Al tempo della seconda amministrazione Trump è diventato complicato mantenere la credibilità di una nazione fiaccata dal declino della coscienza collettiva e degli organi governativi. E allora la domanda è più che giustificata: per chi volesse continuare a esplorare la narrativa degli Stati Uniti o lì ambientata è ancora possibile trovare un’espressione autentica della contemporaneità? Oppure imperialismo, capitalismo ed estremismo hanno consumato ogni prospettiva?
Quella che segue è una panoramica di narrativa in lingua inglese di recente pubblicazione nel mercato italiano, esempi capaci di raccontare il momento attuale e il passato prossimo inseguendo pochi, ma significativi, elementi chiave: la famiglia, il più delle volte disfunzionale ma che ancora prova a rimanere centro nevralgico della società, l’immigrazione e l’identità e la drammatica convivenza con le ideologie estremiste.

Origini, famiglia e identità personale
Se campo più di voi, Jonathan Escoffery, Fazi editore 2026 con la traduzione di Stefano Tummolini e Silvia Castoldi

“Se campo più di voi”, l’esordio limpido dello scrittore statunitense Jonathan Escoffery è un romanzo in racconti del 2022 arrivato nel 2026 nel mercato italiano. Già finalista del Booker Prize 2023, il titolo esplora la vita di Trelawny, nato da genitori giamaicani trasferitisi negli Stati Uniti negli anni ‘70. Figlio dell’ennesima generazione della diaspora, Trewlaney si interroga fin dalla prima pagina sulla sua identità.
Comincia con questa domanda, gridata nel cortile di casa quando hai nove anni – forse meno. Ma tu che sei? Continueranno a fartela alla primaria e alle superiori, e poi nel mondo fuori da scuola, negli strip club, nei punti di ristoro, al telefono e tra un lavoro occasionale e l’altro.
Ma lui, all’epoca bambino, crede a ciò che gli dicono: gli Stati Uniti sono «il paese più bello del mondo» che gli fornisce la possibilità di studiare e laurearsi. Ben presto la sua identità viene plasmata come quella di un perfetto giovane nordamericano, nonostante tutti i suoi parenti siano giamaicani. Una dissonanza insostenibile in un paese che non manca di ricordargli che è troppo chiaro di pelle per certi ambienti, troppo scuro per altri, e in cui combatte invano contro una madre che non adeguerà mai il suo accento a quello del paese che la ospita e un padre che non perde occasione di parlarne male. Non si guarisce da questa inconciliabilità, sostiene Escoffery, e la vita del suo protagonista è specchio perfetto di ciò che è diventato il sogno americano: una chimera riservata a pochi, bianchissimi, eletti. I racconti che costituiscono il romanzo seguono il punto di vista di vari personaggi, ma soprattutto di Trewlaney, e scavano anche nella costruzione della sua famiglia d’origine, nelle difficoltà del padre, nel ritorno a casa della madre e nelle vicende del fratello, Delano, a cui la vita non risparmia nulla. Dove sono finite le possibilità che gli Stati Uniti garantivano agli uomini e alle donne di buona volontà? Dove finisce la fatica degli immigrati nel costruire l’economia americana? Si disperde, così come si disperde il talento di Trewlaney e la sua convinzione nell’affrontare la vita. Attraverso il suo protagonista e la narrazione che gli confeziona, talvolta esibendo un’originalissima voce narrante in seconda persona, Escoffery indaga l’identità degli statunitensi di seconda generazione e il ruolo dell’imperialismo USA nei Caraibi. Lo fa con un’ironia latente che si tramuta in disperazione, quella di Trewlaney nel cercare la propria identità oltre la Giamaica, le ingiustizie statunitensi e l’americanizzazione vista come un tradimento.
Alla fine sei costretto ad ammettere che sei stanco. Stanco di cercare di convincere la gente di qualcosa, soprattutto di cercare di convincere te stesso.
Immigrazione e identità ieri ieri come oggi
La solitudine di Sonia e Sunny, Kiran Desai, Adelphi 2026 con la traduzione di Giuseppina Oneto

