“Se una cosa la puoi scrivere, allora vuol dire che la puoi capire”. Così diceva uno dei personaggi di Tempesta madre, libro di Gianni Solla, edito da Einaudi qualche anno fa. Ed è proprio a questa frase che ho pensato leggendo Lo Sbilico, l’ultimo libro di Alcide Pierantozzi pubblicato sempre da Einaudi. Tutto era cominciato da un articolo apparso su Lucy qualche tempo fa. Quel breve racconto che squarciava un velo sulla vita di Pierantozzi e sulla sua difficoltà di affrontare alcuni semplici (per la maggior parte della popolazione) passaggi della vita quotidiana aveva aperto la strada ad una narrazione più approfondita, un viaggio più lungo e doloroso all’interno di una vita piena di spigoli e increspature.
Lo Sbilico è questo, un viaggio nella mente di uno scrittore che si trova a fronteggiare sé stesso ogni momento della giornata. Perché nella sua mente si annidano interstizi, deviazioni e bivi che continuamente mettono a dura prova il suo stesso esistere. Pierantozzi si è definito filosofo della sua stessa follia, prendendo la mano del lettore e conducendolo nei gironi danteschi della sua mente. La mente di una persona bipolare, che si trova ad affrontare un autismo selettivo che lo porta ad essere infinitamente coinvolto in quel che riguarda la scrittura e la lettura e altrettanto distane da tutto il resto.
Questo libro diventa, per questo, anche un racconto di come la scuola (almeno quella degli anni ’80 e ’90) non abbia saputo capire e accogliere la diversità che presentava la mente di Alcide (e di chi sa quanti altri studenti come lui) e come questo malinteso abbia emarginato scolasticamente e socialmente lo stesso autore che mentre pubblicava articoli su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali veniva allo stesso tempo rimandato alle scuole superiori. Degno di nota, infatti, è il capitolo che si intitola Grandi scuole, in cui si riprende la fine del periodo delle superiori e l’inizio della vita universitaria.
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.
Il linguaggio di Alcide Pierantozzi è preciso e affilato, all’interno delle pagine de Lo sbilico si trovano termini e metafore che raramente capita di incontrare in altri scrittori contemporanei. Frutto di decine di lessicari compilati dallo stesso autore dove sono archiviate immagini e idee per provare a raccontare nel modo più preciso possibile una realtà che sfugge anche agli occhi dell’osservatore più attento. La parola riesce a dar forma a un mondo impalpabile, quello che vive solo nella malattia, quello che prospera nella mente dichi combatte ogni giorno per la sua sopravvivenza. Lo stesso titolo deriva da un neologismo coniato da Pierantozzi.

Questo libro è anche un percorso accidentato nei controsensi della medicina, nella facilità con cui vengono prescritti alcuni farmaci senza pensare o informare a fondo sulle controindicazioni che vanno a cambiare radicalmente la vita sociale e sessuale del paziente. La storia di una persona che vive al confine tra due regioni, che ha uno psichiatra che riceve nelle Marche mentre il paziente risiede in Abruzzo, questione che potrebbe sembrare banale ma che ha mille complicazioni. Come la stessa terapia ufficiale che prevede l’assunzione di cannabis che però è vietata per legge.
Dalle parole non escono acqua e aria, per me, ma un fumacchio di allucinazioni. Sono le parole a secernere la mia follia. Sotto la parola «follia», sotto la «f», sotto l’accento sulla «i», sono scomparso ancora prima che la malattia mi fosse diagnosticata.
Poi c’è la famiglia, unica vera ancora in un sistema sociale e sanitario che tende a incoraggiare il “si salvi chi può”. Il rapporto con la madre, croce e delizia delle pagine de Lo sbilico è un lunghissimo ricamo sulla pelle viva dell’autore. Come il ricucire una ferita senza anestesia, con l’ago che penetra la pelle e ne esce facendo zampillare sangue e veleno. Mi torna alla mente un altro titolo, sempre di Einaudi, Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi dentro il quale ho trovato lo stesso coraggio di mettersi a nudo, lo stesso coraggio di raccontare i momenti più grevi e tutte le smarginature che la realtà pone di fronte ai protagonisti di una storia di malattia. Non a caso anche in quel libo si attraversavano i meandri di un sistema sanitario non all’altezza della dimensione prima umana e poi personale del paziente. Perché le storie personali sono sempre piccoli tasselli di una storia generale, sono ingranaggi del meccanismo della contemporaneità, le sofferenze e le incongruenze della realtà che viviamo finiscono per rendere più dolore pagine di vita che avrebbero bisogno di ben altre accoglienze nel reale.
Se la letteratura ha uno scopo è quello di raccontare le storie per quello che sono davvero, in questo modo di vedere la parola scritta sono convinto che Lo Sbilico di Alcide Pierantozzi sia uno dei libri più importanti da leggere. Dentro le duecento pagine di questo racconto c’è la forza di tenere aperte le porte di casa lasciando entrare chi accetta il patto con il narratore, un viaggio che scende sempre un gradino in più quando pensavi di essere arrivato al fondo del proprio dolore, un viaggio che prova a ricostruire i tanti dolori, ma anche le gioie, che di tanto in tanto capita di incontrare sulla strada di chi nonostante tutto non ha smesso di credere nella scrittura non in senso salvifico ma liberatorio.