Nell’anno in cui il Premio Strega è andato ad Andrea Bajani e al suo “L’anniversario” (Feltrinelli), la questione del patriarcato si manifesta anche sul palcoscenico del concorso letterario più prestigioso. Non importa che a scriverne sia un autore, si è detto che ogni messaggero è valido quando è urgente smantellare un sistema di valori oppressivo. Le intenzioni dello scrittore sono chiare, ripetute in ogni intervista post vittoria e più sfumate nel romanzo, e non può fare a meno di farsi portabandiera della lotta al «potere del maschio», come l’ha definito in alcune interviste. “L’anniversario”,infatti, per Bajani esprime «la necessità di contestare quel sistema oppressivo da parte dei maschi», ed è così che il protagonista, per sfuggirgli, abbandona il sistema famiglia e si ricostruisce al di fuori di essa, anche al prezzo di errori e dolori madornali. E alla vittima designata del patriarcato, la madre del protagonista, vessata da un padre psicologicamente violento e opprimente, cosa rimane di questa lotta? Nulla. Suo figlio va via e lei, come largamente interpretato nelle analisi successive, sceglie di restare perché è l’unico ordine delle cose che conosce: è suo marito a decidere, tocca a lei sottostare. Il risultato è che la libertà dal patriarcato di questo protagonista tormentato e in divenire non passa per la salvezza della madre. E se invece la salvezza della voce narrante non fosse imprescindibile da quella di sua madre?
Monique Evade, Édouard Louis

“Monique evade” (La Nave di Teseo, traduzione di Annalisa Romani), è un libro fulmineo, poco più di cento pagine che si aprono con una telefonata tra madre e figlio e la successiva fuga di lei. Édouard Louis ha ventott’anni quando sua madre gli comunica che ha bisogno di aiuto: il compagno è violento ed è ritornata nella stessa spirale di umiliazioni del primo matrimonio, quello con il padre di Louis. Lo scrittore è fuori Francia per lavoro, lei sola a Parigi senza un posto dove stare; attraverso un amico di lui, la donna riesce a trovare rifugio nell’appartamento del figlio e, passo dopo passo, ricostruisce un’esistenza che da sempre era stata funzione della famiglia e degli uomini.
Nella vita di mia madre la stanchezza era stata sempre il segno principale dell’ingiustizia. Stanchezza d’essere ridotta allo spazio domestico, stanchezza di essere umiliata, stanchezza di dover fuggire, stanchezza di doversi battere, stanchezza di dover sempre ricominciare.
Édouard prova a compensare, a caricarsi questa stanchezza atavica sulle spalle e alleviarne il peso, e si fa portavoce del riscatto di lei come donna e di sé stesso come figlio. Un uomo, un figlio nello specifico, che sviluppa la sensibilità tale da innescare un riscatto personale, pure in una condizione di vantaggio. È Louis, infatti a provvedere all’aiuto finanziario necessario con i guadagni dei suoi romanzi; a poche donne vittime di violenza tocca questa fortuna.
Édouard Louis non è nuovo al racconto autobiografico, racconto che, però, non rimane fine a sé stesso, ma si sviluppa affinché diventi occasione di ragionamenti universali sulla violenza di genere, il ruolo dei figli e il rapporto con le madri in un contesto di violenza e persistente trauma generazionale.
Non aveva mai fatto mai assolutamente niente per sé. La sua vita era stata, fino a quel momento, una vita per gli altri.
È una presa di coscienza fondamentale per un figlio, che tuttavia non sfocia in un’idealizzazione del ruolo materno, per fortuna. Louis, anzi, ci tiene a sottolineare il ruolo del trauma che le appartiene e che l’ha resa dura. «La situazione che le faceva subire mio padre la manteneva in uno stato di ansia e oppressione costanti, che la rendevano spesso una persona cattiva». Non c’è spazio per la beatificazione del passato, si pensa solo a sanare il presente.
Il discorso dello scrittore mantiene le stesse sfumature politiche presenti in tutta la sua produzione. Caso letterario a 21 anni con “Farla finita con Eddy Bellegueule” che gli è valso il Premio Goncourt. Bellegueule è il suo vecchio nome, adesso legalmente cambiato in Louis, e il romanzo racconta la sua infanzia nel nord della Francia nella povertà assoluta della classe operaia in cui cresce e vittima della violenza omofoba. Louis scrive anche di suo padre, vittima di un incidente sul lavoro che gli cambierà la vita e dell’ingiustizia di cui è vittima; è l’occasione per attraversare trent’anni di storia francese e di come il corpo di suo padre sia diventato un campo di battaglia della cattiva politica e della povertà. È la miseria a innescare la violenza e la virilità diventa l’unico valore raggiungibile, violenza compresa.
In “Monique evade”, Louis esplora innanzitutto la rottura di questo ciclo di povertà e violenza, ma anche una relazione madre-figlio complessa e mai lineare, rinvigorita dalla compassione. Louis scrive con la stessa autenticità di Carrère, ma senza il suo proverbiale narcisismo, piuttosto con l’urgenza di comprendere, interpretare, guarire. In un’intervista a L’Internazionale del 2024, Édouard Louis dichiara che «la letteratura dovrebbe nascere dalla vergogna» e che non può prescindere la narrazione delle disuguaglianze tra classi sociali, la povertà e la mascolinità tossica, elementi strettamente connessi. Scrive del padre, rompe il legame con la famiglia, cambia nome, fino a giungere a “Monique evade” in cui dice:
[…] poiché ho sofferto durante l’infanzia ho scritto dei libri che mi hanno causato conflitti con la mia famiglia ma questi paradossalmente mi stavano permettendo di aiutare mia madre a fuggire e reinventarsi.
Triste non è la parola giusta, Gabriel Abreu

