a cura di Diana Negrini
Valerio Grutt nasce a Napoli nel 1983, scopre il suo amore per la lirica e lo approfondisce negli anni, fino a scoprirla strumento per addentrarsi nei meandri segreti del Reale. Questo percorso lo porta, nel 2024, a dare alla luce un poema ambientato nell’Antro della Sibilla Cumana, Profezia Blu (Interno Libri Edizioni). Si tratta di una narrazione che attraversa il mito e la magia, la storia di una catabasi contemporanea, un cammino vertiginoso che indaga il mistero della morte, che assume i tratti di un viaggio nel tempo e, simultaneamente, introspettivo. Il ritmo di questo viaggio è scandito da tre vaticini che consentono al protagonista di realizzare pienamente la sua catarsi.
La catabasi è un antico topos letterario, l’autore si ispira a Virgilio, la cui eco risuona tra le pagine, rendendosi manifesta nel protagonista che impugna il ramo d’oro da portare con sé per parlare ancora una volta con i suoi morti. Si tratta di quello stesso ramo d’oro che consentì ad Enea di inabissarsi negli inferi per incontrare il padre Anchise nei Campi Elisi ed uscirne vivo. Il Ramo d’Oro è simbolo di passaggio e protezione, strumento indispensabile a colui che, da vivo, varca la soglia del mondo dei morti affinché possa riemergerne.
È un movimento di ritorno ad animare il poema, un ritorno al proprio centro e al centro della vita, all’origine, all’infanzia, ai classici calati in una contemporaneità rarefatta dove antico e moderno si compenetrano non più distinti. Il protagonista, attirato da un richiamo, si allontana dal consorzio umano e raggiunge l’Antro della Sibilla: si sente straniero, eppure avverte un senso di familiarità. È il rimosso che lentamente ritorna, una consapevolezza antica, ma oscurata dal dolore che, come polvere sollecitata da un moto di ricerca, si solleva in silenzio, ancora separata dal presente.
“È come una casa
che abbiamo abitato
e dove ora abitano i ricordi”
Inizia un viaggio a ritroso nella memoria che divide presente e passato, una cesura apparentemente irrimediabile, sottolineata dai numerosi tempi verbali in antitesi.
“dove c’era lo specchio
è rimasto il fantasma di un’immagine
[…] qui c’era frutta e acqua
e ne rimane solo il colore”.

Il viaggiatore, però, ancora non sa che questa frattura è destinata a risolversi nel ritorno ad una semplicità originaria in cui riscoprire ciò che è stato obliato, nel riconoscimento finale: è tutto qui adesso. All’interno della caverna in cui la Sibilla interrogava le ombre lasciando al vento le risposte, il protagonista deve formulare la sua domanda, ma si perde tra gli innumerevoli quesiti generati dalla sua mente e, sopraffatto, non sa più cosa chiedere. Scatta così il moto di ritorno al proprio centro, alla quiete, al silenzio e lì trova la domanda.
“- Cosa resta dopo?
Dove sono i morti?
Li vedremo ancora?”
Ma nessuno risponde, il protagonista crede di essersi illuso, eppure si alza un vento che soffia forte in tutte le direzioni e un suono si diffonde nell’antro, si apre un varco, sogno e realtà si confondono, lui afferra il ramo d’oro e oltrepassa la soglia.
Il primo vaticinio segna il principio della catabasi, l’io lirico cammina verso l’abisso e discende, intanto, anche dentro se stesso. Qui inizia la sua catarsi: un percorso alchemico, una metamorfosi.
“Lo scrivo qui
come atto magico:
Io non sarò
più il male del mondo. Sciolgo ogni nodo
con il passato
che abbia turbato
l’armonia dei fiumi
e del vento. Offro questo corpo
al fuoco celeste
che diventi canto
il dolore del mondo.”
Questo passaggio ha il valore di una formula magica, è l’autore stesso a consigliarci di leggere il poema ad alta voce, affinché le parole assumano la potenza trasformativa di un incantesimo e sprigionino questa forza, perché l’intenzione possa farsi suono e riecheggiare nell’universo e dentro di noi.