“La solitudine di Sonia e Sunny” è un romanzo epico scritto nell’arco di vent’anni da Kiran Desai, autrice indiana, figlia d’arte – sua madre è la scrittrice Anita Desai -, da anni residente negli Stati Uniti e già vincitrice del Booker Prize nel 2006 con “Eredi della sconfitta”. Un lavoro lunghissimo quello di Desai che le ha fruttato una nuova nomination al Booker Prize nel 2025. Come anticipa il titolo dell’opera, i due protagonisti sono Sonia Shah e Sunny Bhatia, ma la solitudine menzionata nel titolo è molteplice e appartiene a ogni membro della loro famiglia. Sonia studia per un breve periodo negli Stati Uniti all’inizio del romanzo e la sua solitudine è tangibile e talmente vischiosa che la giovane donna si consola tra le braccia di un problematico artista incontrato nella biblioteca in cui lei lavora. Sunny vive negli Stati Uniti, a New York, e fatica a conciliare la sua vita americana con le radici indiane. A casa, in India, lascia una madre vedova e benestante, a cui viene proposta Sonia come possibile nuora per riparare un vecchio debito tra le famiglie Shah e Bathia. Ma non è questo il momento in cui le vite dei due ragazzi si legano. Desai è architetta sublime di un gioco di inseguimenti e conflitti tra India, Stati Uniti, Messico e persino Italia e le esistenze dei personaggi a cavallo degli anni duemila; non solo il romanzo di un’amore, ma un’epopea di famiglie indiane capricciose che si sgretolano e si ricompattano, di genitori fallaci nonostante facciano del loro meglio, ma soprattutto della ricerca della propria identità tra casa, ovvero l’India, e una nazione ostile e lontana, gli Stati Uniti. La solitudine, quindi, come la stessa autrice racconta in un’intervista, non è solo conseguenza di un amore travagliato e lontano, ma anche dell’impossibilità di sentirsi a casa sia nella propria terra d’origine che in quella di adozione. In entrambe, le differenze di classe ed economiche isolano, mentre il mondo, intorno, guarda e si accapiglia. Sonia e Sunny sono spettatori dell’undici settembre di New York, della conseguente guerra al terrore e l’inasprimento del razzismo nella società statunitense, e sviluppano, soprattutto Sunny, il giusto distacco dal paese tanto ambito per libertà e possibilità di realizzazione.
Questo un dialogo tra Sunny e il suo amico Satya durante uno dei viaggi in India.
«Non posso farci niente se continuano a chiedermi di New York! Ho detto che è una città orribile. Ho detto che la mia famiglia è corrotta».
«Sì, ma lasciando intendere il contrario. Guardi tutti dall’alto in basso» continuò Satya. «Il tuo hindi è terribile; la gente ride quando parli. […] Sembra che tu ti vergogni di essere indiano. Sei diventato la macchietta del desi americano».
Questo, invece, un monologo disperato di Sonia provata dal contrasto tra la sé negli Stati Uniti e la sé indiana:
«Nel paese più ricco del mondo, la ricchezza mi ha spaventato; sono diventata avara. […] Soffrivo di vertigini dell’anima, in un certo senso. […] Mi si rimpiccioliva il cuore. […] Alla fine mi sono detta: che diamine succede? Perché devo sempre vivere come se esistessi solo io? Perché mai dovrebbe essere una bella cosa cavarsela da soli? Perché non torno in India?[…]».
La scrittura di Desai è brillante, vivace, naviga tra i vari protagonisti del romanzo, tutti con un peso specifico importante nella vicenda, tutti con una peculiare riconoscibilità, in un romanzo che ha una struttura poderosa, ma non stanca mai. Ciascun personaggio, soprattutto nelle sue mancanze, rimane a lungo nella memoria di chi legge e con lui le difficoltà della vita da emigrato, il rapporto complicato con le radici lontane e il bisogno di sfuggire alle follie della propria famiglia d’origine, ma allo stesso tempo vivendo la solitudine in una città che nell’immaginario collettivo offre le migliori possibilità. Chissà come sarebbe stato per un tipo come Sunny ritrovarsi nella New York contemporanea, quella del sindaco socialista Zohran Mamdani, che con lui condivide radici indiane.
L’ultimo baluardo di resistenza: la famiglia
Ritorno a Bug Hollow, Michelle Huneven, Edizioni Sur 2026 con la traduzione di Dario Diofebi

