La nuova “fatica” dell’autrice e drammaturga francese analizza e ritrae la vita delle persone da un particolare punto di osservazione, quello dei banchi dei tribunali
C’è chi per trovare ispirazione nella scrittura, attingendo da scene di vita quotidiana, va a scrivere in un caffè. Gli scrittori francesi invece preferiscono i tribunali: lo ha fatto Emmanuel Carrère e per quindici anni Yasmina Reza ha attraversato le aule di dibattimento, studiando processi, giudici e testimoni susseguirsi al banco degli imputati. Da quelle sue giornate da osservatrice ha tratto ispirazione per la sua raccolta di racconti brevi La vita normale, uscita di recente per Adelphi, con la traduzione di Davide Tortorella.
Figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese di origini ebraiche, Reza è nata in Francia nel 1959: si è affermata prima come drammaturga – dopo una breve esperienza da attrice teatrale – tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. La sua opera più celebre è Dio del massacro, traslata sul grande schermo da Roman Polanski. Negli anni Duemila, su invito del suo editore francese, ha iniziato a dedicarsi alla narrativa con Al di sopra delle cose (edito nel 2000). Da lì è arrivato il successo internazionale, confermato da Felici i felici (2013), Babilonia (2016) e Serge (2021): in Italia è una scrittrice apprezzata dalla critica e dal pubblico per l’affilatezza chirurgica della sua scrittura e per la sua capacità di rappresentare vividamente la vita umana, ritratta in una commedia dal sapore dolce amaro.
La scrittrice e drammaturga ha di recente pubblicato un affresco di vita cruento e sanguinolento dell’umanità, così conturbante nella sua crudezza. Nonostante il vivido interesse per la vita umana, tipico della scrittura di Reza, sia palpitante anche nella sua ultima fatica, con La vita normale il registro e il fulcro di interesse dell’intellettuale cambiano notevolmente: le piccole cose apparentemente insignificanti – ma così determinanti per lettori e personaggi – della vita non sono più al centro della narrazione, bensì rimangono in disparte.

La vita, nella sua normale crudeltà
La vita normale è un mosaico di storie brevi e ridotte all’osso che procede per accumulo: le persone descritte nelle udienze processuali si sommano attraverso una scrittura asciutta e priva di filtri soggettivi fino a sovrastare il lettore. Le pennellate di volti di colpevoli e innocenti compongono un mosaico a trecentosessanta gradi di quello che è la vita, in tutta la sua efferata e cruda umanità: Reza si astiene dal giudicarli, dal dipingerli come mostri (quello, purtroppo, è il compito dei media mainstream), mentre li ritrae in un momento fondante della loro vita, prima di precipitare nel vortice della giustizia.
Grazie all’attentissima Reza e alle sue note, i lettori assistono a squarci di discorsi e arringhe di avvocati, di pubblici ministeri e di imputati. Il risultato? Un’orchestra confusa, stridente, caotica, a tratti limpida e chiaroscurale al tempo stesso: una perfetta rappresentazione della vita umana, in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, dove sembra impossibile trovare la verità, guardare il mondo in bianco e nero. Infatti, i tribunali, attraverso lo sguardo indagatore dell’autrice, si trasformano in palcoscenici in cui gli imputati recitano la propria versione della verità e dove la realtà si mischia inesorabilmente con la finzione. E non c’è via d’uscita se si cerca di discernere il vero da ciò che è una posa strategica, qualcosa di fittizio e ben costruito.
Si è di fronte a una narrazione distante a quella a cui si è abituati – si pensi al true crime o agli altri prodotti culturali legati alla cronaca nera – che ha sempre solleticato i nostri pensieri più pruriginosi e ha posto una barriera netta tra i buoni e i mostri, i deviati, i disumani. Chi legge La vita normale alla ricerca di un’analisi sul male rimarrà deluso, perché troverà un invito a non distogliere lo sguardo, a non caricarlo di giudizi morali, a non porre una netta separazione tra buoni e cattivi. E avrà molte difficoltà a respirare tra quelle aule di tribunale che si susseguono e si sommano senza sosta.

Qualche sprazzo di umanità luminosa
Ma non c’è solo questo. Si trova un po’ d’aria al di fuori delle aule di tribunale grazie anche a scorci luminosi su una Venezia intima e vissuta, oltre che sulla vita quotidiana di Reza: dagli esilaranti confronti con Benigno Brolese sulla burocrazia italiana all’amicizia letteraria con Roberto Calasso, da famigliari ad amici a semisconosciuti incrociati per strada.
“Una sera d’inverno Nicole e io ceniamo nella mia cucina. Una di quelle sere opache. Siamo stanche, parliamo di cose deprimenti. Lavoro, amore, non ne va bene una. La accompagno alla porta verso mezzanotte. Ci salutiamo con un bacio. Tengo aperta la porta mentre scende le scale a piedi. Sento i suoi passi. A un tratto, mentre la immagino arrivata al primo piano, sento una voce che canta. È lei! Mi sporgo dalla ringhiera, grido: «Stai cantando!». «No, no,» dice lei «è un errore! Mi stavo giusto chiedendo: ma che hai da cantare?».
I brevi dialoghi intessuti con Reza o i ricordi cristallizzati di momenti del passato e di fantasmi della sua memoria sono un balsamo dolce amaro per l’efferatezza e le sensazioni di smarrimento che si provano nel leggere i racconti ambientati nei tribunali francesi. Questi frammenti di quotidianità completano, in un certo senso, l’intero ciclo della vita, composto da gentilezza, crudeltà, efferatezza, dolcezza, spietatezza che caratterizza ogni essere umano.