E così ci perdemmo nella lettura dei libri in dozzina al Premio Strega 2026, e vennero fuori un po’ di righe.
Maria Attanasio, La rosa inversa
Sellerio
La rosa inversa inizia come un romanzo storico nel romanzo storico: il cavaliere Flerez, nella immaginaria città di Calacte (verosimilmente Caltagirone, città di Maria Attanasio), nella Sicilia del 1900 scopre una stanza segreta nella dimora di famiglia che è anche lo studio del Gran Maestro di una loggia massonica, La rosa inversa. Un memoriale racconta le vicende della loggia dal punto di vista del suo fondatore, l’eccentrico e visionario Ruggero Henares, amico d’infanzia di Peppino – che la Storia conoscerà come Cagliostro. Ma il romanzo è davvero tanto di più: la ricostruzione del milieu intellettuale di fine Settecento sa farsi cronaca, denuncia, interpretazione. La cacciata dei Gesuiti; l’eversione massonica – nelle sue forme più estreme, quella illuminista e quella illuminata; la politica dei Borboni dopo la Rivoluzione francese. Eppure, non è solo un romanzo storico. La rosa inversa si colora di toni accesi: dalla focosa passione di Ruggero per le donne (tra le tante, ha la meglio l’amatissima Amalia), passando per i rancori, quello del gesuita Saverio Crisafulli, che si ricicla domenicano, una nuova vita da moralizzatore; quello di Ruggero contro Crisafulli, maestro del collegio di Calacte che sottopose lui e Peppino – Cagliostro – a tante vessazioni, perseguitandolo fino all’età adulta, in un gioco reciproco di cappucci sotto cui celarsi, riconoscimenti, vendette. Passioni che conducono al peccato, anzi: conducono all’omicidio. Attraverso una penna abile, esperta, accattivante l’autrice tiene insieme le fila della storia, degli intrecci politici e contemporaneamente di una pagina rorida di passioni. Attanasio guarda al presente, talora con passaggi ironici, talvolta scivolando nell’amarezza: tutti gli Stati muovono guerra quando non riescono più a controllarle, o la loro qualità ideologica diventa sovversivamente contagiosa. Con ogni arma: galera, corruzione, diffamazione. E nella contemporaneità anche con umanitarie bombe a grappolo, e un impenetrabile scudo propagandistico: far trionfare diritti e democrazia. Quindi La rosa inversa parla al lettore raccontando speranze , da Cagliostro – tradito dall’amore di una donna (l’amata e traditrice Lorenza) che ne consente la cattura – a Ruggero, protagonista, barone, e filibustiere, senza regole (fino a desiderare di veder morire il padre) che vuole il matrimonio; da Amalia che rifiuta questo matrimonio, emblema ante litteram di una rivendicazione per preservare la propria indipendenza, una protofemminista (Conosceva il bisogno, donna Amalia, e non voleva più ricaderci; pur amandolo, preferiva restare amante e signora a casa sua). Passando per Saverio Crisafulli, il gesuita vittima dell’apostolico con cui il papa scioglieva la Compagnia di Gesù nel 1773. Personaggio ancorato al passato, ucciso per vendetta dal massone preromantico, per aver redento proprio Amalia, amante del vecchio allievo, il barone, che lo aveva da ufficiale cacciato da Calacte. Senza Saverio Crisafulli l’intero intreccio del romanzo non avrebbe nemmeno luogo: grazie a lui il culmine dell’azione è meno eroico del previsto. Infine, La rosa inversa parla della Sicilia illuminista, di cui sembra proprio che sappiamo ben poco, e dei suoi rapporti col potere. La scrittura di Attanasio è deliziosa: dalle altisonanti proclamazioni massoniche, alle prediche gesuitiche, all’accattivante siciliano di Cagliostro, o di Ignazio, o di Ruggero, la narrazione scorre in modo inaspettato, fluido, veloce. E ci lascia in mente un paio di belle frasi a effetto, con le quali interpretare il presente: la maggior parte degli affiliati cercavano appoggi, alleanze di potere, trame e oscuri maneggi per fare affari, allontanandosi e diventando delatori se i loro progetti non si realizzavano. È una sentenza che guarda molto lontano e che non si può non ritenere intenzionale: in fondo un romanzo storico che ci alleni a guardare il presente è ciò di cui, probabilmente, abbiamo tutti bisogno. Alessandra Silipo
