Libri

Letture e riletture: libri dal 2025

“E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno”. Americana, Don DeLillo
Una manciata di libri che abbiamo letto durante l’anno, senza ordine o classifiche. Non necessariamente i migliori dell’anno, ma letture che sono arrivate sul finire del 2025, recuperi, ritrovamenti o semplici riletture.

Novanta. Una controstoria culturale – Valerio Mattioli

Einaudi

È sempre difficile parlare di un’epoca in cui non si è vissuti ma di cui si è subito tantissimo la sua fascinazione. Negli anni Novanta io avevo un anno di età ma crescendo quanto ho invidiato le persone più grandi per aver vissuto quegli anni, ascoltato quella musica, alimentato e vissuto delle sottoculture e mode che ancora oggi sono presenti in ambito musicale e non. Il libro con cui ho concluso l’anno è stato Novanta di Valerio Mattioli. Nel mio immaginario gli anni 90 si chiudono con i fatti del G8 di Genova e per tutti quei ragazzi disillusi (che all’epoca avevano la mia età oggi o poco meno) che sono poi diventati i cinquantenni di oggi, divorati dal burnout che ogni tanto cercano una piccola trasgressione nel fine settimana. “Produci, consuma, crepa” non era solo uno slogan ma una diagnosi precoce. Sono nata in una città in cui gli spazi di aggregamento o i negozi di dischi non erano poi così presenti. È come se qui gli anni 90 fossero stati per pochi. Ma il punto non è tutto questo anche se in parte è stato tutto questo da qualche parte. Novanta è molto più di un saggio su quegli anni: è l’esplorazione di un decennio che la memoria collettiva tende a liquidare con stereotipi (MTV, consumismo, “pace globale”, vhs, il Festivalbar, il Bagaglino) ma che, sotto la superficie, è stato un laboratorio pulsante di culture, linguaggi e politiche radicali. Mattioli recupera la trama sotterranea di un’Italia che si reinventava in forme nuove: spazi autogestiti, spazi occupati, fanzine autoprodotte, riviste di nicchia, rave, scene musicali, sound system. In Novanta le lotte, le pratiche e le comunità che animavano queste realtà, dal Leoncavallo a Milano al Link a Bologna, fino all’Officina 99 di Napoli, non sono analizzati come episodi marginali ma come nodi viventi di una geografia alternativa che ha influenzato, e continua a permeare, quella “cultura” underground da Nord a Sud. Era l’Italia che ballava ai rave e gridava nei cortei, che passava dai CCCP ai 99 Posse, da Curre curre guagliò a La terra dei cachi, con l’ironia come arma e la rabbia come carburante. Un libro consigliato non solo a chi quegli anni li ha vissuti, ma a chi vuole comprendere le radici profonde della contemporaneità culturale del nostro Paese, a chi si chiede ancora oggi perché molte fratture (politiche, culturali, sociali) rimangano ancora aperte. Un decennio che è stato un reflusso felice in un tempo storto, contraddittorio, attraversato da una domanda che tornava (e torna) ovunque: “che fine ha fatto il futuro?”. VALENTINA CARLUCCI


Rifiuto – Tony Tulathimutte

Edizioni e/o, traduzione Vincenzo Latronico

Il libro sul rifiuto di Tulathimutte rifiuta la presenza di personaggi essenzializzati, si muove nella dimensione del respingimento attraverso occhi maschili, femminili, non binari alla ricerca dell’astrazione perfetta, cercando di spostare il fulcro dalla coerenza biologica alla costruzione linguistica raggiungendola in Main Character Introduzione al Botgate, una storia profondamente intrisa di internet, solitudine e delirio. Tulathimutte si muove senza esitazione dentro un linguaggio pornografico che sia lo sguardo incrociato con una lingua penzolante di un Ahegao sino alla sparizione sfinterica di oggetti animati e non. È una storia di maschere e impersonificazioni, il femminista disperato risucchiato dalla manosphere, il migliore amico che non vede l’ora di scattarti una foto con i capelli scapestrati e il suo sesso tra le mani, la rivolta dei rapporti umani vitrei e fragili della rete, delle chat, un mondo dove amore, amicizia, famiglia sono elementi disgregati e lontani, elementi che vengono rifiutati e che rifiutano a loro volta, sino a scatanare orrori, terrori, incendi, umiliazioni. È un testo stratificato tra la razza e la classe, il genere e il sesso, la sua presenza e la sua assenza, un puro concentrato della più grande delle maledizioni: essere corpi pulsanti. ANTONIO GATTO

 


Spazzatura – Sylvia Aguilar Zéleny

Ventanas, traduzione Serena Bianchi

«Quello che vedete tutt’intorno non è spazzatura, è cibo, tetto, vestiti, mobili, vita. Mentre in altri posti la miseria cresce a dismisura, qui, a noi, ci fa andare avanti.»