I Samuelson non sono una famiglia normale e questa è la migliore premessa per un romanzo che incentra trama e intreccio proprio sul loro nucleo familiare. “Ritorno a Bug Hollow” della scrittrice statunitense Michelle Huneven segue, infatti, le vicende di ogni singolo componente dei Samuelson dagli anni Settanta al 2016, in un’epopea più agile rispetto a “La solitudine di Sonia e Sunny”, ma che del romanzo di Desai e di quello di Escoffery mantiene il punto di vista multiplo. Ogni capitolo, infatti, è dedicato a un Samuelson differente e al suo punto di vista. Huneven lascia, così, che l’intreccio si sviluppi su spalle e occhi diversi per offrire la giusta complessità. Phil e Sibyl sono genitori di tre figli: Ellis, il maschio diciottenne all’inizio della narrazione, Katie e Sally. Il rapporto tra loro è complicato, così come risulta difficile quello tra Sybil e le figlie. Ci si mette, poi, un lutto improvviso che cambia il corso dell’intera famiglia. Nel romanzo, allora, si segue la crescita dei figli, l’arrivo di nuovi intrecci personali, altri lutti e scelte complicate. Huneven pesca a piene mani dalla tradizione del romanzo americano che racconta l’ultimo baluardo di resistenza, la famiglia, ma senza badare al velenoso e insensato concetto di famiglia tradizionale. I Samuelson di Huneven sono liberi: cadono, tradiscono, scendono a patti con la compassione e, soprattutto, mantengono una dignità di esseri umani che preserva la loro identità, anche a costo di corrodere i legami personali. Tutto scivola facile in “Ritorno a Bug Hollow” nonostante il dolore, ed è merito di una Huneven che scrive con cura e semplicità. Ci sono echi del Franzen più recente, quello di Crossroads, con una predilezione, nel caso di Huneven, per il più rassicurante lieto fine. “Ritorno a Bug Hollow” lo conferma: la narrativa statunitense può ancora raccontare storia e contemporaneità, anche se tutto non finisce mai così bene, ce lo insegnano le notizie quotidiane.
Lo scontro inevitabile con la deriva contemporanea
Quello che resta, Jess Walter, Nutrimenti 2026 con la traduzione di Sandro Ristori e Beatrice Messineo

Chiudiamo questa breve selezione di narrativa con un’occhio alla deriva contemporanea, mettendo da parte il pur convincente ottimismo di Michelle Huneven. In “Quello che resta”, Jess Walter costruisce il personaggio perfetto per rappresentare il presente. Rhys Kinnick è un vecchio giornalista, per anni impegnato in politica e questioni ambientali, che dopo un violento litigio in famiglia col genero complottista, lascia tutto, taglia i ponti con la figlia e l’ex moglie, e si ritira a vivere in un vecchio capanno vicino Spokane, nello stato di Washington. Tutto procede bene, persino il suo declino igienico e sociale, fino a quando bussano alla sua porta i nipoti, Leah e Asher, perché Bethany, la figlia, è scomparsa. “Quello che resta” è un road trip alla ricerca di persone e risposte in una nazione provata da fondamentalisti di estrema destra che si nascondono dietro comunità religiose di dubbia origine, quello che Walter definisce «finto nazionalismo cristiano». Abbondano la violenza e un’ironia irresistibile (e paradossale) sullo stato delle cose. L’ottimismo, allora, si diluisce nel malumore eterno di Rhys, nelle avventure alla ricerca della figlia e della modernità a cui ha rinunciato molti anni prima perché l’ha deluso. Rhys si chiede spesso a che serve lottare contro l’ignoranza dilagante, ma il suo isolamento volontario si rivela un’idea non risolutiva.
[…] nel 2016, gli imbecilli avidi si erano uniti agli imbecilli decerebrati e agli imbecilli paranoici, formando un elettorato che si era rivelato imbattibile. Kinnick si era reso conto allora che il tasso di imbecillità era molto più alto di quanto avesse ipotizzato, e comprendeva forse addirittura la metà del paese. Qualunque fosse la stima esatta, era ben più robusta di quanto potesse sopportare. Soprattutto se coinvolgeva la sua famiglia.
Anche in questo romanzo c’è un protagonista principale intorno cui la storia prende forma, ma coadiuvato da un coro di personaggi il cui punto di vista si alterna di capitolo in capitolo. Leggendo, quindi, si conoscono più ruoli negli Stati Uniti contemporanei: ci sono gli invasati, inevitabili, c’è chi si lascia trascinare nel già citato fondamentalismo cristiano di estrema destra, c’è chi resiste e, poi, a coronare il tutto, c’è l’ingenuità del nipote più piccolo di Rhys, Asher, il personaggio meglio riuscito tra personaggi ottimamente scritti. Ad Asher, che è un bambino nel presente narrativo, Jess Walter affida l’ingenuità e l’inconsapevolezza, elementi che si rivelano utili anche agli adulti quando tutto intorno crolla o sembra non avere più un filo logico. Con Asher la leggerezza e l’ironia prendono una piega irresistibile finché l’ottimismo, accuratamente nascosto durante tutta l’avventura di Rhys, torna a fare capolino dimostrando che si può sempre recuperare anche se in famiglia credono ai complotti e ai poteri forti. O almeno quasi sempre.