Luca Benassi è nato nel 1976 a Roma, dove vive e lavora come giornalista e avvocato. Ha pubblicato sei raccolte di poesia, l’ultima delle quali Istruzioni per la luce è uscita per Passigli nel 2021 con la prefazione di Elio Pecora. Ha pubblicato antologie poetiche in giapponese, spagnolo, macedone e serbo. Ha tradotto Il Cammino e, insieme a Irma Kurti, Il cammino dell’essere del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt. Nel 2010 ha dato alle stampe la raccolta di saggi critici Rivi strozzati: poeti italiani negli anni duemila. Ha curato le opere antologiche complessive di Cristina Annino, Achille Serrao e Dante Maffìa. Cura la rubrica la luce nella stanza sul sito La poesia e lo spirito. E proprio la luce è un elemento fondamentale, direi portante, nella ricerca poetica di Luca Benassi, una luce intima, non invadente che in qualche modo accompagna e asseconda la forma delle cose su cui lo sguardo del poeta si posa senza forzarle, senza prevaricare ciò a cui cerca di dare voce. Nella sua poesia c’è una forte componente spirituale unita alla concretezza del quotidiano perché il suo esplorare il mistero si affida alla fisicità, alla materia come veicolo attraverso cui ci è dato di raggiungere l’essenza profonda delle cose e degli esseri umani soprattutto. Luca Benassi ha sempre avuto un’attenzione particolare per quelli che il mondo definisce “gli ultimi”, gli umili, ossia quelli che non fanno rumore, gli scomodi che mettono in imbarazzo il nostro perbenismo, ma che il poeta non teme di guardare negli occhi per ritrovare in essi la fonte di quell’umanità a cui noi, ormai, di rado riusciamo ad attingere perché troppo presi da faccende che ci allontanano dal nostro essere più vero e profondo e dagli altri. Il poeta con un linguaggio poetico che ci coinvolge perché usa parole che sono un’autentica testimonianza dell’attenzione che egli rivolge alla vita vissuta, al fattore umano, e quindi sia alle storie delle singole persone sia alla Storia, alla grande narrazione del passato, ci conduce in un viaggio interiore in cui tocca corde profonde e le fa vibrare, ricordandoci l’importanza di non perdere mai l’intimo dialogo con noi stessi per un’ esistenza improntata all’autenticità. Importante in Benassi è anche l’attenzione che egli rivolge all’intero creato, alle cose, agli animali e concordo con quanto dice Elio Pecora nella prefazione a Istruzioni per la luce quando scrive che quella di Luca Benassi “è un’opera compatta nel segno alto e aperto della compassione”. Testimonianza dunque di quanto la poesia sia veicolo per quei valori che l’umano esprime guardando e cercando il divino con uno sguardo che dal basso raggiunge l’alto.
a cura di Rocío Bolaños

Da Istruzioni per la luce, Passigli 2021
(nome)
Forse darò un nome a questa terra
che separa il binario tre dal mare
e inciderò i segni e i colori
sul selciato della pensilina
nel taglio degli occhi che mi attende
all’altro capo della linea.
Darò un nome a questa attesa
agli annunci, alla fila delle stazioni
che scorre rossa sul monitor
mentre arriva il mio convoglio.
Si parte così, ascoltando il vento
che porta il suono della sabbia
scolpita dai passi di questa ostinazione
del ritornare all’orizzonte
dei nostri volti.
(banchina)
Sulla banchina siamo in pochi
a sfidare la corsa dei convogli
a pochi centimetri dal cuore,
la ragazza bionda che guarda il cellulare
il nigeriano che specchia il futuro negli occhiali
l’impiegato con la maglietta blu
che scende sempre a Marzocca
e il mio stare fermo sulla linea gialla
come a una frontiera
in attesa del tuo lasciapassare
che ci riporti nella pace
all’ultimo arrivo della luce.
(preghiera)
Sayed è salito con la camicia
stretta ai polsi e lo sguardo perduto
all’orlo delle banchine.
Si toglie le scarpe,
mentre la voce annuncia Marotta
e prega toccandosi il cuore
con gli occhi di chi conosce l’attesa
e la pelle che pare carbone e grano.
Guarda il mare e poi la mia borsa
mentre il vagone sembra sentire
il peso del cielo
e le onde che fanno paura
nella luce stanca
che chiede riposo anche alle stelle.
(ragazzi)
Adrian raccoglie i piedi al petto
mentre guarda la linea dritta dei binari
e Ioanna gli toglie il bianco della calce
dalla fronte.
Quella linea è l’occhio della ragazza
il gesto preciso delle mani ventenni
la firma sul contratto,
le mura di Fano, l’arco e il suo trionfo
i fiori sulla tovaglia a casa,
quel grembo stretto
che è lievito e pane
e riposo, come questo mare
che apre lo sguardo al nostro cielo.
(arrivando)
Mi chiami sempre a Senigallia
con i tre fischi delle porte
a ricordarmi di tornare.
Dove sei? mi chiedi
come se questo orizzonte alla mia destra
fosse un vuoto spietato da colmare.
Da qualche parte rispondo
e la risposta ti basta,
come le costellazioni sul terrazzo
il bacio, la mano forte che ti stringe
il passero che ruba
la nostra casa di molliche
dal mio palmo al ristorante.
da I fasti del grigio, Lepisma 2005
Mi dici che hai scoperto l’inganno
lo strano parallelo che si tende
tra la cravatta e il suo guinzaglio
il nodo soluto
oltre l’acqua della mia incoscienza.
Ma io ti dico
che arriva il giorno quando timbro
il permesso non retribuito
del tramonto
l’infinito verso
che abita le rovine del silenzio
mentre scrivo la parola casa.
da Di me diranno, Edizioni CFR, 2011
Di me diranno la pazienza della soma.
Portai una donna dal grembo teso e il primo dolore
piantato nel delta infuocato del ventre.
Era femmina che partoriva luce, e questa bruciava la
pelle della schiena come fuoco, rasa e bianca sotto la
polvere della stella.
Il carico era di doglia, di Dio virgineo, chiuso,
splendente nella notte gonfia di brina e la cavezza la
teneva l’uomo dal seme negato, il padre assente nella
primizia già presa dallo spirito, consumata nella
promessa dell’angelo.
Fu paglia e calore di fiato, fu grido nel corpo che
fioriva di dolore, l’incunearsi del tempo presente che
si fa carne e sangue già pronto per essere versato,
acqua di parto, liquido di croce che sudava dal corpo
della donna. E poi coraggio e urla e urla sotto il peso
divaricante di Dio che usciva dal ventre.
Al primo vagito la stella scomparve nell’immensa
vetrina della notte silenziosa.
Ebbi fame, ma la paglia era già occupata
dal corpo fremente
del bimbo.