Lucio Corsi – Volevo essere strano è il nuovo libro di Donato Zoppo, appena uscito per Compagnia Editoriale Aliberti, con la prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle. Se è vero che più o meno un anno fa Lucio Corsi diventava improvvisamente, grazie alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, il personaggio più noto da queste parti, è altrettanto vero che le storie cominciano sempre molto prima e, a volte, la notorietà repentina rischia di offuscare un percorso artistico e umano fatto di scelte, sacrifici, formazione e grande determinazione. Donato Zoppo in questo libro è riuscito a trovare le password, le chiavi di accesso giuste all’universo Corsi, narrando tra reale e surreale i mondi che si incrociano nello sguardo e nella penna del musicista maremmano. Nella sua scrittura, Corsi, riesce costantemente ad acquisire un punto di vista originale, una sorta di spostamento di asse, che gli permette di vedere la realtà da una angolazione tutta sua. Guardiamo la stessa cosa ma Lucio ha una dose di fantasia e immaginazione che trasforma quella visione (o forse la rimette a posto). Gli espedienti narrativi utilizzati da Donato Zoppo, rendono questo libro un’ottima bussola per navigare nel fantastico mondo di Lucio Corsi, perché Donato alterna e fa convivere sapientemente il suo animo da narratore con quello dell’attento storico e critico musicale. Abbiamo chiesto a Donato di raccontarci di questo suo lavoro certi che avremmo trovato il modo di parlare anche di tanto altro. E così è stato.

Ti ricordi qual è stato il momento in cui hai deciso di scrivere questo libro su Lucio Corsi e quali sono stati i motivi che ti hanno convinto a farlo, dal momento che si tratta anche di una storia in divenire, di un artista ancora giovane?
Quando nel luglio del 2025 l’ho visto dal vivo a Caserta, durante un concerto particolarmente appassionato, molto rock, pensato e gestito alla vecchia maniera, ho pensato che era un artista grintoso e al tempo stesso delicato, devoto a un modo storico di interpretare la musica. Così mi sono chiesto: «Ma com’è possibile che questo sia andato a Sanremo?». Il suo è un altro mondo rispetto al Festival, è una figura strana. Allora ho cominciato a scrivere una sorta di controstoria del Festival dal punto di vista degli strani, degli eccentrici, dei diversi per intenderci: coloro che non hanno nulla a che fare con la kermesse. Un lungo elenco che va da Celentano a Vasco, da Rino Gaetano a Elio passando per Enzo Carella, Morgan, i Figli di Bubba, la Riserva Indiana (nella quale c’era il compianto David Riondino) e tantissimi altri, un elenco chiuso in ordine cronologico da Lucio. Poi nella scrittura la storia di Corsi si è praticamente imposta allora ho proseguito trattando solo lui!
Leggendo il libro, ho percepito il tuo intento, riuscito benissimo, di entrare in sintonia con il mondo di Lucio Corsi, questione non affatto semplice perché il suo mondo raccoglie dimensioni differenti, da quella strettamente musicale, che viaggia nel tempo almeno a partire dagli anni Sessanta, a quella del suo rapporto con la natura che deriva dalla sua vita nella Maremma, fuori dai grossi centri, unita a quella familiare dove tutti sono un po’ artisti e un po’ artigiani e se non bastasse con una forte dimensione immaginifica che stravolge i normali canoni di osservazione e racconto della realtà. Tutto questo con una disarmante semplicità (“non sono altro che Lucio”).
Quando la figura di Lucio si è imposta, come capita spesso quando noi saggisti scoviamo una storia intrigante da raccontare e la assecondiamo nel suo sviluppo, ho pensato che l’unico modo per affrontare la biografia di un artista ancora in formazione – anche se quattro album e un centinaio di concerti non sono cosa da poco… – non poteva essere quello classico. In soldoni, non si tratta di raccontare Lucio Battisti o i Beatles, così ho seguito l’istinto e ho provato a entrare nel suo mondo, cogliendo i momenti salienti che spiegano la sua personalità artistica. Dunque la Maremma, il ristorante di nonna Milena, i quadri di mamma Nicoletta, i lavori di papà Marco, gli ascolti di gioventù, le prime esperienze di gruppo poi di scrittura individuale, il trasferimento a Milano e così via. E tutti questi momenti hanno come minimo comun denominatore quella che giustamente chiami disarmante semplicità.
Un altro aspetto che ho apprezzato molto è la proporzione del racconto tra la fase del successo post Sanremo e tutto il suo percorso. È un musicista che ha fatto tanta gavetta, ha girato in furgone l’Italia in lungo e in largo da quando aveva solo 18 anni e in più anche prima si ingegnava a formare band o a farne parte, sempre con l’idea di esprimersi sul palco. Credo che anche per questo vissuto, oltre che per la sua bravura e personalità, abbia poi colpito tutti dal palco del Festival.
