Tre scrittrici argentine appartenenti alla stessa generazione, tre diverse sfumature della narrativa contemporanea del Sud America che indaga il mondo e l’inquietudine che genera. Mariana Enriquez, Samanta Schweblin e Agustina Bazterrica hanno contribuito a cambiare le regole del realismo magico, dell’horror, in alcuni casi, e del perturbante tradizionalmente attribuiti agli scrittori; si sono servite del genere per ampliare il discorso sul femminile e sulle possibilità che la narrativa delle scrittrici ha in questo momento storico. Nella loro opera l’inquietudine si ramifica, evolve e si specchia nel moderno; tutto può succedere nel reale che descrivono, anche quando cercano di placare l’inquietudine verso la morte e l’ignoto che spalanca; ma forniscono anche soluzioni per sostenere quella stessa inquietudine, lasciando spiragli per l’impensabile. E, infine, maneggiano con cura l’inquietudine che nel distopico trova la sua massima manifestazione, ovvero quando persino la scrittura toglie ogni riferimento.
Tre libri differenti – un diario di viaggio, una raccolta di racconti e un romanzo distopico -, tre maniere di narrare l’inquietudine insita nell’animo umano.
L’inquietudine nel reale

Nell’opera di Mariana Enriquez l’inquietudine è un sentire costante perché reale e surreale si confondono spesso. Quando, però, la scrittrice argentina sceglie di confrontarsi con il grande tema portante del reale, ovvero il dualismo tra la vita e la morte, il suo immaginario di narratrice si mette al servizio della realtà senza perderne le caratteristiche. “Qualcuno cammina sulla tua tomba”, nella traduzione di Alessio Casalini per Gran vía edizioni, è un diario di viaggio che esplora la grande paura che la morte genera e la fascinazione per il luogo in cui impera: i cimiteri, catalizzatori di inquietudine per eccellenza. Il libro, allora, è un percorso a cavallo di vent’anni, tra la metà degli anni ’90 e gli anni ’10 del 2000, attraverso Europa, Australia e America. Enriquez dichiara di aver preso ispirazione dalla narrativa di viaggio di Bruce Chatwin, ma la sua versione non è un pellegrinaggio macabro, piuttosto è uno sforzo intellettuale per entrare in contatto con una parte fondamentale dell’esistenza umana, esorcizzando paure e superstizioni. Nel reale è a suo agio tanto quanto nel surreale a cui ci ha abituate e le storie che emergono tra una visita e l’altra sono spontanee e significative. La raccolta si apre con il cimitero di Staglieno a Genova e una Enriquez poco più che ventenne alle prese con innamoramenti fugaci e le tombe monumentali. Nel suo percorso tra Cile, Paesi Baschi, Stati Uniti ed Europa, Enriquez ragiona sulla fugacità della vita, sulle leggende della morte e l’inquietudine che generano, ma trova spazio per parlare della rappresentazione delle donne anche nell’aldilà. Ma è all’Argentina che sono dedicate le storie più significative, perché è la sua terra a innescare la riflessione originale. “Il ritrovamento di Marta Angélica”, infatti, racconta la vicenda della madre di una sua amica, una desaparecida, ritrovata trentacinque anni dopo il suo rapimento. La sua è la vicenda che rende il libro anche politico. Di Marta Angèlica sono state recuperate solo alcune ossa, ma sufficienti per consentire cerimonia funebre e sepoltura, con la famiglia a celebrarne la vita e il ricordo. Il funerale diventa, quindi, un atto militante dove memoria e morte finalmente manifestano il loro significato più profondo. Non si può più avere paura, allora, se rimane traccia di te.
Come sono belli i cimiteri, penso, mentre dal finestrino guardo il cielo grigio. […] Dove resta il nome, la data e una voce che dice: Ci sono stato, ero. Ormai forse nessuno sa più il mio nome, ma una volta qualcuno mi ha ricordato.
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L’inquietudine nella stranezza

