Nelle ultime settimane riappare spesso il fantasma di Pasolini: tra gli scaffali delle librerie, per le strade, sulle pagine dei giornali, persino nelle convention dei partiti di governo che cercano di tirarlo per la giacca e dalla loro parte. Da poco sono passati cinquant’anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini, e nella sbornia di ricordi, resta appena l’iridescenza dello scandalo vivente che è stato l’uomo e lo scrittore e il regista e il poeta e l’intellettuale Pasolini. Poi un giorno arriva un libro e ti ricorda perché hai amato certe parole di PPP – con tutte le sue contraddizioni di essere umano, poeta e provocatore. Nel suo ultimo libro su Pasolini, Francesco Chianese ci riporta all’atto di scoperta di uno scrittore corsaro. “Pier Paolo Pasolini – La poesia dell’incontro” (Feltrinelli) è un saggio critico e letterario che ripercorre le tappe della vita e dell’opera di Pasolini – dal Friuli e le poesie dialettali di Casarsa fino a Roma, dove in una notte bruta il poeta troverà i suoi assassini. Chianese, ricercatore indipendente e già autore di volumi su PPP, divide il libro in sezioni, frammenti di mondo pasoliniano. L’io, la voce poetica primordiale del giovane Pasolini; l’altro, la scoperta dell’alterità e della contraddizione, l’istinto di lotta del Pasolini mai arreso; la molteplicità – quel principio withmaniano per cui nella contraddizione si scopre la propria ampiezza, si arriva cioè a fare i conti con la propria moltitudine. È soprattutto in questa trinità che Pasolini emerge nella sua interezza nel volume La poesia dell’incontro: senza quell’io poetico non si può arrivare a comprendere l’uomo maturo e molteplice, e viceversa.

Se ogni poesia è una voce e un sussurro, allora Pasolini contiene le moltitudini che vanno a infestare la sua opera. Pasolini è l’uomo delle contraddizioni: marxista a New York e tenero rompiscatole. Colui che strilla contro i giovani capelloni, il cantore di versi, regista di porcili e santi, reazionario e diverso, giullare e spartano, devoto e commosso davanti alla tomba di Antonio Gramsci (“umile fratello”). Chianese fa risalire queste contraddizioni al livello dell’emotività di Pasolini: non possiamo spiegare le contraddizioni con la ragione, perché è lo stesso Pasolini a contraddirsi.
«Il pensiero di Pasolini vive nella forma dell’istante, ogni affermazione è spesso superata da un’altra pronunciata subito dopo o da uno scritto elaborato successivamente in cui si esprime un concetto contrario, in un ordine mentale capace di tenere in sospeso tutte le sue dichiarazioni in contesti diversi fino a giustificare la coesistenza degli opposti.»
Pasolini non è ortodosso, i suoi scritti non sono un pacchetto di pensieri, e il gioco politico che ancora oggi si consuma sul suo cadavere è solo un modo per spargere confusione. Nel suo viaggio alla ricerca di Pasolini, Francesco Chianese parte da Casarsa non a caso, per andare alla fonte di qualcosa che è sempre rimasto nelle corde del giovane poeta: «una potentissima capacità – e necessità – di dire io (…) una percezione dell’io che sovrasta ogni altra dimensione del discorso». La poesia è l’istinto primordiale: il primo canto vagito del neonato che viene al mondo come scrittore. Dopodiché verranno la prosa, il linguaggio cinematografico, il saggio, il pensiero intellettuale. Il Pasolini intellettuale si costruisce a contatto con la realtà e in sua opposizione. “Sono qui a seppellire il realismo italiano / non a farne l’elogio” – come un novello Marco Antonio con Bruto, così Pasolini declamava versi in una notte allo Strega, in stile oratorio shakesperiano, per denunciare la vittoria di Carlo Cassola (“rispettabile scrittore”) in un discorso di toccante attualità. “Caduto in un mondo di prosa”, sempre Pasolini porterà con sé la terribile nostalgia del verso poetico e dell’innocenza; ma insieme l’impossibilità di smettere di contestare, una passione che si riversa nella sua vasta opera di romanzi, film, articoli, lettere luterane.
«Questo carattere del pensiero di Pasolini ha origine dalla natura profondamente dialettica del suo modo di argomentare, che si manifesta nell’immagine del desiderio di essere compreso che, com’è proprio della dinamica del desiderio, si ripropone costantemente perché resta costantemente deluso.» – La poesia dell’incontro
Leggendo il saggio di Chianese per certi versi torniamo a un PPP originario, il poeta in moltitudine, eterno fanciullo di contrasti, bisbetico indomato che scrive epigrammi satirici e si anima contro il fascismo, il curioso girovago dei Comizi d’amore e L’odore dell’India, il giovane autore che racconta le sue prime esperienze omosessuali nei romanzi Atti impuri e Amado mio. Un uomo a cui è facile rubare il verso con te e contro di te – perché con Pasolini si può dissentire e intanto ammirare il modo in cui fa suonare una rima o cattura un volto alla cinepresa. Dopotutto sempre si torna a Pasolini; a distanza di anni il suo omicidio racconta ancora una parte di Italia incompresa, e certi libri si leggono come scintille per continuare a cercare, mettersi a inseguire uno spettro che tuttora si aggira da nord a sud con una copia di Petrolio in mano e le sue ceneri sotto il cappotto.