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia
Quodlibet
A volte si comincia a leggere un libro per una combinazione, si va avanti per divertissement, ci si commiata con nostalgia: capita così con Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni. Quando ci si affida ai ricordi l’effetto della scrittura è sempre un po’ quello di una realtà bruciata, distorta secondo le leggi dell’amore, della memoria o dell’auto-compiacenza – Cavazzoni ci mette una dose di sincera leggerezza, che rende la prosa svelta, narrativa, fantasiosa. Storia di un’amicizia è un flusso di molti ricordi del rapporto d’amicizia che ha legato Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati, due scrittori uniti da una geografia sentimentale, tra passeggiate sul delta del Po, avventurose conversazioni sul poema di Ariosto, e tentativi di dare senso al mondo (con la letteratura, o forse no). Le riviste, le camminate, le invenzioni. Nel romanzo di Cavazzoni le parole nascono dalla terra e prendono il volo, si legge di trattorie bolognesi, s’arriva alla luna, e viceversa. Sono anche loro, Cavazzoni e Celati, i narratori delle pianure nascosti dall’andirivieni moderno, sognatori donchisciotteschi armati delle proprie fantasticherie. Gio Taverni
Teresa Ciabatti, Donnaregina
Mondadori
Si sa, quando viene pubblicato un nuovo libro di Teresa Ciabatti tutti urlano al nuovo capolavoro, come con quello precedente e quello ancor prima. Donnaregina è un’autofiction d’inchiesta: la storia dell’incontro tra la stessa Ciabatti, voce narrante, giornalista e scrittrice di Orbetello (non sia mai non dirlo) e l’ex superboss della Camorra Giuseppe Misso (personaggio reale e vivente, soprannominato o’ nason), diventato collaboratore di giustizia dopo essersi pentito nel 2007. Con questa storia costruisce un dispositivo narrativo instabile, dove l’inchiesta su un boss è solo il pretesto per un attraversamento più intimo, quasi ossessivo, della propria identità. Il libro nasce come reportage, ma devia subito: non è cronaca, non è memoir, non è fiction, ma una zona ibrida in cui il linguaggio diventa campo di negoziazione tra verità e rappresentazione. Ciabatti mette in scena una prossimità “disturbante”: la distanza morale tra scrittrice e criminale si incrina, si accorcia, fino a rivelare una comune e umana vulnerabilità, soprattutto (ma non solo) nel rapporto con i figli. È lì che il romanzo si scopre davvero: non nella violenza raccontata, ma nell’incapacità di essere madri, figlie, individui all’altezza di un’immagine di sé. La volontà di portare a casa una “biografia” dell’altro diventa così un controcampo sull’autobiografia in cui la distanza tra chi racconta e chi è raccontato si riduce, in un continuo slittamento che espone una soggettività fragile, narcisistica, in crisi. C’è qualcosa di profondamente cinematografico in questa tensione, soprattutto se immaginiamo i due a pranzo insieme liberarsi come in una seduta dall’analista. In questo senso, Donnaregina non è solo un libro sulla rocambolesca vita di un camorrista ma sulla fragilità che ognuno di noi si porta dietro e sul coraggio di cui abbiamo bisogno per essere noi stessi fino in fondo. Raccontare significa esporsi, perdere il controllo. È proprio in questa tensione irrisolta che la scrittura della Ciabatti trova la sua forma più precisa (e a cui forse siamo ben abituati e viziati): un caos emotivo che ci strappa un sorriso e ci assolve e che, con un’ironia affilata, ci scompone in frammenti minuti lasciandoci il compito, sempre provvisorio, di tentare una ricomposizione. Valentina Carlucci
