Felipe Polleri, scrittore uruguaiano tra i più oscuri e radicali della narrativa latinoamericana contemporanea, nel suo romanzo L’anima del mondo (Edizioni Arcoiris, 2025, traduzione di Loris Tassi) costruisce un universo dominato dalla follia, una follia che non è soltanto tematica, ma diventa struttura, linguaggio, ritmo. Il libro è una sorta di diario del delirio, dove il protagonista – una voce senza volto, che sembra emergere da un’interiorità fratturata – ripete frasi, pensieri, immagini con ossessiva insistenza, creando un’eco costante che cancella ogni tentativo di ordine.
La ripetizione, nella scrittura di Polleri, non è semplice stilema: è sintomo della malattia mentale, è il motore del dolore, è l’unica possibilità di sopravvivenza all’interno di una realtà che si disintegra. Questo tipo di scrittura si lega fortemente alla tradizione della letteratura latinoamericana, in cui la follia ha avuto un ruolo centrale fin dall’epoca del Modernismo. Ma a differenza di autori come José Donoso (L’osceno uccello della notte, Bompiani, traduzione di Guadalupi e Ravoni) o Juan Rulfo (Pedro Páramo, Einaudi, trad. Paolo Collo), dove la follia si mischia al fantastico o al soprannaturale per interrogare la storia e la società, Polleri sceglie una strada più minimale e radicale: la sua è una follia privata, ripiegata, che non cerca spiegazioni, ma solo espressione.
È una voce che non vuole essere capita, ma ascoltata. In questo senso, l’autore uruguaiano si avvicina a una tradizione più europea, che va da Dostojevskij a Artaud, fino a Beckett, dove il monologo interiore, la frantumazione del sé e la ripetizione sono strategie per dare voce al trauma, all’insensatezza, alla prigione dell’essere. Tuttavia, la follia nella letteratura ispanoamericana non è mai del tutto svincolata dal contesto culturale: è spesso una reazione alla disgregazione identitaria, al colonialismo, alla violenza della modernità. Nel caso di Polleri, questa componente collettiva viene assorbita in una forma narrativa che rifiuta ogni legame con la cronaca o la denuncia diretta.
L’unico filo che tiene in piedi l’intero libro è la compassione, come ha scritto l’autore stesso: una compassione che non salva, ma accompagna la rovina. L’anima del mondo è quindi un’opera in cui la follia non è un tema, ma una condizione ontologica, una forma di percezione e di scrittura che dissolve i confini tra autore, personaggio e lettore. Il lettore, coinvolto in questa spirale di ripetizioni e immagini disturbanti, è chiamato non a interpretare, ma a condividere un’esperienza. In questo, Polleri si inserisce in una linea estrema e coerente della letteratura latinoamericana, quella che ha fatto della frattura mentale non una patologia da curare, ma un luogo da abitare.