Tra Ciudad Juárez, Messico, ed El Paso, Texas, USA, c’è una discarica comunale abitata. Famiglie, malfattori, intere comunità di persone emarginate e tra queste Alicia, una delle tre voci narranti di “Spazzatura”, romanzo di Sylvia Aguilar Zéleny pubblicato da Ventanas nella traduzione di Serena Bianchi. Un’infanzia traumatica non ancora conclusa né tantomeno elaborata e, come prospettiva, una vita nella discarica che tutto sommato non le sembra male.  Vive di espedienti, dei rifiuti che le città lasciano alle loro spalle e che credono di nascondere ammucchiandoli alla luce del sole, ma lontano da loro. Come scritto nella bandella di presentazione del libro, qui è tutto spazzatura, «comprese le persone». Ma Alicia non è la sola protagonista, i capitoli alternano la sua voce a quella di Griselda che risiede a El Paso, dall’altra parte del confine, e Reyna nell’immediato perimetro della discarica. Griselda è cresciuta nell’agio e della discarica studia gli equilibri sociali con un gruppo di studiosi statunitensi; Reyna, invece, è una donna trans che accoglie nuove ragazze destinate alla prostituzione, come lei. È questo il prezzo per la propria autodeterminazione. Nel solco della narrativa nuova messicana, femminista e d’innovazione, si pensi a Cristina Rivera Garza, Sylvia Aguilar Zéleny rivela le connessioni delle tre protagoniste e ne traccia, con grande capacità narrativa, il percorso di vita. ALESSIA RAGNO


Digressione – Gian Marco Griffi

Einaudi

«Chiunque si abbandoni a questo libro finisce per appartenergli». Atteso alla sua seconda prova, dopo il clamoroso e inaspettato successo di Ferrovie del Messico (Laurana, 2022), Gian Marco Griffi (Alessandria, classe 1976) costruisce con Digressione un congegno misterioso e affascinante, un gioco serio e mai serioso che dialoga incessantemente col lettore e col passato letterario dell’autore. È ancora, infatti, una copia de l’Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México a fare da detonatore e filo conduttore di questo debordante racconto a un tempo postmoderno e ottocentesco che mette al centro una storia di formazione e deragliamento, quella di Arturo Saragat adolescente di Asti e, infine, uomo all’interno di un caleidoscopio di vita e invenzioni: l’esilio di un Mussolini scampato all’esecuzione e contadino tra i suoi Asini Sacri sull’isola di Pantelleria, rievocatori littori, marmellate di fichi come fossero amuleti, la ditta Vercingetorige specializzata in mappamondi, specchi romantici di un universo picaresco, misteriosi rom e parchi dedicati a Pinocchio, campi da golf e scuole di mariachi. Con le sue infinite digressioni, Griffi mostra ancora una volta un animo da cantastorie fiabesco, da narratore di avventure erranti, tra utopie e distopie nelle cui filigrane si legge un atto d’amore alla provincia italiana, al dolore degli uomini in un mondo oscuro dove non possiamo essere gentili, una carezza alle vertigini di un sogno e alcune tra le pagine più belle dedicate ai padri imperfetti e alle loro dolorose assenze. Salvezze, perdizioni e redenzioni. FABIO MASTROSERIO


Cuore l’innamorato – Lily King

Fazi

C’è un momento preciso, intorno ai trent’anni, in cui la vita smette di sembrare una promessa e inizia a somigliare a un conto in sospeso. La protagonista di Cuore l’innamorato vive in quel cono d’ombra. È il 1997, ma potrebbe essere oggi: abita in una stanza che puzza di muffa, serve ai tavoli con un’efficienza rabbiosa e porta dentro il lutto per una madre mai davvero conosciuta e un romanzo che non riesce a finire. Lily King – considerata dal New York Times tra le migliori voci del 2025 – non scrive una banale storia d’amore, nonostante il titolo italiano possa trarre in inganno. King scrive della fame. La fame di cibo, di stabilità, ma soprattutto la fame di essere visti. Mentre la narratrice oscilla tra due uomini opposti – l’accademico solido e il poeta tormentato – la vera tensione non è sentimentale, è identitaria. Il pregio di questo romanzo è la sua onestà fisica. Senti i polsi tremare per la troppa caffeina e l’ansia dei debiti che toglie il fiato sotto le luci al neon del ristorante. King rifugge il romanticismo bohémien per raccontare l’oscenità di voler fare arte quando il mondo ti chiede solo di pagare l’affitto. Non c’è un nome a proteggere chi scrive, solo un corpo che resiste. Alla fine, ciò che resta è una guerriglia quotidiana per difendere uno spazio mentale proprio: un atto di sopravvivenza necessario quanto il pane. Una verità che, oggi più che mai, scotta. ILARIA DEL BOCA


