Il 14 aprile 1935 il cielo di un’intera porzione degli Stati Uniti centrali si oscura per una tempesta di polvere. È proprio con la Domenica Nera, come è stata chiamata nei libri di storia, che comincia “L’Antidoto”, romanzo della scrittrice statunitense Karen Russell edito da SUR nella traduzione di Veronica La Peccerella.
«La Domenica Nera era iniziata come uno squarcio nel cielo occidentale, che si era allargato sempre di più, spargendo terra invece che sangue». A parlare è Harp Oletsky, un contadino di mezz’età, figlio di immigrati polacchi, la cui piccola porzione di terra scampa miracolosamente alla distruzione.
«La Domenica Nera, prima che chiunque la chiamasse così, mi sveglia in prigione con un suono simile a quello di un treno merci che mi attraversava come fossi un tunnel». Questa, invece, è la voce di colei che dà il nome al romanzo, l’Antidoto in persona, ovvero Antonina Rossi, figlia di immigrati siciliani, strega della prateria per la sua capacità di raccogliere, come fosse una cassaforte, i ricordi della gente. Accosta il suo cornetto acustico all’orecchio mentre uomini e donne “versano” in lei parole e pezzi di vita. Antonina ricambia con una ricevuta, l’unica chiave d’accesso per recuperare il ricordo trasferito. La Domenica Nera, però, porterà via non solo le terre e il mondo come l’aveva conosciuto, ma sottrarrà ad Antonia il suo deposito di ricordi. Lo smarrimento che ne consegue la perseguiterà per tutto il romanzo.
A completare il coro di personaggi protagonisti Asphodel Oletsky e Cleo Allfrey. Dell è la nipote di Harp e vive con lui da due anni, da quanto sua madre è stata uccisa; ha sedici anni ed è una giocatrice di basket amatoriale, competitiva e di talento. «Dopo la Domenica Nera, la linea telefonica condivisa brulicava di storie dell’orrore», dice, ma la sua attenzione è focalizzata su un altra notizia, l’esecuzione di Clemson Louis Dew, accusato dallo sceriffo di essere l’assassino della madre.
Cleo Allfrey, invece, fa capolino più tardi nella vicenda. È una fotografa nera mandata nei territori colpiti dalle tempeste di sabbia dall’Agenzia per il Reinsediamento, ente federale che vuole documentare le condizioni della popolazioni per «scopo sociale».

Sono molteplici le storie e i temi che si intrecciano in questo romanzo di oltre cinquecento pagine ambientato a Uz, fittizia cittadina del Nebraska dal nome preso in prestito dalla Bibbia; molteplici anche gli strati di queste storie che si ramificano nello spazio e nel tempo degli Stati Uniti rurali degli anni ’30 del Novecento: dai disastri naturali al ratto delle terre alle popolazioni Native, i Pawnee in questo caso, fino alla pulizia etnica che ne è conseguita. La brutale politica del governo degli Stati Uniti, infatti, sottrae loro il territorio, lo assegna a coloni bianchi e lo danneggia con coltivazioni intensive che ne devastano l’ecosistema. I Pawnee furono esiliati in una riserva a chilometri dalle loro terre d’origine, i loro figli rinchiusi in collegi, carceri di fatto, e privati di identità e cultura. L’assonanza con le vicende contemporanee è spaventosa.
Russell ha scritto, quindi, un grande romanzo statunitense, lo ha costruito con sapienza e spavalderia capitolo per capitolo, alternando le voci delle protagoniste già citate, avendo cura di assegnare a ognuna una storia personale, un senso morale e una voce ben distinta. Sebbene l’Antidoto sia, a tutti gli effetti, il perno intorno a cui ruota la vicenda, è Dell Oletsky la perla vera di questo romanzo. Giovane, disincantata ma anche ingenua, mossa dal sacro fuoco della passione sportiva per poi finire in prima linea nelle vicende della sua comunità. Dell è divertente, peculiare, difficile da dimenticare. È nei capitoli a lei dedicati che la scrittura di Russell respira e si dilata, prendendosi cura sia dei dettagli delle scene, minuzie irrinunciabili, ma anche dettando il tempo più ampio della narrazione. Dell, allora, si muove in un ambiente povero e degradato del Nebraska, cuore malandato degli Stati Uniti negli anni ’30, tra rocce e «lucertole sbalordite», insegue «pensieri rumorosi» quando è in difficoltà e di lei lo zio dice che vive «su un giacimento di rabbia» talmente la sua anima ribolle. C’è un capitolo a spiccare su tutti ed è dedicato alla finale del campionato di basket con la squadra di cui è capitana. La voce di Dell è nitida, tenera e furiosa, inconfondibile.
Antonina, d’altro canto, come si è già detto figura chiave del romanzo, porta con sé una storia di patriarcato tra le peggiori delle vicende d’oltreoceano in cui, ancora una volta, il sistema politico e sociale vessa le giovani donne e dispone dei loro corpi come fossero capi di bestiame. L’Antidoto sopravvive all’indicibile, alla violenza di genere e a quella di uno sceriffo assetato di potere. Una personaggia naturale e credibile, nemmeno per un momento si mette in discussione il suo dono sovrannaturale; la sospensione dell’incredulità nel romanzo di Karen Russell è un fatto assodato, anzi, verrebbe voglia di invocare le streghe della prateria e le loro discendenti per riportare il buon senso in quest’epoca violenta e cattiva.

La narrazione, pure se dilatata e abbondante, non stanca, anzi, tiene il ritmo fino alle ultime cento pagine in cui il romanzo sboccia. Qui nel botta e risposta tra Antonina, Dell, Cleo e Harp, si fanno strada anche altre voci narranti: uno spaventapasseri stranamente sopravvissuto alla Domenica Nera e una gatta randagia in cerca di vendetta.
“L’Antidoto” è costruito sulle basi di un realismo magico calato nel contesto statunitense, come se una spruzzata di magia fosse stata aggiunta alle povere anime misere del “Furore” di Steinbeck, definito da Russell come ispirazione per la stesura del romanzo. L’altra fonte di ispirazione, “Con gli occhi rivolti al cielo” della scrittrice Zora Neal Hurston, invece, fa capolino in Cleo. Tra i poteri dell’Antidoto, macchine capaci di scrutare passato e presente e voci lontane che trovano nuove dimore, il romanzo intrattiene, diverte e mette insieme i pezzi di una storia passata dimenticata con facilità, tanto da non riuscire più a individuarne gli schemi reiterati nel nostro presente. Le verità di questo romanzo sono personali e collettive, costruite con cura e trasporto. La consapevolezza che si compone, man mano che ci si avvicina alla fine, è che anche una catastrofe naturale come la Domenica Nera ha un’origine antropica, che la storia si ripete con la stessa crudeltà colonialista in ogni secolo e che è fondamentale ricordare, diffondere e prendere posizione anche con un romanzo surreale, comico e tragico come “L’Antidoto”.