La via del loto. Viaggiare in Asia, leggere l’Oriente, è il nuovo libro di Luca Buonaguidi – pubblicato lo scorso 6 novembre da I libri di Mompracem, edizioni curate da Paolo Ciampi. Racconto di trecento giorni in Asia, attraverso quindici paesi, un lungo passaggio a Oriente, tra Sri Lanka, India, Malesia, Vietnam, Cina, Russia. Un viaggio di ricerca di sé e dell’Altro, rievocando chi in quelle terre ci è già passato e ne ha scritto: maestri come Kapuściński, Terzani, Chatwin, poeti come Mandel’stam. Luca Buonaguidi è psicologo, scrittore e viaggiatore: autore di diversi libri.
Qui sotto vi invitiamo a leggere un estratto dal capitolo dedicato all’India. Buona lettura.
L’INDIA È GRANDE
Amo i lunghi viaggi in treno. Ti dicono tanto del paese in cui ti trovi, a patto che tu viaggi nelle classi popolari, quelle superiori sono confortevoli ma tacciono. I racconti dei viaggiatori spesso coincidono con la realtà, a volte ricalcano lo stereotipo.
Nella mia prima volta in India avevo imparato un hindu sufficiente a tenere i primi due minuti di conversazione e gli indiani restavano scioccati dall’occidentale che parlava la loro lingua, abituati al super- bo distacco della dominazione inglese e si gonfiavano d’orgoglio, loro al contempo tanto nazionalisti e convinti di non valere quanto noi. In un attimo sulla carrozza si diffondeva la voce e accorrevano persone e intere famiglie per conoscermi. Il treno intero mi prendeva in custo- dia, offrendo completa protezione fino a destinazione.
Anni dopo ricordo ancora alcuni trucchi per vivere bene queste lunghe notti di sleeper class, i vagoni notturni che si possono permettere tutti. Alcuni li avevo dimenticati, come mettere qualcosa di morbido dentro la borsa da viaggio, il mio cuscino, nel punto in cui appoggerò la testa. Ma il più importante lo ricordo: offrire qualcosa da mangiare comprato prima di partire, ché gli indiani sono ghiotti di schifezze, ai compagni di scompartimento.
Da lì parte la banda, anche con i più ostici come Fakhruddin e Signora, coppia di anziani rajastani in viaggio per far visita alla figlia a Mumbai. Non parlano una parola di inglese ma mangiano volentieri e così iniziamo a parlare questa lingua di nessuno che accomuna i popoli sentimentali, basata sulla gestualità, la mimica e qualsiasi altro strumento assolva il compito di comunicare con l’altro. Non scambierei tutto il welfare scandinavo per quest’apertura mediterranea.
Mi continuano a parlare, non conosco una singola parola che usano ma la musica della loro lingua mi fa stare incollato al racconto. Alla fine capisco pure tutto ed è il mio turno. Ho raccontato quello che ho appena scritto e prima di scendere dal treno ho chiesto di scattare una foto per ricordarmi i loro volti dai lineamenti ruvidi ma dolci. L’ultima volta che li ho guardati era uguale alla prima, si passavano un piccolo quaderno di versetti dal Corano, salmodiando sottovoce.
Adesso mi intristisce il pensiero che non ci vedremo mai più e allora apro la loro foto, mi concentro sul loro volto come a spremere succo da un’arancia.
Fuori dal finestrino l’India è una grande luce che ci beve tutti.
(…)

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Il Gange si scorge da lontano come il filo d’orizzonte in un’aria ocra, parassitaria. Gente come mosche che vanno da una parte all’altra senza un senso apparente, bestie uomini e dèi, tutti indistintamente sospesi in una caotica rassegnazione alla città più profana tra le città sacre dell’India.
Ovunque s’annidano santoni d’ogni tipo. Gli anghori dalle apparenze spaventose con quei corpi seminudi cosparsi di cenere, i lunghissimi e inestricabili capelli, spesso intenti a fumare in chillum di terracotta, guardando i passanti dai loro piccoli podi in legno senza osservare nessuno in particolare. Centinaia di altri sadhu, maghi e indovini.