Come hai notato, al Festival do uno spazio ridotto per un motivo semplice: Lucio Corsi viene da un percorso lungo ed è proprio questo cammino che ne ha determinato la bravura. Un cammino del tutto indipendente da Sanremo, fatto di ascolti, pratica, scrittura, concerti, incontri, grandi ammiratori e sostenitori come Bianconi e Brunori ma lontano dai grandi riflettori. È questa dimensione che ha caratterizzato la sua storia. Il festival è stato uno strumento di esposizione mediatica, una vetrina per una canzone classicamente corsiana, ma anche l’occasione per mostrare al grande pubblico un artista proveniente dal basso, un uomo di musica che ha lavorato a una canzone certo non rivoluzionaria ma pulita, efficace, ben scritta, con un testo molto più importante di quello che si potrebbe pensare. Altrettanto interessante è stato il post Sanremo: Lucio non ha fatto altro che proseguire dal vivo, facendo quello che faceva prima – con la differenza che ora è un divo, con tutto ciò che ne consegue.
E come tu sottolinei nel libro anche all’interno di quel mondo cosiddetto indie la sua presenza era differente da tanti altri, proprio perché lui aveva un percorso, che lo ha portato di volta in volta a valutare i passi successivi in relazione a quello che fosse meglio per sé e per la sua idea di musica, e a mio avviso continua a farlo perché anche dopo il Festival e l’Eurovision ha pensato esclusivamente al tour senza preoccuparsi di sfruttare televisivamente il momento. E mi verrebbe da dire che anche l’ultimo album, non ha per niente cercato “accomodamenti” figli del momento. Insomma, nel mainstream come nell’indie vince la sua idea e il suo modo di “fare” musica.
Verissimo, caro Ernesto. La sua anomalia non si evince solo dai rapporti con il mainstream, ma anche con l’area indie. Non credo si sia trattato di ideologia, snobismo o altezzosità, ma proprio di un percorso differente, solitario nonostante i contatti o i concerti condivisi con tanti protagonisti di questo segmento: prova ne è anche il rapporto altalenante con Milano, città nella quale ha operato suonando e intrecciando rapporti, ma prendendo le distanze e tornando a Vetulonia ogni qual volta avesse bisogno di aria, o di ispirazione. Negli ultimi anni credo che questa ricerca prenda molto dal palco: il tour post Sanremo e quello in Europa terminato un paio di mesi fa sono stati l’occasione per fare ciò che lui ha sempre detto di amare, ossia suonare dal vivo. Aspettiamo il prossimo disco per capire quanto siano stati utili questi live.
In merito alla sua “indipendenza rispetto all’indie”, secondo me Lucio è ancora in un suo mondo. Anaïs Nin aveva scritto – spero di citare a memoria: «Se non avessi creato il mio mondo, sarei morta nei mondi degli altri». Lucio è in una sorta di via di mezzo, di terra di nessuno: non è morto nel mondo degli altri – ossia i cantautori e i gruppi da cui ha attinto molto – ma non ha ancora partorito definitivamente il suo mondo, che secondo me è tuttora in formazione. Penso che ci stia lavorando con dedizione.

Senza spoilerare molto mi piace ricordare gli espedienti che hai utilizzato per raccontare (ed è una parte importante del libro), tutta la sua fase di formazione, dai suoi ascolti, allo sguardo al look delle rockstar glam, al cinema, fino ai fumetti, insomma un adolescente che assorbe mondi per costruirsene uno suo con grande ricorso alla fantasia, rinunciando alla realtà “virtuale” per costruirne una parallela con la sua immaginazione e fantasia, dove i suoi luoghi della maremma diventano il suo primo palcoscenico.
L’assorbimento di mondi, dici bene. Ho sempre immaginato Lucio come una spugna, un musicista poroso, disponibile ad assorbire stimoli, idee, scambi, suoni, principalmente grazie all’amore per la musica. Poi ho pensato che tutto sommato per un ragazzetto cresciuto nel viavai di un ristorante la disponibilità all’incontro è genetica… Leggendo le interviste che ha rilasciato negli ultimi dieci/dodici anni, ho notato che quando parla dei suoi punti di riferimento (dai Blues Brothers a Lucio Dalla, da Bob Dylan a Flavio Giurato) lo fa con competenza, pertinenza e un’attenzione al dettaglio per niente scontata. Non potevo raccontare l’immersione nel suo mondo in modo distaccato, asettico, irrispettoso del suo modo di essere e di fare: ecco perché la scelta di lasciarmi andare un po’, inventando qualcosa di fantasioso – a volte persino inverosimile, pensiamo ad esempio alle visite notturne di John Belushi o Ivan Graziani – che però a mio avviso non disturbano né sono irriguardose verso di lui – e verso chi legge.