Chiara – Antonella Lattanzi

Einaudi

Non bisognerebbe mai avere figli, ma neppure genitori”. L’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi, Chiara, ci porta nella Bari degli anni Novanta e in particolare nella sua periferia, fatta di palazzoni, cortili delle scuole, balconi da cui si potrebbe anche vedere il mare. Qui crescono Chiara e Marianna, due bambine provenienti da famiglie diverse socialmente e, soprattutto, culturalmente. La vita di Marianna sembra se non felice quanto meno serena: due genitori presenti, libri da leggere prima di dormire, un labrador. Chiara invece è la Baffuta fin dall’infanzia: nella sua famiglia si dà poco spazio all’estetica e ancor meno all’etica, visto che c’è un padre padrone e manesco e due sorelline terrorizzate. Ma le differenze finiscono qui: il Terrore abita anche in casa di Marianna, e la Lattanzi ce lo fa scoprire lentamente, alternando al racconto sul passato brevi sprazzi di presente. Una storia di un’amicizia particolare, con una narrazione inquieta, spesso sull’orlo dell’esplosione di temi e parole, in una Bari ventosa e ancora selvatica, tra mostri, corse (parola in codice: run!), cani depressi e tensioni emotive. In questo romanzo ci sono tante donne che non giganteggiano, volontariamente, e tre uomini ingombranti, altrettanto volontariamente. Non tutti hanno avuto diritto all’ingenuità dell’infanzia, se l’ingombro è una famiglia difficile: quali tracce lascia il dolore, quali l’assuefazione al terrore? Un romanzo adeguatamente stringato e un po’ sperimentale nello stile e nella lingua, che si adatta ad alcuni trend di moda senza risultare stereotipato (e senza confronti forzati con altre amicizie femminili e altre città). Diverso. ALESSANDRA SILIPO


Londra – Louis Ferdinand Céline

Adelphi, traduzione Ottavio Fatica

Nel viaggio al termine dell’opera di Louis Ferdinand Céline si è scoperto che non c’è ancora una fine. Scritti a lungo perduti si sono rivelati di recente. LF Céline non lo saprà mai, resterà intrappolato a lamentarsi del furto a eterna memoria. Vagamente si ricorderà di aver scritto, mi sono beccato la guerra nella testa / j’ai attrapé la guerre dans ma tête, si trascinerà addosso la ferita di essere tornato mutilato dal fronte, perseguitato dalla merda, la guerra, il corpo che sanguina, l’orrore che ronza all’orecchio. In Guerra (primo degli inediti) la lingua di Céline è barbara, a uno stato grezzo senza possibilità di revisione. Londra è il secondo inedito, più lungo, non è stata toccata una virgola dell’originale. Per quel che ne sappiamo neppure la moglie Lucette, scomparsa nel 2019, si è potuta concedere un’ultima danza con i manoscritti del marito. Se Guerra è l’incompiuta sfuriata contro il macabro di spararsi addosso, Londra contiene i postumi di una diserzione: racconto di un uomo sbranato, allucinato, drogato, forse impazzito, nella Londra della Grande Guerra, un fuggitivo con il cuore in folle. In questo doloroso impazzimento, tra bordelli, malavita, letture ossessive di notizie del giorno, osserviamo i prodromi di una lingua, una ricerca di lingua, una possibilità – osserviamo inoltre il futuro scrittore che si avvicina alla medicina, perché curare la povera gente è tornare al senso, quello che è andato perduto. Londra è brutale, umano, imperfetto: a tratti vino allungato con l’acqua, magma caldo di frasi pugnali. GIO TAVERNI


