“Il tessuto sociale dal quale nasce il mito di Diego è lo stesso che ha dato origine a quello della Madonna dell’Arco. Conservo ancora le bandiere che ritraggono il suo viso accanto a quello del santo patrono. Entrambi facevano miracoli: in fondo, non c’era tanta differenza.” Roberto De Simone
Possiamo sceglierci il Diego che segna il gol più bello di sempre saltando tutti gli avversari, o quello che nella stessa partita ne segna un altro con la mano; possiamo sceglierci quello con la maglia del Napoli, dell’Argentina o del Boca; possiamo prenderci quello che se ne va a Cuba, quello che difende gli ultimi, o anche il capo popolo che si mette davanti alla sua gente quando viene discriminata, e magari possiamo anche fare finta che il Diego che non ci piace molto non esista, di quello non parliamo, lo nascondiamo un po’, quello tossico, maschilista, ambiguo in qualche momento. Ma sarebbe troppo comodo così, scegliere solo un pezzo, una parte, quella che ci piace di più, quella più “presentabile”. Ecco, è proprio quello che non dobbiamo fare, altrimenti andremmo ad assecondare quella morale borghese che lo ha massacrato per le sue cadute, ignorato quando ha potuto e quando non c’era più, ha addirittura cercato di riprendersene un pezzo, o peggio ancora usarlo, come fece il potere che regola il calcio mondiale, quando lo cercò per portarlo ai mondiali in Usa, (dove del calcio all’epoca non fregava a nessuno), per tirare su le vendite di biglietti e sponsor, per poi incastrarlo e rimandarlo a casa. La gente, quella che lo ha scelto tutto intero da sempre, non lo ha mai spezzettato, ne ha compreso le debolezze e anche per questo, ne ha vissuto più consapevolmente la grandezza, non lo ha giudicato, e ha fatto il tifo per lui non solo quando era in campo, ma anche fuori, quando è stato schiavo della droga. Quando Diego arriva a Napoli c’è una città intera che riempie uno stadio solo per vederlo, non per vederlo giocare, per vederlo e basta, e solo per pochi minuti, e già quello fu un chiaro segnale di qualcosa che trascendeva il “pallone”.
E ancora non abbiamo parlato del calciatore, quello che ha spostato in avanti i limiti di questo gioco, quello che ha sempre concepito, eseguito o inventato una giocata spettacolare (e a volte mai vista prima), non per darsi delle arie o per umiliare l’avversario, ma perché in quel momento era la cosa più utile a finalizzare il gioco, per andare a fare gol. Si utile perché Diego voleva vincere, lo disse sin da bambino, e ha sempre cercato di farlo, spesso riuscendoci, creando squadra sempre, non troverete un solo suo compagno (e probabilmente nemmeno un avversario) che ne parla male. Diego non saltava quasi mai una partita, anche se stava male, scendeva in campo lo stesso, sempre, anche contro il parere dello staff medico, anche con i muscoli a pezzi, perché diceva e sapeva che la gente faceva sacrifici per pagare viaggi e biglietti per andarlo a vedere e non voleva deludere nessuno. Non era una questione di facciata, lo dicono i fatti, non si tratta della retorica del calciatore nato povero che si ricorda di come si viveva male di stenti e regala, ora che può, un po’ di soldi in beneficenza, perché lui per beneficenza, ignorando il divieto della società in cui giocava, e per questo pagando anche una multa, va a giocare nel fango in un campetto di periferia ad Acerra perché qualcuno ne aveva bisogno per pagarsi una delicata e costosa operazione chirurgica. Cose che restano nel suo curriculum quasi quanto la Coppa del Mondo vinta con l’Argentina in Messico e gli scudetti col Napoli.

Da quando ha smesso di giocare a calcio paradossalmente la sua presenza si è moltiplicata sulle enormi facciate dei palazzi, oltre che su felpe, magliette, sciarpe, cappelli e bandiere, a Napoli come in Argentina e in altre parti del mondo. Da quando è morto poi la sua presenza si è avvertita sempre di più. Ognuno, quel 25 novembre ha reagito a modo suo a quella notizia, trovandosi e dover fare i conti con dei sentimenti che forse non pensava neanche di avere, stabilendo un rapporto proprio, diretto con quel lutto, senza il filtro di qualcuno che provava a spiegare il perché. È il meccanismo che avviene nel rapporto con le divinità, non solo religiose ma anche pagane. In passato c’era chi venerava i cani perché difendevano il raccolto da altri animali, e aveva un motivo valido, terreno, per farlo, non derivava da un dogma, ma dall’interpretazione di un fatto che portava un beneficio (come ci spiega Marx nel suo scritto Tesi su Feuerbach). Ecco, questo è diventato Diego quel giorno, una divinità pagana e insieme un mito plebeo, come ci racconta questo bellissimo libro collettivo (Maradona un mito plebeo, Tamu/Tangerin), che ci fa capire da quante angolazioni si può comprendere quell’argentino che si era tatuato addosso un altro argentino (Che Guevara) e che diceva all’argentino forse più alto in carica, Papa Francesco, che bisognava fare di più per i poveri.
Ci sono tante pieghe da sciogliere per avere un quadro sincero che vada dentro i tanti chiaroscuri della sua esistenza, e questo libro a cura di Antonio Gomez Villar, raccoglie tanti testi di scrittori, scrittrici, intellettuali e sociologi, per la maggior parte sudamericani, che ci aiutano a comporre ancora di più un interessante e realistico mosaico, senza tralasciare i punti più spinosi, raccontando le sue vicende nelle città che lo hanno avuto come calciatore. Sono scritti che fanno i conti con l’emozione provata il giorno della morte di Maradona, che si interrogano sulla dimensione di quel lutto, così come su quanto sia “politicamente” giusto celebrarlo, a tal proposito è particolarmente interessante la riflessione delle femministe nel capitolo Dribbling nei Femminismi Plebei. Insomma questo bel libro ci aiuta a capire che ci sono vari livelli di lettura e comprensione di un fenomeno epocale, perché questo è. Restano le immagini delle sue giocate, che emozionano ancora i ragazzini che lo guardano a distanza di anni, e quello è il livello di comprensione più spettacolare e immediato che non ha bisogno di tante spiegazioni. È come quando i bambini guardano Chaplin o Totò e ridono per quello che vedono, a quel primo livello di comprensione. Poi col tempo si può andare oltre e approfondire, tenendo sempre a mente che “per capire a fondo il calcio, non bisogna sapere solo di calcio”.