Malinconia dei confini. Nord è il primo volume di un progetto in quattro tappe di Mathias Enard. Si comincia da Berlino, dalla malattia di un’amica, da una poesia di Blanca Varela: il narratore si lascia accompagnare dalla malinconia e ci trascina in un flusso di luoghi e tempi – dai fantasmi di vecchie battaglie ai rifugiati siriani, fino ai vigneti nella Champagne. Ci si potrebbe chiedere ma cosa abbiamo letto, se non fosse che la vita è un po’ così, un passaggio a vuoto tra un bicchiere di vino e una libreria che sta chiudendo proprio mentre ci stai entrando. Il narratore è un camminatore, alla maniera di Walser o Sebald, uno che va alla deriva nella città: e Berlino – coi suoi vuoti della Seconda Guerra e la sua doppia anima – non è una scelta casuale per esplorare frontiere e confini. Enard ci sussurra all’orecchio una marea di storie, come una Sherazade moderna: sono gli stessi capitoli che lo scrittore ha letto alla Maison de la Poésie di Parigi per prendere il ritmo alla lingua prima della sua uscita in Francia. Abbiamo fatto una breve intervista a Enard [tra le altre sue lingue c’è l’italiano] a proposito di questo nuovo libro pubblicato in italiano da E/O edizioni, e tradotto da Yasmina Mélaouah (che per questa traduzione ha vinto il premio Von Rezzori).

Malinconia dei confini inizia rievocando l’ex sanatorio di Beelitz: lì è ricoverata dopo un ictus E., amica del narratore. Il sanatorio è anche uno spazio di indagine della letteratura, da La montagna incantata di Thomas Mann; sono diversi anche gli scrittori che nel sanatorio ci sono finiti – come Kafka. È una scelta precisa quella di cominciare dal sanatorio?
Il sanatorio è anche un luogo molto europeo, molto importante della nostra storia perché la tubercolosi è stata una malattia che ha ammazzato mezza Europa fino agli anni Trenta. Tanti scrittori hanno scritto di sanatori perché questi luoghi erano dappertutto, molto importanti anche nella vita della gente purtroppo. Dal Settecento in poi erano molte le persone, anche molto giovani, con la tubercolosi. Beelitz è stato il più grande sanatorio di Europa alla fine dell’Ottocento, e la sua storia ha a che vedere con Berlino – perché Berlino in quel momento era una città molto grande, e a più o meno a trenta chilometri dalla città si è costruito questo centro veramente immenso per tutti i malati della Prussia. E quindi è vero che cominciare dal sanatorio vuol dire ricordare non soltanto il luogo, ma anche la storia della malattia in Europa – e il suo lato letterario.
Malinconia dei confini è ambientato a Berlino, ma il narratore ci trascina spesso altrove: la battaglia di Stalingrado, il magnetismo animale, la guerra civile in Siria, il viaggio nella follia di Lenz, le nuvole nella poesia araba. Come scrive senza perdere il filo – qual è il suo processo di scrittura?
Io seguo un po’ una mappa, una carta che ho in testa – prima di cominciare a scrivere devo preparare più o meno la direzione in cui vado, come vado da un punto a un altro, chi sono i personaggi, dove si va a finire. Senza far questo non potrei scrivere e arrivare fino alle nuvole della letteratura araba. Quindi c’è prima di tutto una bozza di quello che sarà il romanzo, e poi ci sono sempre della sorprese – posso andare più in profondità in un punto o nell’altro – ma insomma, più o meno tutto è già preparato prima di cominciare a scrivere.
La parola malinconia assume diverse sfumature, nella sua lingua c’è la parola spleen, ma potremmo anche tradurla come una forma di ipocondria o malessere addominale. In che modo intende la malinconia?
La malinconia è un po’ il lutto impossibile, il lutto di quello che non è successo. Ogni libro di questo ciclo parte da un’immagine della malinconia – a Berlino è l’ictus della nostra amica E. Lei si trova già in un punto tra la morte e la vita, non è più la stessa, ma non è morta: e questa situazione è molto malinconica perché è come un lutto per qualcuno che non è morto, una persona che non c’è più, ma c’è. È questo il punto di partenza del viaggio.
