a cura di Nicole Erbetti e Gio Taverni
Genocidio palestinese e propaganda dei media occidentali: sono le accuse che emergono nel saggio Un giorno tutti diranno di essere stati contro del giornalista arabo-canadese Omar El Akkad, uscito questa estate ed edito da Feltrinelli con la traduzione di Gioia Guerzoni. El Akkad non ha paura di utilizzare parole che una gran fetta della politica e dei media occidentali ancora soppesa nel parlare di quello che Israele sta infliggendo alla popolazione palestinese della striscia di Gaza. La voce ferma e la scrittura di El Akkad squarciano il silenzio che protegge Israele, a Gaza come nei territori occupati in West Bank.
Il libro è nato da un tweet pubblicato a fine 2023, in cui il giornalista e scrittore denunciava come in un prossimo futuro – solo quando sarà troppo tardi per impedire il massacro di civili palestinesi, quando non ci saranno più “svantaggi personali nel chiamare una cosa con il proprio nome” – tutti diranno di essere stati contro lo sterminio di un popolo. Il suo editore gli propose di partire da lì, di scrivere un saggio su cosa significhi vivere in Occidente in questo momento storico: così El Akkad ha fatto confluire sulla pagina bianca il proprio vissuto, l’altalenante rapporto di un giovane straniero di religione musulmana con il Paese che lo ha accolto.
Un giorno tutti diranno di essere stati contro è l’accusa a una stampa internazionale che agisce secondo il binario del doppio standard, e tergiversa su quello che sta succedendo in Palestina; ma è anche qualcosa di più: è la presa di distanza da un Occidente che si è eretto come detentore di libertà e giustizia e che ora sta mostrando il suo volto.

Straniero, sempre
Omar El Akkad è nato in Egitto, cresciuto in Qatar e poi in Canada e oggi risiede negli Stati Uniti. Come giornalista esperto di terrorismo internazionale, dagli anni Duemila ha realizzato reportage in tutto il mondo, dall’Egitto all’Afghanistan. Ha esordito nel 2017 come scrittore di narrativa con American War, che ha vinto premi ed è stato inserito nella lista “Novels That Shaped Our World”. Nel 2021 ha pubblicato What a strange paradise, il racconto di Amir, giovane rifugiato siriano sopravvissuto a un estenuante e pericoloso viaggio in mare e approdato su un’isola greca, e dell’amicizia che stringe con Vänna, una teenager figlia i due expat proprietari di una guest house, che si trova a infrangere la legge per aiutare il nuovo amico.
Anche in Un giorno tutti diranno non manca il tema dello straniero, da una prospettiva però soggettiva: El Akkad rievoca la storia della sua famiglia emigrata in Canada e i torti subìti a causa della provenienza da un mondo musulmano. Si prova un senso di ingiustizia bruciante nel leggere del padre licenziato a causa del suo cognome; ma nella storia del giovane giornalista emigrato in Occidente c’è anche un sentimento di rivalsa nei confronti dell’Egitto e del Medio Oriente in generale. Negli anni della sua formazione in America El Akkad ha accesso libero alla cultura senza filtri censori e, grazie allo studio e alla sua passione per la letteratura, può ritagliarsi un posto in questo nuovo mondo. Una conquista che, però, ha un prezzo: il rifiuto delle proprie radici, l’eliminazione del proprio accento, la rinuncia a una parte di sé e della propria storia. Tutti sforzi che El Akkad compie per sentirsi integrato, per distinguersi dall’immagine stereotipata dell’immigrato. Per essere finalmente accettato dalla società in cui sta crescendo.
Anche per l’accusa alla stampa occidentale di fare da scorta mediatica a Israele, El Akkad parte dal proprio vissuto: conclusi gli studi universitari, viene assunto in una redazione giornalistica, prima come redattore di temi economici e finanziari, poi come reporter di esteri, con un focus sul terrorismo di matrice islamica. Il suo lavoro nel corso degli anni lo ha portato in Afghanistan e in Egitto, ma anche nel carcere militare di Guantánamo: in quegli anni comprende come la stampa occidentale, a braccetto con un certo modo di fare politica, sia in grado di plasmare la visione del resto del mondo.
