Certi dischi fanno bene all’anima. Da subito. E se poi si tratta addirittura di un disco d’esordio, beh allora bisogna assolutamente segnarsi anche il nome della band. Il disco in questione è Price of Caring, il nome della band è Leaving Venice, da Piacenza, da quella parte di mondo a nord della via Emilia, tra Cerreto Alpi, Cavriago e Reggio per esempio, che in musica ha sempre regalato sperimentazione, momenti di rottura in avanti rispetto al panorama nazionale e anche una capacità di assorbire e interpretare sonorità internazionali.
Negli Anni Zero l’underground italiano pullulava di band che provavano a confrontarsi, spesso riuscendoci benissimo, con post rock, shoegaze e tanta sperimentazione, eleggendo la scelta musicale a percorso anche esistenziale, perché scegliere quelle sonorità equivaleva a viverle, non solo a eseguirle. La commistione ambigua tra il cosiddetto it-pop e l’underground più vulnerabile, nel giro di pochi anni ha poi oscurato e messo ai margini proprio quella parte più sperimentale e internazionale a vantaggio di una ubriacatura pop chiamata indi da queste parti ma che niente aveva a che vedere con l’indie vero, quello americano per intenderci, quello dei Black Flag, degli Husker Du, dei Fugazi e tanto altro.
Negli ultimi anni, il mainstream, vero, obiettivo e habitat naturale di quel mondo pop (sempre più popolato da artisti/influencer) prestato per un attimo alle cantine, si è comprato l’intero pacchetto, lasciando di nuovo, in basso, uno spazio di sperimentazione e di ricerca a chi non è ossessionato da numeri e apparenze. Certo nel frattempo per tanti motivi le città sono cambiate nelle loro forme vitali e sociali e ricostruire spazi di aggregazione e musica live è sempre più complesso. Ma per farlo non c’è altra via che patire dalla musica. Ed è anche per questo motivo che dischi come questo fanno bene all’anima, perché hanno un valore soggettivo, per chi li crea e per chi li ascolta, ma ne avranno anche uno oggettivo, nell’aprire, o almeno provare a farlo, nuove strade.
Non ci sono filtri in queste otto tracce, non ce ne sono nella musica e non ce ne sono nei testi, siamo di fronte a un mondo e a un flusso sonoro e poetico, di una poetica che attinge da quella grunge con testi che raccontano la fragilità, la difficoltà di affrontare il mondo giorno per giorno, con la scrittura di Sara Groppi che è perfettamente a suo agio con le parole che scrive, suona e canta, utilizzando la voce come uno strumento aggiunto che spesso si somma e si modula in cavalcate sonore insieme alla chitarra di Nicolò Botti, al basso di Tommaso Botti e alla batteria di Diego Cardini. I muri di chitarre, i riverberi, i pedali con effetti che creano atmosfere sonore che lambiscono ed esaltano le strade dello shoegaze, del dream-pop, di un post-rock che risorge prepotente, sono le forme in cui prendono vita questi brani, in cui si cerca il prezzo della cura, il Price of Caring. Le due tracce che hanno anticipato l’uscita del disco per la Dear Gear Records, dal titolo Zebra ed Heaven’s Bright, lasciavano già intuire il peso specifico di questo esordio, le altre non solo lo confermano ma ne avvalorano la forza.
Potrei parlarvi delle atmosfere create da altri brani come My Mine o Mind C, ma è una tracklist che va ascoltata per intero, senza staccarne dei pezzi. Potrei dirvi che ci sono echi di Slowdive e di altre band di quel mondo, e anche dei Sigur Ros, ma non è la cosa fondamentale, perché i ragazzi, ascolto dopo ascolto, sono sempre più riconoscibili per il loro suono, e questo è indizio di una personalità artistica che può solo crescere nel tempo ma che è già ben radicata. E poi c’è una cosa da non sottovalutare, che alla fine la sensazione è quella di aver ascoltato non solo un disco, ma anche un live, sembra di essere lì, con loro in sala prove o su un palco. Ora non resta che ascoltarli anche da sotto al palco e guardarli suonare forse mentre saranno concentrati sui loro strumenti, piegati sulle chitarre, con gli occhi rivolti in basso, su effetti e pedali, come nella migliore tradizione e postura shoegaze.