone narrativo che esplora il femminile e le sue personagge. Donne incrinate dalla mancata realizzazione personale, sempre nel solito sistema performativo capitalista, che reagiscono a lutti profondi e traumi complessi con un cambio di prospettiva e di vita. Succede, per esempio, a la protagonista di “Vento forza 17” di Caroline Wahl, un altro romanzo pubblicato da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Scilla Forti. Un libro delicato, ma non per questo esile, anzi. Ida, la protagonista, è una giovane donna distrutta dalla perdita della madre; nel viaggio la guarigione approda nell’isola di Rügen, nell’estremo nord della Germania. Ad accoglierla la comunità locale e soprattutto un’anziana coppia che in lei ritrova il senso di famiglia perduto. Un percorso tortuoso quello di Ida, tra dipendenze, istinti suicidi e il germoglio di un amore che prova a cambiare il corso della sua autodistruzione. L’elemento ambientale, in questo caso, si affianca alla rinascita della protagonista, come fosse un romanzo di “ri-formazione” che può confermarsi tale solo in un determinato scenario. Con una penna istintiva ed essenziale, l’autrice naviga gli strati di una donna giovane che si imbatte nella speranza quando ha mollato la presa sulla vita e lo fa senza abusare di stereotipi sulle relazioni, il vero centro nevralgico del romanzo, e donando all’amore una leggerezza degna dei migliori romance. Un interessante corrispondenza sul tema della fuga come redenzione si può individuare con un romanzo del 2016, pubblicato in Italia nel 2017 da Guanda, esordio della scrittrice Amy Liptrot, tornato alla ribalta per la versione cinematografica interpretata da Saoirse Ronan. “Nelle isole estreme”, tradotto da Stefania De Franco, affronta le stesse tematiche: la vita insostenibile, le dipendenze, la mancata realizzazione e la fuga in un’isola, in questo caso all’estremo nord delle Orcadi, oltre la Scozia. Tutto questo contribuisce alla riscoperta del sé attraverso la natura selvaggia.

Discorso sull’identità
A chiudere questa prima indagine sullo stato dell’arte della narrativa delle scrittrici con le loro personagge fuori dagli stereotipi c’è una pubblicazione NN editore, “Una vera americana” di Rachel Khong tradotto da Clara Nubile. Il romanzo meno convincente tra quelli citati, sviluppato su una linea temporale ambiziosa che esplora passato, presenti multipli e un futuro confuso e poco promettente, ma tuttavia rimane una storia che colpisce per la personale esplorazione dell’identità delle donne statunitensi. C’è Lily, figlia di genitori cinesi arrivati negli Stati Uniti per conquistare una vita migliore, ma che faticano a gestire la coesistenza delle due culture, quella di nascita e quella di adozione. Lily affronta una vita con il peso di un trauma generazionale che si propaga anche su suo figlio; una protagonista che, per fortuna, è libera di compiere le scelte sbagliate in una vita ordinaria e ricca di ostacoli. Khong risolve spesso i nodi della trama con coincidenze e ricorrenze, ma la sua rimane un’esplorazione consapevole, ancora una volta, dell’identità, questa volta legata all’immigrazione e al rapporto con i genitori. Le relazioni familiari, del resto, erano già presenti nel suo esordio, “Bye Bye Vitamine“, pubblicato da NN editore nel 2019, traduzione di Silvia Rota Sperti, che con brillantezza affrontava il diario di Ruth mentre affronta il declino inesorabile di suo padre.

In conclusione
C’è qualcosa di unico eppure universale in queste quattro personagge, capaci di parlare alle lettrici tutte e ai lettori più arguti. Il loro è un passo ulteriore verso una rappresentazione letteraria autentica, sincera e brutale delle donne. Da questa esplorazione c’è solo da guadagnare, per insegnare soprattutto alle nuove generazioni di lettrici e lettori che una prospettiva meno scontata sul femminile sarà sempre possibile.