Nel rivendicare l’importanza del ruolo del giornalismo nella società moderna, El Akkad accusa apertamente i media mainstream anglofoni – dal New York Times al Guardian, ma questo può valere anche per alcune importanti testate italiane di casa nostra – di giustificare Israele e i crimini compiuti contro palestinesi e gazawi, rinunciando alla ricerca della verità e all’etica del mestiere. Sono accuse, quelle di El Akkad, che spaziano dalla mancanza di deontologia all’islamofobia dei media occidentali e riscontrabili dall’impostazione degli articoli alla scelta dei termini da utilizzare: ogni dettaglio, nel lavoro giornalistico, ha un peso politico importante.

Un controcanto alla storia
Tornando indietro nel tempo all’undici settembre, alla guerra in Afghanistan, all’invasione dell’Iraq, alle torture sui prigionieri nel carcere di Guantánamo, Omar El Akkad ci dà l’occasione per riflettere sugli ultimi decenni dal punto di vista di uomo arabo cresciuto nel Nord America.
Raccontando la sua esperienza di uomo e giornalista El Akkad scrive un saggio narrativo sul giornalismo che è un controcanto alla storia: Un giorno tutti diranno di essere stati contro è un libro diretto, da testimone e reporter che assiste all’orrore moltiplicato sul proprio telefono – a Gaza ci sono bambini mutilati, affamati, esseri umani scarnificati di prospettive, messi a tacere, negati. La conta degli uccisi cresce ogni giorno, così come le macerie. Le parole di Omar El Akkad ci ricordano che il giornalismo può distorcere la realtà, per un retaggio di pregiudizi e di idee, o per difendere una narrazione che non si vuole veder crollare.
Sono tempi difficili per il mestiere di giornalista. A Gaza negli ultimi due anni sono stati ammazzati centinaia di giornalisti (nel libro El Akkad arriva a contarne 108, adesso siamo oltre i 240), eppure c’è ancora negazionismo. Qualche giorno fa la fotoreporter canadese Valerie Zink ha annunciato la decisione di lasciare la Reuters perché l’agenzia aveva fatto da cassa di risonanza all’affermazione israeliana secondo cui il reporter (ucciso) Anas Al-Sharif fosse un agente di Hamas. Israele continua a vietare ai reporter internazionali di entrare a Gaza – dove la devastazione dei bombardamenti è stata fotografata in presa aerea qualche settimana fa dalla fotoreporter Heidi Levine. Sono tempi difficili per il mestiere di reporter, che ancora troppo spesso si vede negare lo status di testimone diretto da chi sta seduto a casa.
“Per ogni generazione arriva un momento di totale disgusto”, scrive El Akkad. Di fronte agli stati che continuano a finanziare il massacro dei palestinesi, di fronte alle parole negate del proprio senso, il giornalista e l’uomo si rivoltano. Il libro è anche il resoconto di una disillusione generazionale, di un disgusto per la messa a nudo di un potere che si regge su colpi di stato, razzismo, guerra per le risorse, indigeni sradicati, conquista. Omar El Akkad fa inoltre una forte denuncia sulla mancanza di equivalenza tra gli esseri umani uccisi il 7 ottobre 2023 da Hamas, e gli esseri umani uccisi dall’IDF: un processo di disumanizzazione «che attribuisce ad alcune vittime abbastanza colpe da giustificare la loro uccisione».
Un giorno tutti diranno – si lascia leggere come il grido di una voce che scrive in controcanto al proprio tempo. Abitiamo un’epoca in cui assistiamo a guerre, massacri, speranze infrante – l’invasione russa in Ucraina, la guerra civile siriana, il genocidio a Gaza, i cadaveri di profughi nel Mediterraneo – mentre il potere degli stati si fa ogni giorno più feroce e autoritario, e vengono fuori progetti di fantomatiche riviere da costruire sopra cimiteri di cadaveri, un libro come quello di Omar El Akkad è importante per resistere a un futuro che rischia di scarnificare ciò che di più umano è ancora negli abitanti del pianeta. Per scongiurare un sospetto, un presagio, il terrore che “altri palestinesi moriranno domani, ma il tacito assenso è che va bene così, perché è così che succede a quelle persone, muoiono”.