Mauro Covacich, Lina e il sasso
La Nave di Teseo
Ispirato a una favola di origine ungherese che fa da fil rouge al racconto, Lina e il sasso intreccia il complesso percorso di crescita della piccola Lina, una bambina con la sindrome di Down, alla vita (bugiarda) degli adulti che, a vario titolo, incrociano il suo percorso. Intorno a lei, Mauro Covacich, triestino, classe 1965, mette in scena un mondo dove la madre Elena, il nuovo compagno di lei, Max, e l’ex di quest’ultimo, Carlotta, deragliano di continuo, quasi che l’unica traiettoria possibile fosse quella che conduce al dolore. Ambientato in una periferia romana dominata dalle caratteristiche torri, quinta di un’umanità umile e sconfitta, Lina e il sasso è uno strano oggetto dove il romanzo di formazione coabita con incursioni social, derive erotiche, pagine di costume, che cerca di tenere insieme sfumature differenti – non sempre riuscendoci – fino a un’atmosfera quasi noir che, soprattutto sul finale, sembra diventare la cifra più forte del racconto. Efficacemente attraversato da un’inquietudine ininterrotta – alimentata anche da sporadici interventi di un narratore che li osserva dall’alto senza deciderne le sorti – e organizzato in capitoli serrati che stringono in una morsa il lettore spingendolo ad andare avanti per unire i frammenti di questo puzzle, Lina e il sasso è costruito secondo un congegno narrativo che, però, pare funzionare solo in parte. Il tentativo di mantenere in maniera teatrale tutte le linee narrative per condurle a un unico approdo tradisce lo svelamento dell’artificio quasi che quel “foro nero che non smette di risucchiare le cose del mondo” finisse con l’inghiottire anche le intenzioni dietro l’opera. Fabio Mastroserio
Michele Mari, I convitati di pietra
Einaudi
Una classe di liceo, un patto, un’attesa lunga decenni. Il 22 luglio 1975, un gruppo di neodiplomati decide di festeggiare il primo anniversario della maturità stipulando un accordo destinato a durare per sempre: ciascuno verserà ogni anno una quota di denaro in un fondo di cui potranno beneficiare soltanto gli ultimi tre compagni rimasti in vita. Così, anno dopo anno, ogni 22 luglio i vecchi amici si ritrovano: prima per raccontarsi le rispettive esistenze, poi per fare la conta di malanni, fallimenti e assenze definitive. Ne I convitati di pietra, candidato alla dozzina del Premio Strega 2026, Michele Mari parte da un’idea semplicissima e potentissima, costruendo un romanzo percorso da un’angoscia costante. Dal 1975 al 2050, mentre il tempo restringe il cerchio e il ticchettio dell’orologio si fa sempre più pressante, riaffiorano rancori, rivalità, amori irrisolti e tensioni mai davvero sopite. I protagonisti – alcuni più centrali di altri – attraversano tutte le età della vita trasformandosi profondamente, ma restando uniti da un’ossessione comune: sopravvivere agli altri, persino tentando di piegare la sorte ai propri desideri, a qualsiasi costo. Eppure, in una competizione simile, le variabili sono infinite e incontrollabili. E a questo punto viene da chiedersi: che senso ha arrivare alla fine? Il premio può davvero giustificare un’intera esistenza trascorsa nell’attesa di qualcosa che non sai se otterrai mai? O forse il punto è proprio scoprire che un senso, in fondo, nemmeno c’è? Valentina Accardi
Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore
Feltrinelli
