Laura Maria Gabrielleschi è nata a Lucca. Ha pubblicato diversi libri di poesia che hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Ricordiamo il primo nel 1994 dal titolo “Le case degli anni”, con la casa editrice Del Giano di Roma e prefazione di Dario Bellezza e l’ultimo nel 2024 “Vado a memoria”, Edizioni Industria & Letteratura, Massa, con prefazione di Roberto Pazzi. Sue poesie sono apparse su numerose antologie e di lei si sono interessati alcuni fra i maggiori poeti e critici del secondo Novececento (Pardini, Loi, Lamarque, Carifi, Ruffilli, Cucchi ed altri).
Ho chiesto a Laura Gabrielleschi perché e quando è stato che ha cominciato a scrivere poesie e mi ha dato una risposta spiazzante: ho scritto poesie per mancanza d’amore. La madre distaccata e lontana, il padre morto quando lei aveva tredici anni hanno fatto sì che si sia sentita poco amata, sola, messa da parte e i quaderni in cui riversava parole e parole sono diventati il luogo dell’accoglienza, hanno preso il posto del corpo dei genitori, dell’abbraccio mancato, dello sguardo mancato che lei ha rivolto alla poesia e che la poesia ha rivolto a lei. Il tema preponderante nella sua produzione poetica è quello della memoria che collegando il nostro passato al presente dà un senso alla nostra vita. Memoria intesa non solo come un dialogo con chi non c’è più, ma anche come ricostruzione della propria immagine, della propria identità attraverso l’eredità che ci è stata lasciata da chi ci ha preceduto, in primis dai genitori, ma anche da quelle persone, da quei luoghi che hanno lasciato un segno nella nostra vita. È quella di Gabrielleschi una poesia che si muove tra le ombre del passato, che non solo lei non lascia andare, ma dalle quali lei stessa non riesce a liberarsi, e la sua storia presente in una serie di felici rimandi e di immagini suggestive in cui la profondità del vissuto si rispecchia nella profondità del pensiero poetico in cui la vita riecheggia con l’eco della sua complessità. Memoria e affetti familiari sono, dunque, i tempi principali della sua poetica, molte sono infatti anche le poesie dedicate ai figli nei quali si perpetua la memoria della propria esistenza. La poesia di Laura Gabrielleschi con un linguaggio intimo e colloquiale, direi dialogante con il lettore, ci dice dell’importanza delle nostre, pur dolorose, radici, attraverso le quali si consegna agli altri il succo del proprio vissuto, distillandone anche il bene e il bello che c’è stato, perché sia nutrimento e sguardo in avanti per progettare un futuro conforme alle nostre più profonde e vere esigenze.
Lucianna Argentino
da “Dialogo con la madre” (1998)
Chi sei tu
Che sigilli la porta
Che incontri l’ombra
del mattino o spii il cielo
per scoprire nuove stelle?
Tu sapevi parlare di gioia
di essenza, tu forma cercata
di solitudine complicata
spinta nella storia
-rimpicciolita-
prima di rassegnarti
all’estremo riposo.
(inedito)
Da tempo ho perso
Il suono della sua voce
e anche il sonno.
Piano piano
resto aggrappata
ai suoi passi
svaniti
intorno alla casa.
In fondo alla via c’è
un bar vicino a un tabacchi:
su e giù per te
solo
a disperdere sogni
e respiri.
I tuoi abbracci
sono stati gli ultimi.
Non mi lasci mai.
da “Vado a memoria” (2024)
Non è Itaca che cerco
per appendere l’abito vecchio
non è nemmeno la parola
lasciata sola
che risale alla bocca
e non è il colore del sangue
di un figlio
o il velo che ci separa
non è nemmeno la pioggia di autunno
o l’amore che si arrende.
E la risposta non è il bacio
frutto del peccato
mangiato di fretta
in questa casa dimenticata
ora che parlo
da sola
con i morti.
da “Inizio senza nome” (2003)
Fra poco non sarai che una banalità
Della vita, un tendine ritirato,
un’ansia da tenere fra due dita.
Non sarai più quel volto aperto
Nel mio pugno, ma un punto
Un sorriso sciupato,
un rimasuglio nelle tasche.
Forse ti confonderò con altri volti
Passati sul mio seno sconfinato.
E ai piedi rimasti fermi
Non chiederò perdono
Non avrò fretta di rincasare
Prolungherò a labbra chiuse
I giri intorno alla casa.
da “Di padre in padre” (2016)
Avverto in ogni angolo
la tua presenza
sopra il comodino c’è la nostra unica foto
avrò avuto dieci anni
e tu quel giorno avevi mangiato
e bevuto troppo
forse c’era il sole
forse era primavera
forse avevo tredici anni
ma tu giovane come sempre
non ce l’hai fatta a diventare vecchio
stanco, imbiancati i capelli
senza di me senza dire nulla
zitto zitto
hai cambiato strada.