La Medea di Euripide è sicuramente uno dei personaggi più controversi del mito greco. Una donna consegnata alla memoria collettiva come l’infanticida, accecata dal proprio sentimento di vendetta nei confronti di Giasone. Una figura incandescente da trattare. In che modo si può rileggerla e riscriverla cercando di preservarne tutta la sua potente complessità?
Nel suo ultimo graphic novel, Medea, pubblicato da Bao Publishing, Rita Petruccioli raccoglie l’eredità lasciata dalla Medea di Christa Wolf e ci restituisce la sua personalissima lettura del mito. La Colchide diventa qui un altro pianeta, gli Argonauti viaggiano nello spazio a bordo di un’astronave e la distanza tra i mondi amplifica il senso di estraneità che accompagna la protagonista. La Medea di Petruccioli possiede quindi in sé un’ulteriore elemento di alterità: non è solo donna e maga, straniera a Corinto, ma anche aliena. Dopo aver aiutato Giasone a conquistare il Vello D’oro, lo segue infatti nella sua città, ma qui non trova accoglienza, bensì un interesse egoistico nei confronti del suo potere prima, e l’isolamento di una società che discrimina ciò che non comprende poi.
In questo nuovo e originale racconto, Medea non è più il Mostro, ma una donna dal temperamento rivoluzionario che subisce in prima persona la violenza di un ordine sociale, maschile e patriarcale, che la teme.
Quella di Petruccioli è una lettura originale e peculiare dell’autrice: chi la conosce già ne riconoscerà il tratto marcato e i colori accesi, ma anche il background femminista che l’ha vista più volte come firma di manifesti di lotta politica. Medea interroga i ruoli di genere, e può farsi ancora una volta strumento di lettura del passato, così come del presente che viviamo.
Ho avuto il piacere di intervistare Rita Petruccioli per parlare della genesi di questo progetto e delle sue scelte stilistiche, delle ragioni dietro l’ambientazione fantascientifica e di come il femminismo ha il potere di aiutarci sia come persone che come artiste. Buona lettura!

I personaggi e le personagge del mito greco sono spesso stati ripresi, rimaneggiati. Negli ultimi anni è possibile identificare una corrente di retelling femministi del mito: penso ai più pop come Circe di Madeleine Miller e Il canto di Penelope di Margaret Atwood. Come il titolo di un romanzo di Pat Barker, Il silenzio delle ragazze, a parlare in questi libri sono spesso le figure femminili marginalizzate o che ci sono arrivate filtrate dallo sguardo maschile dei grandi eroi di queste narrazioni. La Medea della tragedia di Euripide è però in qualche modo già la protagonista della sua storia: un personaggio controverso, complesso capace di compiere atti di estrema crudeltà. In che modo ti sei avvicinata alla sua storia e come mai hai scelto di rileggere proprio questo mito?
Come dici tu Medea è protagonista. Fin dalla prima lettura di Euripide a 18 anni, sono rimasta colpita dalla sua figura, la sua rabbia e la sua consapevolezza delle disuguaglianze di genere, e allo stesso tempo la sua scelta di non essere vittima delle decisioni altrui, ma piuttosto di agire.
Non sono ovviamente una fan dell’infanticidio che commette nella tragedia classica, ma mi affascina come questo renda simbolicamente potente Medea, nel suo rifiutare i ruoli di moglie e madre e prima ancora di figlia e sorella nella sua fuga dalla Colchide.
Distrugge ogni forma di legame che la rende sottomessa e si innalza nel cielo su un carro alato, straziata da quello che ha fatto ma più simile alla sua essenza divina che terrena. Come potevo non restare colpita? Viviamo ancora in un mondo che malgrado tutta l’emancipazione e i progressi della società civile, limita fortemente i ruoli delle donne, controlla i nostri corpi e condiziona le nostre scelte. E il quadro peggiora se sei straniera o non appartieni alle fasce economicamente agiate della società. Come potevo restare indifferente a un personaggio come Medea che mi permetteva di dare voce a questi temi che valevano nei tempi antichi come oggi?