Matteo Nucci ha scritto un libro fortemente ambizioso. È sempre difficile quando il romanzo prova a misurarsi con personaggi realmente esistiti, figuriamoci con un personaggio così importante e così lontano nel tempo. Personalmente, non leggevo di Platone dal liceo (si può dire che ci eravamo perduti di vista), e forse un po’ mi era mancato Platone, il suo genio. Leggendo il libro di Nucci, mi sono trovato a viaggiare nel tempo, ho visto il Pireo e la cosa mi ha messo voglia di leggere i greci. Il Simposio, l’Apologia di Socrate. Non sono sicuro di aver finito il libro. Ci sono libri che sono infiniti come i numeri, e noi lettori invece siamo destinati a finire. Frutto di un voluminoso studio preparatorio, forse di un’ossessione, Platone – Una storia d’amore testimonia il desiderio del suo autore di immergere il lettore nella lettura come fossimo naufragati nel mare Egeo. Nicola Nero
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico
Einaudi
Lo Sbilico è un viaggio nella mente di uno scrittore che si trova a fronteggiare sé stesso ogni momento della giornata. Perché nella sua mente si annidano interstizi, deviazioni e bivi che continuamente mettono a dura prova il suo stesso esistere. Alcide Pierantozzi si è definito filosofo della sua stessa follia, prendendo la mano del lettore e conducendolo nei gironi danteschi della sua mente. La mente di una persona bipolare, che si trova ad affrontare un autismo selettivo che lo porta ad essere infinitamente coinvolto in quel che riguarda la scrittura e la lettura e altrettanto distante da tutto il resto. Il linguaggio di Pierantozzi è preciso e affilato, all’interno delle pagine de Lo sbilico si trovano termini e metafore che raramente capita di incontrare in altri scrittori contemporanei. Frutto di decine di lessicari compilati dallo stesso autore dove sono archiviate immagini e idee per provare a raccontare nel modo più preciso possibile una realtà che sfugge anche agli occhi dell’osservatore più attento. La parola riesce a dar forma a un mondo impalpabile, quello che vive solo nella malattia, quello che prospera nella mente dichi combatte ogni giorno per la sua sopravvivenza. Lo stesso titolo deriva da un neologismo coniato da Pierantozzi. Dentro le duecento pagine di questo racconto c’è la forza di tenere aperte le porte di casa lasciando entrare chi accetta il patto con il narratore, un viaggio che scende sempre un gradino in più quando pensavi di essere arrivato al fondo del proprio dolore, un viaggio che prova a ricostruire i tanti dolori, ma anche le gioie, che di tanto in tanto capita di incontrare sulla strada di chi nonostante tutto non ha smesso di credere nella scrittura non in senso salvifico ma liberatorio. Raffaele Calvanese
Bianca Pitzorno, La sonnambula
Bompiani
«Per cosa credi che ti abbia sposato? Per la tua bella faccia, per la nobile stirpe, per il tuo denaro? Anche se mi chiedo come mai tu e la tua famiglia non abbiate approfittato di quel tuo dono per arricchirvi… Poteva diventare la vostra fortuna». A parlare è il marito di Ofelia Rossi, giovane “sonnambula” dell’Ottocento, in Sardegna. Chi era una sonnambula? Una veggente, una medium, una ragazza che fin da bambina ha avuto a che fare con un potere paranormale. Senza saperlo, senza riuscire a spiegarlo. Inizierà preso a mettere questa sua peculiarità a servizio del prossimo, previo consulto e pagamento. È sicuramente la misteriosa protagonista dell’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, edito da Bompiani e candidato al Premio Strega ottantesima edizione. Una giovane donna magica di cui parlare in paese. Una rivoluzionaria. C’è tanto della produzione letteraria di Pitzorno in questo romanzo che scorre, interroga e ammalia. Lo spunto per la storia? Un vecchio ritaglio di giornale che parlava di una sonnambula, appunto, come ci riferisce Pitzorno stessa: “Sono io che ho dettato tutto ciò che è stato scritto sino a ora. Sono io che sto creando, capitolo dopo capitolo, tutta la tua storia. Personaggi, fatti, pensieri, sentimenti, tutto ciò che accade è frutto della mia fantasia. Tu sei nata nella mia mente dal ritaglio di un vecchio quotidiano di Donora conservato chissà per quale motivo da mia nonna, dove appariva la pubblicità di una sonnambula”. Chi legge può empatizzare fin dalle prime pagine con Ofelia, maltrattata e bistrattata, ma sempre orgogliosa e tosta. La sonnambula è una bella storia di riscatto che, premio o meno, accompagnerà di certo l’estate di chi con Bianca Pitzorno è cresciuta e continua a seguirla anche oggi. Federica Guglietta
