13 luglio, Estate al Belvedere di San Leucio, sold out per il rockautore toscano
Se in Italia ci fosse un «Time» con la celebre copertina “Man of the year”, la persona dell’anno musicale sarebbe Lucio Corsi. Il suo 2025 è stato trionfale, dalla prepotente affermazione a Sanremo alla recente doppietta del Tenco – miglior canzone e miglior album. E in mezzo la partecipazione all’Eurovision, una fortunata stagione di concerti (ancora diciassette fino al gran finale del Milano Summer Festival a settembre), una popolarità inarrestabile che gli ha portato una audience molto diversa da quella dei cultori che avevano cominciato ad ascoltarlo dai tempi di Bestiario Musicale.

Dal debutto del 2017, il concept album sugli animali della sua Maremma, Lucio Corsi ha lavorato sodo tra studio e palchi, affinando sempre di più una personalità tanto devota ad antichi maestri – dichiarati ma anche riconoscibili all’ascolto – quanto poco incasellabile nel panorama nostrano. Quello che più risalta, e il concerto casertano lo ha confermato, è la sua forza: non ha cambiato nulla della sua personalità, del serbatoio di note e colori al quale attinge, del mondo fanciullesco che ancora vive. Un mondo di personaggi bizzarri in un quotidiano magico, di sguardi a testa in giù per vedere le cose in modo altro, di infanzia che emerge come forza creativa e rinvigorisce anche una formula polverosa e d’antan come quella del rock d’autore, da garage e da riflessione.
Belvedere di San Leucio pieno, sold out prevedibile. Il colpo d’occhio e d’orecchio iniziale la dice lunga: un pezzo dei Darkness nell’attesa, sul palco da concerto rock da manuale una tastiera volante in stile Oblivion Express sullo sfondo e ai lati, come colonne del Tempio Elettrico di Salomone, due Marshall giganti con le manopole al massimo, il Culto del Volume, roba da fumettone epico tra Ozzy e Meat Loaf. L’immaginario dei fan che la sanno lunga è ampiamente stimolato. Ma i rockettari autentici, quelli identificabili per età, militanza, posizionamento strategico e ritualità, non sono la maggioranza: il grosso del pubblico è trasversale, giovanile, anche famiglie organizzate per portare i ragazzi – tantissimi con t-shirt e fascette ad hoc – a vedere e toccare il divo. D’altronde da quando il rock è affare istituzionale, pacchetto turistico-musicale per genitori che investono in costosi pit per mettere il bimbo sul palco così che Springsteen lo veda e gigioneggi, la componente eversiva è scomparsa.

E Lucio Corsi eversivo non lo è affatto, il suo è un ecumenico happening in cui privilegia l’ultimo disco e paga un sincero tributo all’arco costituzionale dei suoi Ispiratori: Ivan Graziani, Edoardo Bennato, Rino Gaetano, Alberto Fortis, Flavio Giurato, Renato Zero, l’amato Randy Newman (di cui interpreta Gente bassa, la sua traduzione di Short People). Sostenuto da una band virile, solida, cresciuta live dopo live, molto presente anche scenicamente, il cantautore si presenta con un concerto glam-rock sicuro, ben strutturato, roba di mestiere sudato e affrontato con entusiasmo. In tanti passaggi sembra di vedere distintamente la scuola musicale che ha frequentato e i dischi-base mandati a memoria, tutti concentrati sulle tre chitarre in stile Queen nell’apertura di Volevo essere un duro o nella tempesta alla Lou Reed di Francis Delacroix. Tra gli occhialoni di Neil Young del 1974 e il boogie martellante di Il re del rave, l’omaggio all’immaginazione di Senza titolo, l’ironia di La lepre e il focoso sound live che rievoca Parla tu dell’onnipresente Ivan, il concerto scorre senza cedimenti, con un filo rosso tra energia, intimismo e fantasia. Fa molto la sua banda che gli porta la luce, il sottofondo di commiato con Shake Your Tail versione Blues Brothers la dice lunga ancora una volta. E al netto delle considerazioni su una scaletta in cui non tutti i pezzi fanno faville, ciò che emerge di più è il suo appassionato e non negoziabile amore per la musica.