A tale proposito ho notato che hai dedicato il libro a Steve Cropper, scomparso qualche mese fa, un musicista che ricordiamo oltre che per la sua grande carriera anche per essere legato a doppio filo a un film molto caro a Lucio Corsi che è Blues Brothers.
Finalmente qualcuno che nota la dedica al Colonnello! Grazie per averlo ricordato. Steve Cropper è morto lo scorso dicembre ed è stato una pedina centrale nel suono dei Blues Brothers – ma anche nell’estetica: come dimenticare il suo barbone nella formazione del celebre film – e in generale un elemento fondamentale nella grande tradizione della soul music e del R&B. Basta pensare alla sua militanza con Booker T., Wilson Pickett, Sam & Dave e tanti altri. Purtroppo uno ad uno i grandi del mondo con cui siamo cresciuti stanno andando via: è vero che restano i dischi, ma è altrettanto vero che non c’è un ricambio e ci si sente sempre più privi di riferimenti per interpretare la contemporaneità, che è un flusso difficile da cristallizzare e leggere con attenzione.
La capacità di raccontare storie nelle sue canzoni, da quelle degli animali che popolano i boschi in Bestiario, fino ai personaggi borderline che animano i paesi o anche i suoi amici più strani, insieme a lampi autobiografici in Volevo Essere un Duro, rivela certamente una sua cifra cantautorale. Nella sua formazione, oltre i suoi ascolti internazionali, Lucio ha sempre rivendicato l’importanza di cantautori, come dire, un po’ meno “classici”, penso soprattutto ad Ivan Graziani, ma anche a Flavio Giurato. Tu da studioso della musica, come collocheresti, fino ad ora, Lucio Corsi, nel suo rapporto con il cantautorato.
Cito ancora una volta le interviste di Lucio in merito al rapporto con i suoi maestri, e in particolare i quattro italiani da lui più citati sono Flavio Giurato, Paolo Conte, Ivan Graziani e Lucio Dalla. Dal primo ha preso la forza – a volte un po’ surreale, altre volte letteraria – della formula voce-chitarra, come la chiama lui stesso; dal secondo la capacità descrittiva da uomo di mondo, navigato, autore di veri e propri quadretti; dal terzo il suono che unisce rock e canzone, tensione e melodia; dal quarto l’ambizione – forse irraggiungibile – della canzone perfetta, organismo compiuto in sé stesso dove ogni cellula ha una funzione.
Come vedi Lucio ha un rapporto del tutto organico con la nostra canzone, di cui è degno rappresentante. Sai bene che non è il solo anzi è in ottima compagnia, perché l’Italia contemporanea custodisce una larga schiera di cantautrici e cantautori che sono una valida cartina di tornasole per capire il nostro Paese. Un Paese che ancora canta, ancora scrive, ancora cerca di emozionarsi e arrabbiarsi.
Non basta più dire che Corsi piace agli adulti perché ascolta la musica che piace ai grandi, anche perché pare poi abbia conquistato anche i più piccoli e non solo per Topo Gigio (anche questo forse ormai più patrimonio degli adulti che dei bambini).
Quando sono stato al concerto di Lucio il pubblico mi ha subito colpito. Solitamente osservo il pubblico degli artisti o dei gruppi di cui mi occupo perché incarna l’esito di un percorso musicale, il riferimento finale di una proposta artistica. Al concerto ho notato in primo luogo una folla di giovanissimi (si notava molto la nuvola luccicante dei telefonini alzati durante le canzoni più famose…), e per giovanissimi intendo ragazzi e ragazze che hanno l’età delle mie figlie (rispettivamente 13 e 8 anni): è chiaramente l’effetto Sanremo. Lo stesso effetto ha portato lì anche una fetta di famiglie al completo, che avevano voglia di vedere dal vivo quel personaggio un po’ strampalato e anomalo scoperto in tv. Una parte minoritaria è rappresentata da appassionati di musica vecchio stampo come te e come me, curiosi di vedere se quella canzone sanremese che aveva colpito per gli ingredienti classici di cui abbiamo parlato prima aveva dal vivo una credibile carnalità, una plasticità elettrica insomma. Devo dire che questa fetta esigente è rimasta soddisfatta.

Cosa Faremo da Grandi? il disco prodotto artisticamente da Francesco Bianconi dei Baustelle, che tra l’altro scrive anche la prefazione a questo libro, è un album che io trovo importante nel percorso di Lucio Corsi, non solo per alcune bellissime canzoni come Trieste, La Ragazza Trasparente o la stessa title track, ma anche per la maturità che dimostra tra testi e musica. Molto probabilmente questo lavoro è stato penalizzato, come è capitato a tanti artisti, dallo stop imposto dal covid proprio a pochi giorni dalla sua uscita. E comunque la vitalità rocchettara di Corsi pare abbia contaminato Bianconi e fatto rinascere in lui la voglia di rock’n’roll riversata poi nel disco dei Baustelle Elvis.