Christian Raimo, L’invenzione del colore
La Nave di Teseo
“Era quasi pelle e ossa, una ragazza-tulipano né alta né bassa. Vederla alla luce del sole era vedere il marxismo morire”. Harold Broadkey
Le persone ci sono e poi non ci sono più. Accade continuamente, eppure non smetteremo mai di prenderla sul personale. In questa indagine di natura autobiografica che è anche e soprattutto una ricostruzione storica e politica dell’Italia, dal boom economico al declino industriale, Christian Raimo intraprende una lunga avventura da vite fuori centro nel luogo meno compatto e verticale ci sia dato penetrare: la memoria. Il padre Raffaele, a dieci anni dalla morte, diventa assiduo frequentatore dei sogni del figlio, nei quali sembra semplicemente essersi rifatto una vita in un nuovo quartiere. Da qui lo spunto per affondare nel passato e nei suoi colori, tra testimonianze di amici e famigliari. Raffaele Raimo, dipendente e poi dirigente della Technicolor, contribuì all’invenzione di un metodo di trattamento del colore che ha cambiato le sorti del cinema nazionale e internazionale. Il colore come trattamento della pellicola e la figura del chimico come reinventore dello sguardo diventano occasioni per ripercorrere un pezzo di memoria cinematografica collettiva, oltre a sospingere il racconto facendosi metafora dell’inaffidabilità della stessa memoria. La narrazione alterna il movimento verticale di scavo nel passato alle vicende del presente: la scuola e la vocazione da mediatore tra generazioni, ma soprattutto la storia d’amore con Gadda, la cui eccezionale bellezza ricorda l’incipit del racconto “Innocenza” di Broadkey: “Vederla alla luce del sole era vedere il marxismo morire”. Se il passato è scavo verticale nell’inafferrabile, il presente è una biglia che scivola in cerchi sempre più ampi: una doppia prospettiva, sempre fallimentare. Schietta ed esigente, Gadda impone a Christian l’unica verticalità possibile, quella nelle proprie ombre. Simona Ciniglio
Elena Rui, Vedove di Camus
L’Orma
Il 4 gennaio 1960 la Facel Vega dell’editore Michel Gallimard va a schiantarsi contro un platano e nell’incidente perde la vita Albert Camus. Lo scrittore, insignito solo tre anni prima del Premio Nobel per la letteratura, non doveva nemmeno trovarsi in quella macchina. Mentre il mondo rimane sconvolto davanti alla prematura morte dello scrittore, le 4 donne che hanno fatto parte della sua vita come mogli e amanti si trovano a dover fare i conti con la rabbia e il dolore che solo una perdita così improvvisa può provocare. La moglie Francine diventa la custode della memoria e del lavoro del marito, l’attrice Catherine Sellers non riesce a staccarsi dal quell’amore totalizzante e pieno di vita che provava per Camus, la pittrice di origini danesi Mette Ivers è avvolta dalla mancanza delle visite che Camus era solito farle in momenti inaspettati e Maria Casarés si ritrova invece a vivere nel ricordo dei 18 anni trascorsi accanto allo scrittore, anni passati in un continuo oscillare tra il prendere strade separate e il ritrovarsi contro tutto e tutti. Elena Rui ricostruisce i ritratti di queste donne che devono continuare a vivere e devono imparare a convivere con l’amore che hanno provato Albert Camus o, per meglio dire, la versione di Camus che lui presentava a ognuna di loro. Ilaria Carpentieri
Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca
