“Un giorno mia madre mi raccontò che ogni uomo viene al mondo con un certo numero di respiri, finiti i quali farà spazio a chi verrà dopo di lui”
C’è una vecchia canzone dei Subsonica, Preso blu, che dice “paura del diverso, paura del possibile, paura che il diverso sarebbe anche possibile”. Nel romanzo di Nicola Lucchi Il Giardino dei fiori infelici, edito da Neo edizioni, vincitore del premio narrativa 2025 indetto dalla casa editrice, i protagonisti e la voce narrante sono proprio i diversi. Olga, la strega del villaggio e suo figlio Lucas il reietto, l’assassino, il ragazzo con lo sguardo apparentemente privo di scrupoli.
Il nome, Lucas, è impossibile da non associare a uno dei gemelli delle Trilogia della città di K, ma in generale tutta l’atmosfera de Il giardino dei fiori infelici sembra un lungo e amaro tributo al primo dei tre libri di Kristof. Le scene crude, la morte perennemente presente, il lutto e la luce che se non acceca è tutt’altro che viva. In un piccolo paese attraversato dai grandi moti della storia come la guerra i personaggi che si muovono per le strade fangose che collegano le case e le storie sono sempre uomini con animi oscuri.
Sappiamo sin dall’inizio i ruoli a chi sono affidati. Il maresciallo, tutore della legge terrena, il prete tutore della legge divina e l’assassino, il capro espiatorio di tutti i fantasmi che il perbenismo di paese vuole scacciare. Lucas è il diverso, colui che deve necessariamente agglomerare su di lui tutto il male che il resto del mondo finge di non vedere o cerca di dimenticare da dove viene.
Da dove vengono i protagonisti di questo libro e le loro storie? Lo scopriamo una pagina alla volta, un capitolo alla volta, un dialogo alla volta. Sappiamo verità parziali all’inizio, sentiamo storie si seconda mano, diamo inizialmente retta al passaparola, salvo poi, buca dopo buca, vittima dopo vittima, andiamo a fondo delle questioni. Ogni individuo che incontriamo sul nostro cammino è una figura anonima fino a che non gli diamo un nome. Il nome è una storia e la storia è un gancio per attaccaci a qualcosa. Così Lucas conduce Don Raffaele e il maresciallo in una storia alla volta, scavando nel bosco da cui prende il titolo, sotto ogni pianta, sotto ogni albero la natura si riprende i suoi figli, quelli più amati e quelli più odiati.
Nicola Lucchi scrive spolpando i suoi personaggi, incide la pagina col bisturi più che la penna. La società rurale che mette in scena è feroce, usurpatrice, è tribunale e boia delle storie dei più deboli, di quelli che vivono ai margini. Sopravvive solo chi ha più forte dentro di sé l’istinto di autoconservazione. A pensarci bene è molto somigliante ai giorni che viviamo e come nei giorni nostri serve trovare qualcosa capace di inceppare questo meccanismo rotativo come una catena di montaggio del dolore. La letteratura, raccontarsi storie, è forse un modo per provare a inceppare il meccanismo, accendere una luce in una stanza silenziosa, lasciare fuori l’orologio e fermarsi a pensare a quello che ci succede. Così i libri restano, nonostante tutto, importanti se chi li scrive prova a buttarci dentro la sfida eterna tra la propria vita e la propria morte.
Al contempo Il giardino dei fiori infelici porta lentamente a galla un messaggio fondamentale di ogni storia: le cose raccontate sono importanti quasi quanto quelle non raccontate. Le parole possono uccidere, ma anche i silenzi. Fare è pericoloso quanto non fare. Lucas è la cartina al tornasole della facciata della società che vorrebbe ripulirsi la coscienza, agglomera su di sé la violenza necessaria a svegliare le coscienze, il dolore che serve a tirar fuori dal pozzo nero i nostri segreti più nascosti. Così il viaggio all’interno del giardino, sempre più in fondo al sentiero fino ad arrivare a una caverna che porta su un dirupo, quello è il viaggio nella coscienza comune, nel sentito dire, nel perbenismo che nasconde la vera natura dell’uomo. In ogni caso non potrà mai andare a finire bene, ma è un viaggio assolutamente necessario per tutti i protagonisti.