Il reale trova spazio anche nella nuova raccolta di racconti di Samanta Schweblin, “Il buon male”, pubblicata da Einaudi nella traduzione di Maria Nicola. Il libro si apre con un esergo emblematico di Silvina Ocampo – poeta, scrittrice e pittrice argentina: «Le cose strane sono sempre le più vere». La stranezza che Schweblin coltiva nei sei racconti si insinua sottile nel reale, tanto da confondere l’orizzonte narrativo e rendere possibile qualsiasi evento. È qui che nasce l’inquietudine. Un bambino che cambia forma e diventa un cavallo, per esempio, o un gatto morto che stabilisce un contatto con la sua padrona; oppure, ancora, uno sconosciuto che occupa con violenza la casa di una donna trasformando il trauma in un limpido momento motivazionale. Schweblin fa tesoro della citazione di Ocampo e stabilisce che nella stranezza degli eventi, e nell’inquietudine che generano, ci sia una verità a cui credere senza remore. Le possibilità del reale, quindi, si moltiplicano. E allora l’inquietudine, di cui l’intera produzione letteraria di Schweblin è pervasa, si fa strada nei dettagli e nelle immagini che la scrittrice semina con cura. In “Benvenuta fra noi”, il racconto che apre “Il buon male”, una donna tenta di placare l’angoscia che la pervade e, a sorpresa, trova in un vicino il riconoscimento che non ha trovato nella famiglia. L’inquietudine che ne segue spalanca la ferita della sofferenza interiore. Nel racconto meglio riuscito, “L’occhio nella gola”, l’inquietudine deriva da un evento traumatico, un bambino che rischia la vita per un incidente fortuito, e un padre che, non potendo porvi rimedio, si trascinerà in una vita segnata dal passato, cadenzata dal suono di un telefono che squilla solo di notte.
L’inquietudine, però, accompagna anche i gesti di cura verso una anziana poeta che si fa lavare i capelli da una donna che conosce, ma con la quale non parla quasi mai.
In ciascuno dei racconti di questa raccolta, allora, la forma dell’inquietudine insegue e perseguita, pur non oscurando mai affetti ed emozioni. Ad essa, però, non c’è rimedio e alle donne e agli uomini di cui scrive Schweblin non resta che arrendersi alle sue leggi.
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L’inquietudine nel distopico

Agustina Bazterrica non è nuova alla distopia, dei futuri immaginati si era già occupata nel romanzo precedente, “Cadavere squisito”, enorme successo di pubblico e di critica. Il ritorno nelle librerie con “Le indegne”, tradotto da Francesca Signorello per Eris si mantiene, quindi, sulla scia dei futuri terrificanti in cui le donne hanno un ruolo chiave, sia come vittime che come carnefici. L’inquietudine che ne deriva affonda le radici nel futuro che Bazterrica delinea, talmente spaventoso da risultare quasi possibile. Le indegne del titolo sono le sottoposte di un ordine religioso costituitosi quando i cambiamenti climatici hanno devastato la terra. Per loro le punizioni corporali e le privazioni sono la materia per avvicinarsi quanto più possibile al divino in un momento storico in cui siccità, inondazioni ricorrenti e una generale regressione allo stato ferale della società civile oscurano il futuro. A dominarle, nella Casa della Sacra Sorellanza in cui dimorano, ci sono gli ordini superiori – Illuminate, Sante Minori e Diafane di Spirito, e un misterioso Lui che tutto guarda dall’alto e che dispone dei loro corpi e del loro destino. La voce narrante è un’indegna che scrive di notte alla luce di una candela, nascosta in una cella. La sua esistenza procede tra ambizioni di ascesa nell’ordine per scampare alla miseria in cui vive, e ricordi traumatici che riaffiorano nelle lunghe notti di scrittura. A sconvolgerla l’arrivo di Lucìa, ritrovata ai margini della Casa, forse dotata di poteri, forse santa per davvero, che le risveglia corpo e mente mostrandole una nuova possibilità di salvezza. “Le indegne” è un romanzo curato nell’atmosfera, ricco di dettagli acuti che delineano gli ambienti e la psicologia della protagonista, sfrontato nel servirsi dell’iconografia religiosa per destituirne il misticismo e con essa costruire un panorama orrorifico in cui, ancora, una guida religiosa dispone dei corpi delle donne e delle loro libertà individuali.
Bazterrica si muove sul confine sottile tra metafora e realtà e si rarefa sul finale, forse troppo, per lasciare spazio alla speranza. Il messaggio è lineare: non è certa la possibilità della salvezza, tuttavia vale sempre la pena fare il tentativo di raggiungerla e ribaltare l’ordine delle cose. Le indegne è stato definito un horror letterario femminista, un luogo letterario in cui l’inquietudine si coltiva per sperare in un domani migliore.