Una volta, citando Niccolò Ammaniti, dissi a un ragazzo appena conosciuto che: “La vita è uno slalom tra figure di merda”. Questo, un tipo evidentemente estraneo ai sottili meccanismi dell’autoironia, si risentì e mi rispose piccato: “Parla per te”, ponendo fine in modo perentorio a qualsiasi tentativo di socializzazione.
In mia difesa posso dire che non avevo assolutamente intenzione di far colpo su quel ragazzo, volevo soltanto fare amicizia o quantomeno stemperare l’imbarazzo tra sconosciuti capitati per caso alla stessa festa di compleanno.
Quell’episodio mi fece ragionare sul fatto che pur vivendo tutti in un romanzo grottesco, alcuni negano questa fondamentale verità; come se si sentissero più legittimati e in carica in un ipotetico mondo e vita perfetti, come se le follie storture e miserie, una volta stanate, potessero prendere il controllo sulla loro ottusa idea di realtà. Io penso funzioni esattamente al contrario.
Per questo motivo nutro per Ammaniti un sentimento ingenuo ed entusiasta. Lo stesso che fa dire a Holden Caulfield: “Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va”.

“Il custode” ci consegna l’adolescenza viva e vera, come solo quell’età sa essere, sullo sfondo di una provincia siciliana, omertosa e senza speranze.
Nilo, quattordici anni a settembre, porta sulle spalle il peso di un matriarcato severo, e di un segreto famigliare che affonda le radici nel mito, in quanto di più mostruoso e innominabile possano celare le mura domestiche.
“Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno”.
A scombinare patti e legami ancestrali, arriva l’amore. Perché è sempre l’amore, sin dagli antichi miti greci, che, come una febbre, ci invasa e costringe a diventare chi realmente siamo, oltre la versione edulcorata che amiamo offrire a noi stessi e agli altri. L’amore rende folli, crudeli, ingiusti. Non fanno eccezione gli dèi.
“Gli dèi sono più umani degli umani e non sono mai giusti. Sono rabbiosi, permalosi, scorretti e spesso invidiosi. Atena era innamorata di Poseidone e, accecata dalla gelosia, ha incolpato Medusa di averlo sedotto e l’ha trasformata in un mostro”.
L’amore ci porge uno specchio divino e devastante, e le nefandezze che attribuiamo alla relazione con l’altro erano già lì molto prima di incontrarlo, in attesa di vedere la luce. Ma allora perché la vita è meno vita senza l’amore? Forse è proprio dell’abisso che andiamo in cerca quando ci crediamo innamorati?
“Nilo, noi siamo fatti di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Una parte senza l’altra non esiste, come il dritto e il rovescio di una maglietta”.
Ammaniti rinnova ne “Il custode” il gusto per l’adolescenza: intreccio di destini, ironia, ritmo e tragedia, con in più l’elemento soprannaturale: ciò che ne fa da sempre il nostro Stephen King.
E se tra le immagini più potenti custodite nella mia memoria letteraria, accanto alla follia di Nastasja Filippovna ne “l’Idiota” galleggia il fantasma della prof. Flora Palmieri di “Ti prendo e ti porto via”- persa nel ricordo dell’avventuroso Graziano Biglia, circondata da briciole in una vasca da bagno mentre ascolta in loop Sei bellissima– è perché non esiste un campionato vero in letteratura: tutto si tiene. E spesso ridere leggendo e divertirsi scrivendo è la cosa più bella che possa capitarti.