Anche io come te ritengo che il secondo album di Lucio, Cosa faremo da grandi?, sia quello che meglio rappresenta la sua proposta. La rappresenta in primo luogo grazie a canzoni storiche come quelle che citi tu ma anche Freccia Bianca e, mio pallino personale, Onde, che reputo un gioiellino. È un disco ottimamente pensato, arrangiato e prodotto con Bianconi e Cupertino, è l’album che a mio avviso sintetizza meglio il dialogo fra il glam rock anni ‘70 e canzone d’autore, infatti anche durante le presentazioni lo consiglio come biglietto da visita per chi non conosce ancora il mondo di Lucio.
Hai ragione, è stato privato di una sua immediata vitalità a causa del COVID e del primissimo lockdown, visto che uscì nel gennaio del 2020, ma è anche vero che Lucio lo ha subito ripreso con i suoi concerti. Mi capita di ascoltarlo spesso e si sente che quel modo di fare musica fresco e appassionato, sognante e candido, ha contagiato Bianconi (lo ha dichiarato proprio nella prefazione): il disco seguente a questa collaborazione insieme, Elvis, fu un ritorno alla verginità e freschezza che probabilmente i Baustelle rischiavano di smarrire.
Parliamo del live a cui tu hai assistito, l’impressione è che ci si trovi di fronte a un vero concerto rock, per certe cose forse d’altri tempi, tra grossi ampli e chitarre in serie, però anche la suddivisione in diversi momenti dello spettacolo.
Per chi come me viene dall’ascolto degli anni ‘60 e ’70, i dischi dal vivo erano delle esperienze e dei momenti di vita più che delle semplici esibizioni: il concerto di Lucio non fa altro che evocare quell’immaginario, che stimolare quella memoria. Non è un caso che il disco dal vivo La chitarra nella roccia, che è anche un film concerto, ricordi ad esempio i Pink Floyd a Pompei: chiaramente non ha nulla in comune con quel tipo di visionarietà di Waters e Gilmour ma è l’idea dell’epica da palcoscenico che richiama quel tipo di cultura. Ci sono i grandi amplificatori che riportano alla mente Neil Young e Crazy Horse, ci sono tante chitarre sul palco, c’è tanta musica con una profonda fisicità, ma non è questo il segreto: io credo che alla base ci sia il desiderio irresistibile di salire sul palco per non scendere più. Lucio è cresciuto con modelli che inevitabilmente lo portano a questo tipo di prova, pensa che uno dei suoi primissimi album fu il live Flashpoint dei Rolling Stones, altro gruppo che ha sempre vissuto il palco come luogo formidabile per esprimersi.
In conclusione una domanda allo scrittore musicale, quando esce un libro solitamente ce ne sono già in preparazione o forse anche terminati altri, ci puoi anticipare qualcosa rispetto alle tue prossime uscite?
Negli ultimi tre anni ho lavorato contemporaneamente a vari progetti, entro la fine dell’anno usciranno numerosi testi a mia firma – dopo mi ricovereranno! (ride…). Un libro al quale tengo molto, che posso anticipare perché siamo in chiusura, riguarda un antico amore musicale, ma anche un presente amore letterario (e anche musicale!): Massimo Zamboni. Ho avuto il privilegio di entrare in contatto con lui, ho avuto il tatto e la delicatezza giusti per entrare nella sua intimità, abbiamo dialogato tantissimo e nel profondo, il risultato sarà un libro sulla sua storia più recente, che uscirà tra un paio di mesi.
Per chiudere ancora una domanda sul tuo libro Lucio Corsi – Volevo essere strano, alla fine in cosa Lucio è veramente strano secondo te?
«Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti», affermò Karl Kraus. Lo cito perché oggi più che mai certi valori o disvalori hanno la necessità di essere relativizzati più che mai, soppesati e contestualizzati per bene. Mezzo secolo fa Lucio Corsi sarebbe stata la normalità: un autore tra rock e canzone, con un’estetica glam e una tenuta da palco da manuale, devoto alla musica sia in studio che dal vivo, con attenzione e rispetto per i maestri, con cura per la propria crescita, con una gestione del tempo funzionale all’evoluzione lenta, non all’usa e getta. Mezzo secolo dopo, soprattutto in Italia, questa non è più la regola. Se poi un artista del genere lo facciamo salire sul palco dell’Ariston senza chiedergli di cambiare nulla, allora la stranezza c’è tutta. Se per stranezza intendiamo il candore, la cura della musica, lo sguardo sul mondo non inquinato, la naturalezza, allora Lucio è davvero strano: bisognerebbe prendere esempio.