In passato hai già lavorato con questa materia narrativa illustrando libri sul mito greco e romano. È stato difficile lavorare sul mito questa volta dal tuo personale punto di vista?
Da un punto di vista grafico non è stato difficile, direi liberatorio. Questo perché negli anni coi tanti libri di mitologia illustrati ho costruito un immaginario ricco e pronto all’uso sull’argomento, solo che questa volta ho potuto utilizzarlo a mio piacimento.
Dal punto di vista della scrittura più che difficile è stato complesso. Ho cercato di creare tanti strati di narrazione e di riflessione che dessero spessore alla storia e ai personaggi. Questo tipo di trattamento del mito, mi arriva da Carola Susani, scrittrice e amica con cui ho lavorato sia all’adattamento dei Miti Romani che dell’Eneide per La nuova Frontiera Junior. Parliamo di 13 anni fa. Nelle sue riscritture ogni vicenda del mito era sviscerata nelle sue connessioni umane e politiche, anziché essere semplicemente una riformulazione o un abbellimento della storia per farla piacere ai bambini. Abbiamo passato giorni a parlare di come Didone andasse raccontata conferendo degli strumenti alternativi al suo amore e poi al suo suicidio per Enea.
Nei ringraziamenti di questo fumetto, citi l’eredità che hai raccolto dalla Medea di Christa Wolf? Ci parli del modo in cui l’opera di Wolf – scrittrice che io amo tanto – ha influenzato la tua di opera?
Erano un paio d’anni che mi portavo dietro l’idea di raccontare Medea aggiungendole un’ambientazione fantascientifica. Ci pensavo da quando avevo fatto una piccola storia di una pagina in un’antologia autoprodotta dall’etichetta Squame che raccontava le Metamorfosi di Ovidio, e io avevo appunto scelto Medea. Non ho considerato fattibile un adattamento a graphic novel finché non ho letto “Medea. Voci.” di Christa Wolf. Me l’ha consigliato un’amica, perché trovava in questa rilettura del personaggio di Medea delle corde vicine a quelle della mia paginetta fantascientifica a fumetti.
Ho divorato il libro, ho anche pianto leggendolo, e ho capito subito che, tagliando alcuni passaggi che sarebbero stati lunghi, era perfetto per diventare un fumetto. L’idea iniziale era adattarlo dandogli un twist fantascientifico. Poi è successo altro. Il lavoro di Christa Wolf è diventata la base della riflessione e come forse era già successo a lei, nella storia di Medea ha cominciato a entrare prepotentemente altro: risuonava con la contemporaneità che vivevo. Con grande fatica mi sono lasciata andare ed è uscita un’altra storia, profondamente debitrice verso quella della scrittrice tedesca, ma che sento decisamente mia.

Medea è straniera, donna e maga. Nella tua rilettura l’elemento di estraneità è amplificato dall’appartenere a un pianeta diverso: Medea e Giasone si incontrano infatti per la prima volta quando gli Argonauti atterrano con la propria astronave a Colchis. Penso alla fantascienza come a un territorio di sperimentazione e immaginazione, come ci hanno insegnato Ursula K Le Guin e tante altre con lei. Come mai hai scelto questa ambientazione sci-fi? Sei, in generale, una lettrice di fantascienza?
Non sono una lettrice di fantascienza, ma sono cresciuta accanto a un fratello che ne è appassionato per cui sin da piccola tra film, serie televisive, cartoni, fumetti e videogiochi ne ho assimilato le regole. Possiamo dire che la fantascienza fa pienamente parte del mio immaginario. Ciononostante ho avuto molte remore nell’utilizzare questa ambientazione.
Il punto è che per me la fantascienza è stato l’escamotage perfetto per rompere le regole del mito in maniera libera e rendere universali alcuni concetti che altrimenti non sarebbero passati, come il senso coloniale dell’impresa di Giasone, o l’essere percepita come straniera di Medea.