Nel romanzo sono diversi i momenti di riflessione sulla letteratura. A un certo punto scrive: “ebbi la sensazione che solo il passeggiare e il camminare si confacessero alla letteratura; … vagabondare era il solo modo di esplorare i margini, le marche della letteratura”. Camminare e scrivere sono movimenti connessi?
Sì, per me camminare è molto importante perché è una forma di meditazione ma in movimento. Camminando in una città o in altri luoghi vengono dei pensieri che forse altrove non avrei, è come una forma di comunicazione tra il corpo e la geografia, il corpo e la città, una maniera di stimolare la memoria di chi sta camminando – e così nel camminare si mescolano più cose.
Quando uscirà il secondo volume?
Il secondo volume è ambientato tra Venezia e Istanbul, attraverso i Balcani – il centro è soprattutto la poesia dei poeti scomparsi, lingue che non ci sono più nei Balcani come il turco ottomano, e poi ancora vecchie canzoni d’amore. Nel secondo volume cito molto di più poeti, e nel viaggio racconto un po’ di storie sulla letteratura del Cinquecento e Seicento. Questa seconda parte uscirà in Francia dopo l’estate, in Italia non saprei – probabilmente tra un anno.

A un certo punto il narratore si domanda: “L’Europa continua a scrivere l’Iliade? A seminare morti nei campi del conflitto?”; c’è un filo che lega queste domande all’altro suo romanzo Zona?
Sì – è così. Perché per me l’Iliade è la prima epopea europea bellica: racconta di combattimenti, feriti, ci sono gli eroi… Forse Malinconia dei confini è anche una forma per me di ritrovare a Berlino alcune cose che avevo scritto in Zona – quella relazione molto profonda che l’Europa ha con l’Iliade, e con la letteratura di guerra in generale.
Malinconia è anche un romanzo sull’amicizia, l’amicizia con E., l’amicizia tra Goethe e Schiller. A un certo punto scrive: “Forse le amicizie più profonde erano le amicizie fra lettori, poiché gli scrittori sono innanzitutto dei lettori, degli amanti della lettura”.
Assolutamente – l’amicizia è molto importante perché noi tendiamo a essere esclusivi in amore, siamo monogami in amore, invece nell’amicizia possiamo moltiplicarci, abbiamo più amici. L’amicizia è anche una storia di diversità: per questo volevo parlare dell’amicizia. Per gli scrittori questi rapporti poi sono molto importanti; perché scrivere è un lavoro solitario, e l’amicizia ti permette di uscire di casa, andare un po’ fuori dai nostri testi, dalle parole, andarsene un po’ in giro.
Ha vissuto in posti molto diversi, il Libano, l’Iran, adesso vive in Catalogna, eppure ha continuato a scrivere in francese. Non ha mai pensato di scrivere in un’altra lingua – e com’è cambiato il francese in contaminazione con le sue altre lingue, come l’arabo o lo spagnolo?
Sì, purtroppo posso scrivere solo in francese. Scrivere in un’altra lingua sarebbe per me molto difficile. È vero che il mio francese forse è un po’ contaminato soprattutto dallo spagnolo e dal catalano, perché è da vent’anni che abito a Barcellona – ma dalla casa editrice finora non mi hanno detto niente, se il mio francese sia o meno corretto o vengano fuori parole strane (ride).
Quali sono i libri che le hanno fatto venire voglia di scrivere? e quelli che gliel’hanno fatta passare?
Da giovane Marcel Proust mi ha messo voglia di scrivere. La sua prosa è veramente un miracolo, il suo modo di raccontare unico. E poi il suo è un romanzo molto lungo che esplora le possibilità della vita di un personaggio dalla sua infanzia fin quasi alla morte – perché lui scrive fino a morire. E racconta di sé. Quello che scrivo io non c’entra niente con Proust, ma è un amico anche lui. E quelli che me l’hanno tolta… (ride) voglia di scrivere ce l’ho tuttora. Ma è vero che ci sono libri così belli, così perfetti, che a volte ci si dice perché scriverne un altro.