Michele Mari – I convitati di pietra

Einaudi

Una scommessa incisa nel sangue legherà per sempre la 5° quando, a un anno esatto dalla fine della maturità, nel 1976, gli ex liceali si inventano una scommessa: ogni anno, alla tradizionale cena estiva di classe, i convitati avrebbero versato una cifra. Non tutti potranno godere della cifra: solo gli ultimi tre sopravvissuti. Con la sua ultima fatica, I convitati di pietra, Michele Mari si cimenta in un horror milanese in cui i protagonisti cercano di eludere la morte e di crogiolarsi in una sorta di eterna giovinezza che, però, con il passare degli anni e delle sedie che iniziano a rimanere vuote, si sgretola dinnanzi ai loro occhi. Nell’arco di più di sessant’anni il rituale della riffa si svolge indisturbato ma, più il monte premi aumenta, più crescono i sospetti e i complotti per riuscire a ridurre i propri avversari. I convitati della 5° del 1975 partecipano a un valzer dell’horror dal quale non c’è scampo di uscire, se non attraverso il bacio della morte: invischiati in un vortice di inganni e tradimenti, inconsapevoli di aver concepito una riffa mostruosa “quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente”. Ne I convitati di pietra Michele Mari inscena una resa dei conti con la gioventù e i suoi sogni traditi, con una contemporaneità e una borghesia che non si sono dimostrati all’altezza delle aspettative. Ai lettori più affezionati dello scrittore milanese l’architettura del nuovo romanzo risulta familiare e straniante allo stesso tempo: ci sono le ossessioni e i feticismi che popolano l’opera di Mari fin dai suoi esordi (i fumetti, la letteratura, il cinema e il calcio tra tutti), orchestrati in uno stile più piano e meno oscuro del solito, ma che come al solito è in grado di stupire e incantare chi si immerge nella lettura di un romanziere diretto erede della scuola di Landolfi e Manganelli. NICOLE ERBETTI


Dungeon Crawler Carl – Matt Dinniman

Mercurio, traduzione Federico Nejrotti

Nel momento in cui Carl, un uomo qualsiasi residente a Seattle, si trova nel cuore della notte fuori da casa sua, in mutande e ciabatte, a caccia di Princess Donut, la gatta della sua quasi ex fidanzata, la Borant Corporation decide di disintegrare la superficie del pianeta Terra e inaugurare un dungeon sotterraneo. Carl e Donut diventano, allora, due crawler in un game show alieno in cui l’unico obiettivo è sopravvivere a mostri di ogni fattezza e follie dettate dalla legge dell’audience. Uno dei fenomeni più interessanti del mondo editoriale statunitense arriva in Italia nella traduzione di Federico Nejrotti per Mercurio. Inizialmente autopubblicato e poi diventato un successo anche nelle librerie, “Dungeon Crawler Carl” è il perfetto esempio di LitRPG (acronimo di literary role-playing game) che cambia un po’ le regole della pubblicazione, si conquista il proprio pubblico in autonomia e intrattiene chi legge con un misto di comedy, azione e dramma. Con questo romanzo Dinniman dimostra di padroneggiare non solo la cultura pop, ma punta deciso verso i mondi fantastici, in tutti i sensi, degli autostoppisti di Douglas Adams. Si tratta del primo volume di una saga che al momento conta sette pubblicazioni, il prossimo titolo arriverà nelle librerie italiane a maggio 2026. ALESSIA RAGNO

 

 


La bicicletta rubata di Wu Ming-yi

Einaudi, traduzione Maria Rita Masci
Il 2025 è un anno che mi ha spesso riportato a Taiwan. Spesso, è stata Taiwan a cercare me, piuttosto che il contrario: per esempio, il caso ha voluto che nei giorni in cui nei cinema italiani è uscito, col titolo italiano al solito opinabile di La mia famiglia a Taipei, Left-Handed Girl della regista taiwanese Shih-Ching Tsou, mi trovassi a leggere un libro che era rimasto sul mio comodino dalla primavera scorsa, quando l’avevo comprato: La bicicletta rubata (單車失竊記) dell’autore taiwanese Wu Ming-Yi (in cinese mandarino: 吳明益). A chi se lo chieda, specifico che si scrive con caratteri diversi con cui si scrive il nome dei Wu Ming nostrani, che significa, a seconda della pronuncia e dei caratteri, nessun nome (无名), o cinque nomi(五名). Il romanzo risale in realtà al 2015, ed è finalmente arrivato in Italia in traduzione di Maria Rita Masci dopo essersi segnalato come il primo libro taiwanese a essere candidato al Booker International Prize, nel 2018. Pochi giorni prima, i lettori dell’Indiependente ricorderanno che avevo recensito Come sopravvivere in un universo di fantascienza di Charles Yu, autore americano di origine pure lui taiwanese, pure uscito in Italia dopo un intervallo di tempo significativo (2010). Quello che mi ha affascinato del libro di Wu è la sua originalità: si presenta come una sorta di ibrido romanzo-saggio, in prima persona, che attraverso il punto di vista di un palese alter-ego dell’autore rielabora vicende della propria famiglia parallelamente a momenti di storia di Taiwan, seguendo il passaggio di mano di una serie di biciclette attraverso una serie di collezionisti di biciclette, tratteggiando al contempo i vari momenti dell’evoluzione dell’industria della bicicletta locale, parallelamente a quella giapponese, soffermandosi soprattutto sui decenni in cui il paese era legato strettamente alla geopolitica del Giappone, prima di diventare Repubblica di Cina. Le varie storie si snodano soprattutto intorno alla misteriosa sparizione della bicicletta del padre scomparso dell’autore, e parallelamente evocano contesti per riflessioni sulla fotografia, sulla memoria, sulla famiglia che si ricompone dopo essersi dispersa intorno al letto della madre malata, oltre che momenti di nostalgia per quel momento in cui Taiwan è appartenuto al Giappone, che si percepisce spesso muovendosi tra le strade di Taipei. FRANCESCO CHIANESE