La mia è una fantascienza funzionale alla libertà autoriale. Una sorta di lasciapassare per l’impossibile, ma profondamente connesso con ciò che di umano volevo raccontare. Prima di mandare in stampa il libro l’ho fatto leggere a mio fratello ed è stata una grande soddisfazione scoprire che non solo secondo lui funzionava tutto, ma che parlare dell’umano allontanandosi nello spazio era la stessa necessità che aveva guidato gli autori e le autrici che amava, come appunto Ursula K Le Guin.
A livello visivo, del tuo fumetto colpiscono sicuramente la costruzione delle tavole e l’utilizzo dei colori. La tua Medea conserva ovviamente molti degli elementi tragici del mito, che si manifestano nell’organizzazione delle vignette e nei colori che a volte macchiano, come il rosso acceso del sangue, o al nero che ingloba le visioni di Medea e non lascia scampo. Ci racconti come hai lavorato su questi elementi?
Nei miei fumetti il colore è un elemento narrativo importante. Riduco al minimo la palette e lascio che alcuni colori prendano il sopravvento quando c’è qualcosa di forte da raccontare. Per amplificare il sentire dei personaggi.
Il rosso è un colore importante in questa storia, perché è il colore del sangue, ma in generale è ben presente laddove c’è violenza. Lo troviamo sul volto delle marchiate così come ci spostiamo sui toni del rosso nel tramonto che illumina la resa dei conti tra Medea e Giasone. Il nero invece lo considero il vero effetto speciale del libro. Ho evitato di utilizzarlo come colore dell’inchiostrazione utilizzando un blu scuro al suo posto, per lasciargli il ruolo di identificare le profondità che toccano le visioni di Medea. Questo in particolare è un effetto narrativo a cui tenevo tanto e sono stata soddisfatta quando l’ho visto funzionare sul libro stampato. Non è affatto scontato che la resa dei colori sia quella desiderata.
Durante il lavoro su questo fumetto, hai ascoltato della musica? C’è una canzone che assoceresti alla tua Medea?
Come sempre succede durante i miei lavori, la musica mi accompagna e la uso molto per amplificare le suggestione, durante scrittura e storyboard, e per tenere il ritmo nella parte più esecutiva della colorazione. In particolare per Medea c’è stato un disco intero ad aiutarmi a stare nel mood, ed è Spira di Daniela Pes. È musica elettronica, ma i toni sono ancestrali, stregoneschi. Le parole sono una lingua inventata e danno un senso di oscuro e magico. È stato perfetto per accompagnarmi in questa storia.
Negli anni hai messo spesso la tua arte al servizio della lotta politica femminista, penso per esempio ai manifesti per Lucha y Siesta. Far parte di una comunità femminista cosa ha invece restituito alla tua arte o al tuo essere artista?
Lo dico sempre: devo tantissimo alla Casa delle Donne Lucha y Siesta. È stato collaborando con loro che ho capito che potevo avere una voce e ho messo in discussione tante modalità che mi trattenevano nella vita e nel lavoro, ho dato un nome a queste dinamiche e sono cresciuta in consapevolezza.
Tutti i lavori grafici fatti per le loro iniziative sono state un potenziamento e allo stesso tempo un esercizio di umiltà, perché quando si lavora con un collettivo, tante logiche della comunicazione e dell’autorialità saltano, per fare spazio a ragionamenti nuovi più lenti, più complessi, ma il più delle volte necessari e arricchenti. La sintesi della comunicazione contemporanea si sposa male con la complessità di tanti argomenti politici, e allo stesso tempo la prolissità dei comunicati politici diventa difficile da far arrivare al grande pubblico. Passare in continuazione tra sintetico e complesso è l’esercizio più faticoso e prezioso che abbia mai fatto. Medea si muove esattamente sul filo delicato di tenere insieme complessità e sintesi.
