Nel secondo racconto di “Un luogo soleggiato per gente ombrosa” di Mariana Enriquez, edito da Marsilio nella traduzione di Fabio Cremonesi, le donne condividono un destino amaro: vengono trasformate in uccelli per punizione e col loro canto implorano, invano, per ritornare umane.
Tutte le leggende di maschi trasformati in animali riguardano la competizione. La maggior parte. Le donne, invece, vengono semplicemente condannate. Succede lo stesso coi fiori. Ci sono molti fiori che un tempo erano donne. Il fiore dell’albero del corallo, per esempio. Tutti conoscono al storia di Anahí. L’hanno bruciata. Gli uomini non li bruciano mai.
La voce delle donne e l’espressione del loro disagio, quindi, ritorna anche in questa nuova opera firmata da Enriquez, una delle più importanti scrittrici argentine, voce di punta dell’horror letterario, come lei stessa lo definisce nelle interviste, autrice capace di occuparsi della contemporaneità attraverso la lente del gotico, un piede nella tradizione latinoamericana del realismo magico e l’altro ben saldo nella sua formazione punk. Se le donne uccello, allora, sono destinate a manifestarsi senza trovare salvezza, la stessa sorte tocca ai fantasmi della società argentina nel primo racconto, “I miei tristi morti”, in cui la responsabilità dell’ascolto delle voci di chi è stato ucciso dal degrado della periferia di Buenos Aires e dalla politica corrotta ricade su una donna sola. Sarà lei a prendersi cura del destino di questi fantasmi e del proprio futuro, il più possibile vicino a loro. Donne vittime, ma anche salvatrici. Nei racconti di Enriquez si ritrovano, poi, donne punite dal sistema patriarcale, ma mai dome nel tentativo di scegliere il proprio destino. I volti di queste protagoniste si deformano per il peso del loro dolore e di quello di coloro che le hanno precedute (“La sventura in faccia”) in una sorta di trauma generazionale tramandato come una maledizione. O, ancora, donne che preferiscono i fantasmi alla vita immaginata dal sistema maschile in cui vivono (“Julie”); infine donne che dispongono del proprio corpo dopo la malattia donandosi, finalmente, «la schiena di un drago». Il mostruoso per Enriquez, del resto, rimane uno altro dei temi principali, presente fin dalle prime raccolte di racconti e nell’unico romanzo pubblicato per ora in Italia, “La nostra parte di notte”; solo attraverso il mostruoso si può rappresentare il male che permea la fragile società contemporanea. In più di un’occasione, però, dal mostruoso di Enriquez si deve distogliere lo sguardo, soprattutto quando a fare paura è la malattia (“La donna che soffre”) o gli spettri dei peccati passati (“Il cimitero dei frigoriferi”), ed è nell’ultimo racconto (“Occhi neri”) che, simbolicamente, il male diventa assolutamente intollerabile, soprattutto perché a incarnarlo sono i volti di due bambini.
La malvagità, il gusto per il macabro, ma anche l’elemento fantastico. Quest’ultimo, per esempio, si manifesta in vestiti di lusso che tranciano le carni e feriscono chi li indossa, simbolo della violenza istituzionale, fisica e psicologica che le donne subiscono da tempo immemore (“Diversi colori fatti di lacrime”).

Mariana Enriquez è, allora, portavoce sicura della letteratura politica, manifesta il richiamo alla tradizione gotica europea, ma anche le chiare influenze dell’opera di Shirley Jackson, H.P. Lovecraft e Stephen King. Di quest’ultimo racconta che il primo romanzo letto è stato “Pet Sematary”, regalo dello zio durante l’adolescenza, titolo che le ha svelato la possibilità di traslare gli orrori della realtà nel piano fantastico. Ma Enriquez non è la sola in questo movimento di scrittrici: c’è il parallelismo con un’altra sua contemporanea, la scrittrice ecuadoriana Mónica Ojeda, che come lei esplora il femminile reinventando i canoni della scrittura tradizionalmente attribuita alle scrittrici (in Italia pubblicata da Polidoro editore); ma anche Samantha Schweblin, argentina, esploratrice del surreale e del disturbante (pubblicata da SUR) e Augustina Bazterrica, altra connazionale, che con il suo “Cadavere squisito” (Eris edizioni) ragiona di anticapitalismo e degrado con sfumature inedite di orrore.
Della forma racconto, invece, la sua prediletta, Enriquez ha più volte detto che è ovviamente un omaggio alla grande tradizione letteraria latinoamericana, ma si è rivelato mezzo ideale per sviluppare le immagini che costituiscono il nucleo di ogni narrazione; ed è in questo sviluppo che si inserisce il mondo interiore della scrittrice, compresa la musica che ascolta durante la stesura (spesso indicata in ogni opera). Un esempio è la genesi del racconto “Un artista locale”: nato dai dipinti di una mostra in una stazione ferroviaria abbandonata, rielaborati con l’immaginario alla David Lynch che genera l’uomo verme in chiusura di racconto.

“Un luogo soleggiato per gente ombrosa” ha una pecca nella struttura, con la narrazione che si sfilaccia nella parte finale in cui il male sublima in metafore sempre più rarefatte con cui è difficile sintonizzarsi, ma rimane pur sempre la lingua di Enriquez a fungere da faro, una scrittura che non si scompone mai, anzi, mantiene forza fino in fondo, anche nel simbolismo più ardito.
«[…] il fascismo inizia con la paura e si trasforma in odio» dice della periferia argentina fatta di ronde e odio per il diverso in cui imperversa «l’aria pesante della violenza gratuita». Le mani curate dalle unghie lunghe di una donna vanitosa «facevano lo stesso rumore dei granchi», è il mostruoso femminile che ammalia e non spaventa; infine, l’angoscia e la noia, «ciò che restava della depressione», si accumulano in gola e soffocano anche il pensiero di più di un personaggio.
Sostenere la realtà che ci circonda è insopportabile. Enriquez, con la sua opera, non la stravolge né la addolcisce, piuttosto la reinterpreta per renderla, paradossalmente, più digeribile. L’horror e il fantastico coltivano, così, l’illusione che ogni tanto ci sia salvezza dal male, fosse anche solo chiudendo il libro a fine lettura.