Uno tra loro mi ferma sui ghaì, gli affollati gradoni sul Gange, per leggermi la mano. Mi dice di stare attento ai suoi colleghi e ai cattivi auspici che mi potrebbe portare la loro manipolazione, «perché Varanasi è un posto in balia di oscure energie, un luogo per santoni e imbroglioni. E demoni», conclude guardandomi con gli occhi fuori dalle orbite. Secondo la cosmologia indù Varanasi, pur rappresentandone il centro, non appartiene a questa Terra. Non è un caso che sia piena di pazzi che qui esercitano la loro differenza psichica dal resto del mondo.
Varanasi è una città che schiaccia tutti, indistintamente nell’Intero. Tutto è un discorso a margine della morte, con le sue pire che bruciano i corpi senza vita per poi disperderne le ceneri nel fiume, senza pianti, senza risate, senza complicità esteriore con la fine del corpo materiale.
Varanasi è la città della morte, qui «tutto sembra impegnato a morire», annota Terzani: sedersi sui ghat è sedersi sulla sua scena immutata, esserne ospiti, poterla osservare: qua la si inscena, la si celebra, la si anela. Allora tutto il resto diventa un’illusione, un’illusione di cui fino all’attimo prima non avevamo mai dubitato di far parte. Anche per questo qui, quattro anni fa, mi persi. La follia dell’India l’ha chiamata Regis Auralt, uno psicologo francese che ha studiato i casi di migliaia di occidentali venuti in India con piene facoltà mentali e tornati, se tornati, senza.
E nel paese ideale per perdersi, questa città ti dà il colpo finale.
Preparano le pire, una via l’altra… Tra due sponde questo è il pun- to, scritto nell’infinito alfabeto del sempre. Qui in mezzo, come per gioia del limite l’anima ha inizio, inizia la sua frase, imparata e scor- data, quante volte, e mai dimenticata… La madre delle domande scivola nell’acqua.
(Cristiano Poletti, Temporali)
Varanasi è il luogo dove Shiva scelse di vivere con la moglie Par- vati e in cui il Gange si fa Dio permettendo ai morenti di sfuggire al samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita. Nell’induismo «nascere è dolore, dolore e ancora dolore» come recitano i testi classici e ancora oggi un numero imprecisato di persone viene qui a lasciare il corpo, sperando di spezzare la ruota cosmica delle rinascite, che ci reincarna perpetuamente e ci allontana dalla mokhsa, la liberazione finale dal tormento che è vivere e rivivere.
Qui il Gange è uno sterminato obitorio. Due sponde, una per i vivi e l’altra per i morti. Nel mezzo il fiume scorre come aria in un ossario. Una volta che i corpi arrivano davanti al Dio-fiume, il corpo viene immerso per essere purificato e spostato su un letto di paglia e legna, poi si benedice con una puja. Infine gli officianti accendono il fuoco, vegliato dai familiari.
Tutto terribile e inverosimilmente quieto nel livido Manikarnika ghat, la trasposizione indù di un girone dantesco in cui bruciano fino a dieci pire funerarie contemporaneamente. Vacche, cani, bambini, truffatori, mendicanti, santoni hanno tutti un diverso grado di estraneità alla cerimonia eppure sono compresi nella scena. I visitatori possono accomodarsi, come allo zoo, davanti alla morte ma qui non ci sono sbarramenti a proteggerli, confinando l’immateriale in un mondo dopo il mondo.
Il viaggio di un’anima è tutto qui, intero e incomprensibile davanti ai nostri occhi. Se si viene da Occidente, bisogna rinunciare e ripartire da capo, ricostruire un senso che accolga la possibilità ontologica della morte come pienezza.
