La fantascienza argentina ha una genealogia sorprendentemente ricca, che si snoda tra tensioni politiche, inquietudini metafisiche e una tradizione letteraria profondamente riflessiva. Dalle prime incursioni ottocentesche di Eduardo L. Holmberg ai racconti speculativi di Bioy Casares e Borges, il genere si è evoluto fino a divenire uno spazio critico dove si esplorano i limiti della soggettività, dello Stato, della tecnologia e della memoria. In questo contesto si collocano figure come Angélica Gorodischer, Martín Felipe Castagnet, Rafael Pinedo e, più recentemente, José Retik, le cui opere contribuiscono in modo determinante alla configurazione di una fantascienza che non è mai mera evasione, ma piuttosto riflessione spietata sul reale.
Gorodischer, considerata da Pablo Capanna una delle voci più influenti del genere in lingua spagnola, ha costruito nel ciclo di Kalpa Imperial (Rina Edizioni, trad. di Giulia Zavagna) un universo narrativo che mette in crisi le strutture di potere attraverso una prosa iperletteraria, non lineare, spesso affidata alla finzione orale di cronisti e testimoni immaginari. La sua opera è paradigmatica di una fantascienza allegorica, dove l’impero di cui si narra non esiste ma riflette ogni struttura imperiale reale.
Se Gorodischer rappresenta la dimensione politica e simbolica del genere, Martín Felipe Castagnet ne sottolinea invece la componente introspettiva e psicologica. In saggi come El viaje de la ciencia ficción argentina a los confines del espacio interior, Castagnet individua una tendenza crescente nella sci-fi argentina contemporanea a spostare l’interesse dal cosmo al soggetto, dalle astronavi ai corpi, dall’epica alle fratture percettive. Questo spostamento, che rilegge in chiave postumana e femminile la tradizione, avvicina il genere alla narrativa filosofica e postmoderna.

Anche Rafael Pinedo, attivo nei circuiti delle riviste pulp e underground, rientra in questo orizzonte. Sebbene meno trattato dalla critica accademica, Pinedo è rappresentativo di un certo filone “ibrido”, che combina fantascienza, horror e realismo critico per raccontare un’Argentina paralizzata da apparati corrotti, invasioni linguistiche e soggetti marginali. È il paesaggio dove la distopia si fa quotidiana, quasi documentaria, e dove la speculazione viene immersa nell’informe sociale.
Su questa scia, ma con una raffinatezza stilistica e concettuale peculiare, si colloca José Retik con il suo romanzo Gli extrastatali (Edizioni Arcoiris, trad. di Loris Tassi). L’opera, che ha ricevuto ampi consensi dalla critica argentina, si presenta come una narrazione delirante e allegorica, dove lo Stato si dissolve in un insieme di protocolli autoreferenziali e il protagonista – un neurologo francese chiamato a studiare le masse argentine – si muove in uno spazio ibrido tra l’incubo burocratico e la clinica dell’inconscio. Come ha sottolineato Inés Busquets, il romanzo è costruito su un “realismo delirante” che richiama Borges e Laiseca, ma con una tonalità politica e filosofica inedita.
La storia è disseminata di elementi surreali – come una città di automi, un Parco delle Frustrazioni, un virus chiamato “fallimento” – che però non funzionano come orpelli grotteschi, ma come dispositivi critici. L’uso della voce narrante frammentata, lo stile aforistico e l’assenza di una vera linearità temporale fanno de Gli extrastatali un testo che si oppone sia alla distopia tradizionale, sia al romanzo politico in senso stretto. Retik, psicologo e saggista, mette in scena la crisi dell’identità collettiva argentina come un’esperienza psichica e linguistica, in cui lo Stato non è più un’entità sovrana ma una patologia diffusa. È qui che si intrecciano i percorsi tracciati da Gorodischer e Castagnet: lo Stato come finzione narrativa, la soggettività come campo di battaglia.
Alla luce di queste riflessioni, si può affermare che la fantascienza argentina contemporanea non esiste più come genere separato o codificabile, ma come forma di interrogazione. Una forma che, attraversando allegoria, linguaggio tecnico, ironia e delirio, si fa strumento per pensare ciò che è impensabile nel discorso pubblico: l’invisibile, il fallito, il già accaduto e rimosso. Autori come Retik o Castagnet non cercano mondi nuovi, ma osservano con occhi alterati il nostro, facendo della distorsione un metodo conoscitivo. È in questo senso che la fantascienza argentina va letta non come derivazione periferica di una tradizione anglosassone, ma come uno dei suoi laboratori più radicali.