Il tema madri e figli si arricchisce, poi, di un altro contributo con una seconda pubblicazione recente: “Triste non è la parola giusta”, l’esordio dello scrittore brasiliano Gabriel Abreu (SUR, traduzione di Dea Merlini). Il contesto patriarcale rimane, diffuso nel sottofondo, ma ciò che Abreu esplora è il corpo di una madre e la sua esistenza martoriata dalla malattia.
Sai M, triste non è la parola giusta. Non lo è mai stata. Mento. Forse sì, lo è stata, in un qualche momento distante nell’ordine logico dei sentimenti. Il primo shock. L’istante in cui si percepisce la violenza, una forza improvvisa che ci strappa via la normalità, il senso di impossibilità.
Una diagnosi senza scampo, un deperimento fulmineo e il tentativo di un figlio di ricostruire la vita di Miriam, questo il suo nome, oltre il suo ruolo materno. Chi è stata? Cosa ha sognato? Perché la vita l’ha condotta in città lontana dalla provincia in cui è nata? Quella di Abreu è un’indagine emotiva che prende il via dopo il ritrovamento dell’archivio personale di lei: foto, lettere e, soprattutto, un diario scritto di suo pugno a raccontare la gravidanza e la nascita di suo figlio. Lo scrive come se fosse il piccolo a parlare ed è così che si tesse il filo che li terrà uniti per sempre: nel passato c’è Miriam che interpreta suo figlio, nel presente il figlio ormai adulto che immagina la sua voce a raccontare chi è stata. Ciò che colpisce del romanzo è la straordinaria sensibilità di Abreu che non si sostituisce al personaggio madre, ma lo tratteggia con pudore e delicatezza pur nel dolore infinito della perdita imminente. Ciò che si legge nell’opera finale, allora, sono testi di Miriam scritti di suo pugno, rimandi al presente della voce narrante che parte per per il paesino d’origine della madre alla ricerca di frammenti di lei; ma ci sono anche diagnosi, resoconti medici e vecchie lettere che costituiscono un filo conduttore. Archeologia dell’esistenza e dei sentimenti.
Eppure intuiva che, proprio nell’accumulo della polvere del tempo, avrebbe trovato quello che cercava.

Nelle foto che Abreu aggiunge al suo romanzo, Miriam appare luminosa per rendere giustizia, anche in questo caso, alla vita che ha vissuto, all’identità che si è costruita. La voce narrante, allora, non può fare altro che costruire il proprio sé a partire da colei che l’ha generato. Rispetto e autodeterminazione, quale maniera migliore di celebrare la vita di una donna.