Solo i santi, i bambini e le donne incinta non necessitano delle fiamme per purificarsi, a loro basta essere posati nelle acque sacre del fiume avvolti in un sacro bendaggio. Sono già puri, leggeri abbastanza per intraprendere il viaggio. Per tutti gli altri c’è questo sogno di un fuoco che ci consumi, da tanti coltivato negli «ostelli della morte», locali dove si accolgono pellegrini che come ultimo atto della propria vita hanno scelto di lasciarsi morire qui.
Aspettano mesi, anni facendo la questua per comprare legna con cui ardere il proprio corpo, sognando le pire che intanto bruciano altri corpi a pochi metri di distanza, la distanza che c’è tra vita e morte a Varanasi.
(..)

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Oggi in India è un giorno di festa. Nel calendario indù il Makar Sankranti segna il giorno in cui il sole ricomincia il suo viaggio verso Nord e i bambini salutano il suo sfavillante ritorno facendo volare in cielo milioni di aquiloni.
Che belle le metafore con cui l’induismo rappresenta il ciclo naturale delle cose. Noi questa poesia la stiamo perdendo con la religione della scienza, più vicina alla verità della materia ma più lontana dai bisogni immateriali delle persone. Metafore diverse della medesima conoscenza. O non conoscenza: siamo tutti dentro alla grande illusione che cela il velo di Maya. Io in India ritorno sempre per ricordarmi che non so niente.
La mia religione è la poesia, questo linguaggio attraverso cui l’ori- gine ci parla. E i poeti romantici credono che «tutto, assolutamente tutto, sia originario dell’India». Come ricorda Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente, al contrario della nostra civiltà che ha in Erodoto il fondatore della storiografia, «l’India dimentica tutto», perché non ha nessuno che la percorra avanti e indietro raccogliendo fatti.
L’India non ha la storia, ha «solo» il mito. Ma se la storia non vede fino all’origine, il mito ne è generato. Se persiste, diviene presente, l’oggi resiste all’oblio dei fatti. In India contano i fantasmi. È come se noi non conoscendo le vicende di Pericle o Leonida, credessimo come vere le vicende di Ulisse e Calipso.
Anche il mito su cui si basa la psicologia indiana, è diverso da quello su cui si basa quella occidentale. Non il complesso di Edipo ma quello di Yayati. Re della razza lunare, Yayati fu invitato nel cielo di Indra, vi apprese strumenti di beatificazione che, tornato sulla terra, comunicò ai suoi sudditi. In seguito alla totale morigeratezza dei costumi stabilitasi nel regno, nessuno moriva più; Yama, dio della morte, si lamentò di questo fatto presso lo stesso Indra. Il dio inviò pertanto sulla terra la divinità dell’amore Kama, che ristabilì presto le passioni e i desideri in seno agli uomini.
Qui è tutto così diverso anche per questo, perché questa strana mitologia, strana per noi, qui la vivi sui treni, la respiri nelle strade, la vedi negli occhi dei bambini coi loro aquiloni e ancora oggi, ogni volta che torno, ho una piccola crisi. Si manifesta dopo due o tre settimane dal mio arrivo, inizia con l’insofferenza, poi diventa rabbia, allora ingaggio una ridicola lotta interna con l’India, provo a respingerla ma lei mi monta addosso come un elefante deificato. Questa ostilità cela la paura e la tristezza di essere soltanto un piccolissimo essere umano disperso in mezzo al cosmo infinito.
Finisce sempre così, che posso solo accettare che l’India sia più forte e alta di me e provare a divertirmi con questa sua forza, con questo suo enigma, cavalcando la mia debolezza e la mia ignoranza. Questo senso della proporzione universale mi sembra sempre di più l’unica prospettiva possibile sulla vita e sulla morte. È tutto quello che so e tutto quello che so non è che una vaga indicazione su dove io mi trovi in mezzo a tutto questa inconoscibile immensità.
Dunque oggi, nel giorno in cui luce e tenebra si equivalgono in du- rata, mi commuovo per il ritorno del sole. Per l’illusione che alla fine vincerà la luce.
Come dicono qui, l’India è grande!