Einaudi
Acqua sporca introduce Nadeesha Uyangoda alla dimensione del romanzo. Si tratta di una scelta che personalmente non mi ha sorpreso, poiché già alcuni anni fa avevo intercettato il suo bel racconto Cittadinanza. I lettori più attenti vi riconosceranno alcuni nuclei poi confluiti nel romanzo: di questa riuscitissima prima prova narrativa, la cosa che colpisce è l’originalità e la delicatezza con cui Uyangoda si rivela capace di introdurre nel contesto narrativo i temi affrontati nella saggistica, evitando di appesantire la fruizione della narrazione. Ritroviamo nei discorsi delle due protagoniste, la madre Neela e la figlia Ayesha, e nelle figure che vi ruotano intorno non solo la riflessione sul colore, che ripropone modalità che sono state a lungo considerate tabù nel nostro paese, essendo in Italia il discorso sulla razza profondamente intrecciato alla promulgazione delle leggi razziali in epoca nazi-fascista, ma anche la riflessione sulla lingua e sulle parole che usiamo, sui modi in cui abitiamo la lingua, nonché sulla questione della lingua egemonica, mettendo al centro una protagonista a lungo “resa muta da una lingua che non conosceva”. Uyangoda descrive dalle origini il progetto di una famiglia di ricollocarsi dallo Sri Lanka in Italia, che definisce il destino delle due protagoniste, portandoci in un’isola da noi purtroppo poco conosciuta, e in un’epoca in cui in cui il nostro paese sembrava offrire garanzie a paesi che attraversavano uno stato precedente di sviluppo. In primo piano c’è la capacità di trasformare in un discorso universale l’urgenza personale dei personaggi che incontriamo, le domande che accomunano tutte le migrazioni: su tutte, quale casa? Francesco Chianese
Marco Vichi, Occhi di bambina
Guanda
Occhi di Bambina racconta una storia vera, accaduta nel cuore degli anni Ottanta, tra Firenze, Parigi e Barcellona. La protagonista è Arianna, una bimba di 7 anni, che rielaborerà da adulta i suoi ricordi di bambina per poi affidarli a Marco Vichi che li metterà nero su bianco. Il compito di Vichi non è per nulla semplice perché deve immedesimarsi da uomo in un racconto al femminile mescolando le consapevolezze di Arianna adulta con le scoperte, i sentimenti e i traumi di Arianna bambina. Vichi ci riesce perché usa il filtro dei ricordi, che in quanto tali non sono sempre a fuoco, e proprio in quel territorio apparentemente sfocato della storia riesce a creare il mondo emotivo della bambina, che non chiede ad alta voce i perché di quella situazione angosciante e precaria che ammanta il quotidiano, forse perché non riceverebbe risposte o forse perché non vuole neanche fino in fondo saperle, e perciò vive alla giornata, sacrificando talvolta la forma degli affetti senza mai sacrificarne la sostanza. Arianna sceglie consapevolmente a sette anni di abbandonare la sicurezza di una vita d’amore con i nonni che l’hanno cresciuta, per vivere una sorta di clandestinità con la mamma, che si muove attenta a non lasciare tracce, in una latitanza che appare una condanna perenne e che costringe tutti a vivere alla giornata, e quando il pericolo di essere scoperta si fa più reale, in un batter d’occhio si cambia città, lingua e cultura. Ed è così che la piccola Arianna si trova a poco più di dieci anni a parlare già tre lingue ma di fatto anche lei in fuga, abbandonando ogni volta a malincuore amicizie appena sbocciate tra Francia e Spagna. La frequentazione con la scrittura noir di Vichi emerge soprattutto nel tenere il lettore col fiato sospeso fino alla scoperta del motivo della latitanza della mamma di Arianna, che molti però leggendo e contestualizzando, intuiranno anche prima della fine. Non ci sono giudizi morali sulla vicenda, solo il rumore di un trambusto emotivo vissuto davvero. Ernesto Razzano