Per potersi trasformare, però, deve prima tornare al trauma. Prosegue quindi il suo viaggio nel tempo fino al momento che precede la frattura, torna ai luoghi della sua infanzia. Tutto è confuso, l’angoscia del protagonista si riflette nello spazio piranesiano che crea con le parole, uno spazio che duplica se stesso all’infinito, in cui si sente solo e fugge spaventato, ma poi si ferma a fronteggiare l’estrema notizia: suo padre è morto.
Il secondo vaticinio rivela l’antica conoscenza che sembrava perduta: nulla si esaurisce nel suo aspetto fenomenico, c’è molto di più oltre ciò che vediamo e l’io lirico esprime l’intenzione di accettarsi completo di ogni parte, nel suo essere
“con tutto
una cosa sola”
Viene poi trasportato nel crepuscolo napoletano, in un’atmosfera che rimanda al sacro, al limite tra la vita e la morte. È lì con sua madre e, finalmente, può parlarle, un filo ancora la lega alla Terra, c’è continuità tra i diversi piani dell’esistenza. Ciò che muore e non possiamo più vedere non scompare davvero, continua ad esistere in modo diverso.
Incontra suo padre che lo invita ad assaporare ogni istante del viaggio, ad essere pienamente presente senza la fretta di arrivare al traguardo, lasciando ad ogni cosa la libertà di rivelarsi quando giunge il suo momento.
Durante il terzo vaticinio viene evocata l’origine di tutti gli esseri, la sorgente dimenticata verso cui risalire. Il viaggio termina e si compie la trasformazione. Il protagonista ormai tornato al nucleo, risvegliato, adotta una prospettiva inedita e luminosa per rivolgersi al Reale
“Dagli abissi del vero
è salita una luce
che dà forma nuova
al mondo. Ora prendi tra le mani
il tuo destino
porgi queste mani
agli altri
saranno pace
tra i bombardamenti”.
Non c’è più spazio per l’indifferenza, al suo posto è sorta una nuova consapevolezza, da diffondere affidando il proprio canto al vento: essere uno con tutto, vedere in ognuno un fratello. No, la morte non divide davvero,
“L’amore ci tiene
legati per sempre
nell’onda che sovrasta
ogni immagine
[…]
Verrà il tempo di rivederci
domani o tra due secoli
su questa terra o altrove
sempre noi”.
Con questa antica chiarezza ritrovata, l’eroe contemporaneo è finalmente libero dalle catene del dolore, dentro di lui rimbomba un sentire: nulla è perduto per sempre. Fuori dall’antro lo accoglie un cielo azzurro senza nuvole, il trauma non è più cristallizzato nello spettro di vapore denso che prima lo perseguitava, la nube si è ormai dispersa nel vento, la catarsi è compiuta e lui può tornare alla vita.
Profezia Blu ha in sé la potenza della compassione. Il lettore, identificandosi con il protagonista, è trasportato da una corrente che lo spinge ad intraprendere questo stesso cammino tra i misteri dell’universo e della propria interiorità, discende nel suo abisso con timore e fiducia, pronunciando ad alta voce ogni parola come fosse immerso nella divinazione. Il nostro mondo è teatro di fuga perpetua innescata dalla paura, fuga che assume la forma archetipica del rifiuto della morte, della finitudine del corpo. L’autore ci ricorda che esiste una strada diversa, un’altra prospettiva, che la morte è una trasformazione; che non ci esauriamo in ciò che emerge e, per ritrovare la leggerezza, dobbiamo prima comprendere ciò che ci grava a terra inoltrandoci al suo interno; che siamo interconnessi, tutti parte di una stessa rete.
Valerio Grutt ci porta in viaggio con sé e, con il suo canto, ci invita a smettere di fuggire spingendoci a guardarci dentro, ci mostra che possiamo accogliere l’ombra e addentrarci nei meandri del nostro sé più recondito, raggiungere le radici del trauma, liberare i nostri spettri. Ci ricorda che le risposte sono già vive dentro l’animo originario, dobbiamo solo ritrovare il nostro centro.