Iosonouncane a Paesaggi Sonori: Jacopo Incani suona a 1356 metri d’altitudine sull’appennino abruzzese
Ogni concerto ha la sua ritualità. O meglio: ogni concerto è un rito. L’attesa, il percorso, il posizionamento, la musica di sottofondo, gli sguardi per vedere chi c’è e chi non c’è, il boato, la fine, il lento sparpagliarsi nel brusio che diventa silenzio. Se poi questo accade in una dimensione isolata e naturalistica, allora tutto diventa magico. È dai tempi dei primi grandi festival che l’idea di una “repubblica rock” ha catturato le comunità giovanili, dalla grande piana di Bethel dove nacque il mito di Woodstock all’isolamento per definizione, quello di Wight. Così, mutatis mutandis, anche l’Appennino abruzzese e in particolare i monti che delimitano la Conca Aquilana possono offrire location ideali per le musiche contemporanee: è lo spirito di Paesaggi Sonori, che tra le varie personalità dell’edizione 2026 ha ospitato anche Iosonouncane.
Il concerto di Tornimparte (AQ) su a Forca di Castiglione, tra faggete, castagneti e piccole piane con i cavalli bradi, era particolarmente atteso non solo per la bellezza dei luoghi, ma anche perché era stato annunciato come ultima data del tour estivo – al quale poi si sono aggiunte due serate pugliesi. Domenica 12 luglio, poco prima del tramonto in una piccola conca colma di pubblico sdraiato sugli stuoini o appollaiato su spuntoni di roccia, Iosonouncane si è presentato con un piccolo – verrebbe da dire intimo, se intorno a lui non ci fosse stato uno smisurato panorama di vette verdi, tutte da osservare dai 1356 metri di altitudine – set acustico. Coraggioso, peraltro, vista la vastità del luogo ma anche la difficoltà della formula one-man band per un artista che negli ultimi anni ha lavorato molto sul suono, le sue dilatazioni, la sua articolazione ampia in una forma-canzone affrontata in chiave innovativa.

Dal vivo Jacopo Incani affida tutto alla voce, alla chitarra acustica, a un’effettistica misurata ma determinante, a una diamonica usata occasionalmente, ma soprattutto alla forza delle canzoni. Non mi riferisco tanto alle cover – Vedrai vedrai di Tenco, Finestre di dolore di De Gregori, Sporca estate di Ciampi – che hanno comunque un senso nella sua storia e nelle dinamiche di questo live, quanto ai pezzi più risalenti: penso alla folgorante accoppiata Il corpo del reato e Summer on a spiaggia affollata (da La macarena su Roma), ma anche al finale con Stormi e Sacramento. Qui – più che nel tris visionario e ostico da Ira – emerge la tipicità dell’autore, che partendo da un modello classico alla Dalla lima testi e affila suoni taglienti e tesi, tra humour, ricerca sul linguaggio e surreale. Canzoni imperiose e d’impatto, con alti e bassi, alture e orizzonti, fino al suo lontanissimo mare.