RILETTURE


La verità quando arriva è una tempesta – Flavia Gasperetti

Bompiani

Ricercatrice in storia contemporanea, traduttrice editoriale e già autrice di racconti e saggi, Flavia Gasperetti scrive di Learco, un archistar-sovrano che regna sul suo lavoro stellare, su quell’universo da rivista patinatissima da lui creato, re indiscusso anche nella sua famiglia. O, meglio, Gasperetti riscrive di Learco che è proprio il Re Lear di shakespeariana memoria, catapultato a sorpresa nella nostra contemporaneità. Il suo romanzo è una riscrittura in cui a farla da padrone è sempre il vecchio Lear, l’ingombrante, lo strabordante, l’eccessivo re della scena ormai anziano, ma sempre dirompente. Tuttavia, a differenza di Shakespeare (e, possiamo dire, a ragione), in La verità quando arriva è una tempesta, Flavia Gasperetti dà più spazio alle figure femminili mutuate e riadattate dalla tragedia originaria: le due figlie di Learco sono Renata (la mina vagante, la pecora nera, era la Regan del Re Lear) e Gabriella (Goneril, la figlia modello, il bastone della vecchiaia di Learco) mentre la stessa Cordelia shakespeariana, la prediletta, qui abbreviata in Cora per buona parte del romanzo e per diversi motivi, è la seconda moglie di Re Learco e… anche altro. Gasperetti ha il merito di aver approfondito le figure delle due sorelle, regalando al lettore una caratterizzazione speculare che, man mano che si va avanti nella lettura, si tramuta in due forze opposte e ugualmente intense, che fanno da preludio a quello che sarà l’epilogo del vecchio-importante-re della scena loro padre. Un lavoro studiato e perfettamente riuscito. FEDERICA GUGLIETTA


Lo Sbilico – Alcide Pierantozzi

Einaudi

Lo Sbilico è un viaggio nella mente di uno scrittore che si trova a fronteggiare sé stesso ogni momento della giornata. Perché nella sua mente si annidano interstizi, deviazioni e bivi che continuamente mettono a dura prova il suo stesso esistere. Alcide Pierantozzi si è definito filosofo della sua stessa follia, prendendo la mano del lettore e conducendolo nei gironi danteschi della sua mente. La mente di una persona bipolare, che si trova ad affrontare un autismo selettivo che lo porta ad essere infinitamente coinvolto in quel che riguarda la scrittura e la lettura e altrettanto distante da tutto il resto. Il linguaggio di Pierantozzi è preciso e affilato. La parola riesce a dar forma a un mondo impalpabile, quello che vive solo nella malattia, quello che prospera nella mente dichi combatte ogni giorno per la sua sopravvivenza. Lo stesso titolo deriva da un neologismo coniato dallo scrittore. Dentro le duecento pagine di questo racconto c’è la forza di tenere aperte le porte di casa lasciando entrare chi accetta il patto con il narratore, un viaggio che scende sempre un gradino in più quando pensavi di essere arrivato al fondo del proprio dolore, un viaggio che prova a ricostruire i tanti dolori, ma anche le gioie, che di tanto in tanto capita di incontrare sulla strada di chi nonostante tutto non ha smesso di credere nella scrittura non in senso salvifico ma liberatorio. RAFFAELE CALVANESE