È più forte di me, non riesco e parlare dell’ultimo libro di Gianni Montieri senza montare dentro la mia testa una playlist ideale di canzoni legate proprio al treno. Il treno è sempre il treno sentenziava Renato Pozzetto nella celeberrima scena de Il ragazzo di Campagna e i nostri migliori cantautori ne hanno cantato le gesta a partire da Guccini, dalla cui Locomotiva prende le mosse per contrapposizione il titolo di questo bel racconto di tutti i treni della nostra vita, o almeno di quelli dell’autore che ha fatto di questo mezzo di locomozione la sua seconda casa.
Penso innanzitutto a Dimartino che in una sua canzone parlava di quanto odia le ferrovie dello Stato, non tanto per lo stato fatiscente delle sue carrozze, ma per il fatto che il binario è uno dei posti per eccellenza in cui ci diciamo addio, o arrivederci, con le persone che amiamo. Nel libro di Gianni Montieri, edito da 66thand2nd, invece il binario sempre per contrapposizione col pensiero comune è un luogo di incontro. Un posto dove ci si rivede con la persona amata, un porto dove si approda per ritornare alla città di appartenenza, un luogo dove ci si imbatte in solerti quanto confusionari controllori che recitano il loro canovaccio a memoria a prescindere da chi gli si trovi di fronte.
Poi Bocca di Rosa, e la stazione di Sant’Ilario che è uno dei capitoli più gustosi di questo viaggio sulle rotaie del cuore dell’autore. Come non dedicare alcune pagine a uno degli scali ferroviari (ormai in disuso come certe storie di questo paese) reso immortale dalla canzone di Fabrizio De Andrè?
Tutta la vita a guardare fuori dal finestrino. Noi che guardiamo la campagna, il mare, la montagna, le greggi al pascolo, i cavalli, i viadotti autostradali, i cavalcavia, auto, camion, tir, fattorie abbandonate, campanili sullo sfondo. Case. Tante case, vecchie e nuove, dismesse, abitate, circondate dal verde, circondate da niente.

A proposito di storie strappate all’oblio quella del capitolo dedicato al Settebello, treno frutto del design italiano partorito dalla Breda negli anni 50 e diventato un vero e proprio gioiello su rotaia. Un’esperienza in movimento che fino agli anni ’90, per la precisione fino al 1992 ha viaggiato su e giù per lo stivale. Il treno è entrato nell’immaginario popolare anche perché la sua bellezza si è traslata sulla squadra di pallanuoto italiana, generazione di fenomeni in vasca che da quel treno leggendario hanno preso il nome e lo hanno consegnato all’immortalità.
Poi c’è l’elefante nella stanza, la stazione più stazione di tutte quelle che ci sono nel nostro paese. La stazione di Bologna e quel maledetto 2 agosto 1980, altra storia che per quanto indelebile col tempo rischia di sbiadire, richiama subito alla mente le canzoni di Guccini con la sua Bologna o di Faber con Se ti tagliassero a pezzetti, ma per i più giovani riporta alla mente Sensibile degli Offlaga Disco Pax, ed è in quelle stanze sventrate dall’attentato neofascista che ci porta il libro di Gianni Montieri. A tutti nella vita capitano dei bivi, si tratta di scegliere una strada o un’altra. Di andare in vacanze in Emilia Romagna o in Liguria e quindi, assolutamente per caso, trovarsi o meno nel posto sbagliato nel momento sbagliato, tipo la stazione di Bologna il primo weekend del mese delle ferie d’agosto.

Le pagine di questo ultimo lavoro dello scrittore e poeta originario di Giugliano si alternano con capitoli definiti sale d’attesa, in cui il tempo sembra fermarsi, come entrare in uno dei Posti ristoro raccontati da Tondelli in Altri libertini o come quella in cui morì Tolstoj. Insomma, pause e accelerate, riflessione e memoria, o semplicemente due chiacchiere scambiate con chi, anche se per pochi minuti, condivide un viaggio o un’attesa con noi.
Spesso nei libri di Gianni Montieri mi capita di vivere una sensazione che ho trovata ben descritta da Paolo Nori nel suo ultimo libro su Raffaello Baldini, ovvero di chi è capace di farmi vedere chiaramente quello che è sempre stato sotto i miei occhi. Ed è questo che succede con Non era un mostro strano, Gianni Montieri ci mette sotto gli occhi tutte le stazioni, tutti i treni persi e quelli presi al volo, tutti i paesaggi visti dal finestrino che abbiamo incontrato nella nostra vita di pendolari. Ognuno di noi, chi tanto o chi poco, è stato almeno per un po’ pendolare.
Forse il segreto di queste pagine è la capacità di accettare il viaggio come una parte fondamentale della vita, di adattarsi ai ritardi e alle disavventure, come capita in fin dei conti nella vita di ognuno, e c’è poco da fare per opporsi al destino o a un guasto, bisogna abbandonarsi alla corrente e lasciarsi cullare dal vagone, come quei due personaggi di Incontro di Guccini, che smettono di cercare un senso al viaggio e cominciano a goderselo per quello che è.