Ogni tanto il rock va a fortificarsi, o addirittura a rinascere, in provincia, lontano dalle città. Quello che per il rock è una boccata d’ossigeno spesso nasce dal racconto di chi invece subisce una certa realtà, isolata o desolata, ma che ha il merito di saperla raccontare, trasmettere, insomma prendersi in carico la propria vita e farla diventare una tessera di un mosaico che compone, nell’arte e con l’arte, un quadro che tende a essere universale, raccontando la provincia con la sfumatura che meglio conosce. Solo rimanendo alla recente musica rock nostrana, il pensiero va alle valli bergamasche dei Verdena, all’Emilia paranoica dei CCCP, per altri versi ai Diaframma che – sebbene al centro del fermento della vitale Firenze post punk degli anni Ottanta –, ci raccontavano della solitudine e del freddo interiore con Siberia, ma in tempi più vicini anche alla Ferrara di Vasco Brondi delle Luci della Centrale Elettrica, a quella leccese de La Municipal, o sannita degli Osso Sacro, fino a giovanissimi e importanti esordi come Lamante dalla provincia vicentina.
In questo momento che le città sembrano sature di rapper e trapper arriva dalla provincia di Cremona la scossa dei Satantango, intrisa di cinema, romanticismo dark wave, post rock, letteratura e shoegaze. Forse non lo sapevamo, ma è proprio quello che ci mancava. È un debutto sorprendente quello del duo cremonese composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, otto tracce che scorrono come una pellicola e suonano come un’opera concettuale che utilizza gli echi del cinema, della fotografia, della letteratura per dare più profondità ai testi e alle musiche. E poi c’è la memoria fatta di istantanee che riportano in superficie attimi vissuti in luoghi ormai scomparsi ma non seppelliti nel passato, anzi presenti come momenti fondativi delle scelte di vita del presente. Quella provincia isolata, colma di paesaggi nudi e sconfinati, con capannoni abbandonati e strade che tagliano distese di terra che diventa fango in inverno, che a volte viene vissuta come un purgatorio, come l’anticamera necessaria per spiccare il volo per un altrove non ben definito, ma che poi col tempo viene riconosciuta come una vitale alternativa al deludente centro del mondo metropolitano.

Non è semplice rendere queste sensazioni in canzoni così nitide e dirette, rumorose o sussurrate, con quei muri di suono improvvisi e potenti che somigliano così tanto ai muri di nebbia che avvolgono tutto, e le infinite distese che evocano i momenti sussurrati, pieni di storie che crescono nel silenzio giorno dopo giorno. In questo progetto tutto ha un senso, a partire dalla scelta del nome su cui ha influito certamente una certa familiarità immediatamente avvertita da Valentina e Gianmarco con certi desolati paesaggi ungheresi e certi ritmi lenti portati sullo schermo dal regista Bela Tarr nel film Satantango, a sua volta tratto dal romanzo omonimo scritto da László Krasznahorkai, recentissimo premio Nobel per la letteratura. I primi due brani pubblicati, 9.11 e Permafrost, avevano già fatto intuire la forza di questo debutto, poi confermata dall’intero lavoro e da tracce come Gioventù, Amore e Rabbia (altro riferimento cinematografico), Villa Alluvioni, Cinema Tognazzi, Strada Provinciale 6. C’è un universo di ascolti variegato e passionale alla base, che traspare in una capacità di costruire già un proprio suono riconoscibile che si muove tra generi diversi senza perdere mai l’obiettivo di restare se stesso.
Il mondo dream pop e shoegaze, si lascia travolgere da cavalcate post rock e tentazioni folk, mantenendo quel suono sporco e alternative figlio della coda lunga dei Novanta. I testi sono chirurgici, parole che fotografano, che metteno a fuoco il centro lasciando aperti i chiaroscuri intorno, che rendono immagini e stati d’animo in modo essenziale, accogliendo chi ascolta in un vortice che rapisce. È certamente tra i migliori dischi d’esordio di quest’anno che volge al termine, molto probabilmente il migliore. Abbiamo chiacchierato con Valentina e Gianmarco per saperne ancora di più su questo disco, prima di tornare ad ascoltarlo.
Ragazzi prima di tutto complimenti per il disco. Dove tutto sembra scontato e fatto quasi solo per competere tra numeri e algoritmi, bisogna fermarsi un attimo e dire che dischi così non escono tutti i giorni. Quello che ho apprezzato molto è la capacità di far entrare chi ascolta nella vostra dimensione, in una geografia che prima ancora che fisica è sonora e questo passaggio innanzitutto musicale poi si fortifica con il lavoro concettuale che si scopre, viene fuori, un po’ alla volta. Per voi come è nato il disco?
Valentina: Grazie mille! Ci fa davvero piacere che il disco ti sia piaciuto. L’album è nato negli ultimi due/tre anni, insieme all’esigenza di parlare della nostra generazione, della nostra vita e della nostra provincia, il tutto con un certo tipo di suono, quasi fosse una reazione a ciò che vivevamo.
Gianmarco: Entrambi veniamo da un piccolo paese perso tra i campi, ci conosciamo da quando siamo bambini e siamo da sempre appassionati di musica, quindi l’idea di scrivere qualcosa insieme e di mettere in musica l’atmosfera di cui parli è stata una naturale conseguenza e, come diceva Valentina, una vera e propria esigenza.
Uno dei temi, ma direi non l’unico, che pervade la tracklist, è la provincia. È una parola che rimanda a tanti aspetti, dal paesaggio, ai rumori differenti, incluso quello del silenzio, fino ai colori, in particolare la scala cromatica di tutte le sfumature che vanno dal bianco al grigio scuro, a capannoni e palazzine consumate e abbandonate fino a una centrale idroelettrica e a una pista ciclabile non oppressa dal traffico, ma spesso inghiottita dalla nebbia che sale o dalle nuvole che scendono. Un immaginario che siete riusciti a rendere sia nelle atmosfere sonore create che nelle immagini, a partire dalla copertina. Per scrivere un disco così bisogna viverci, come è stato e come è il vostro rapporto con i vostri luoghi?
G: Tutta la nostra musica deve tanto alla provincia. Nel disco parliamo di luoghi fisici, vissuti, in generale luoghi a cui siamo affezionati, ma anche metaforici: Villa Alluvioni e l’ex Cinema Tognazzi nel cuore di Cremona, ormai chiuso da una quindicina d’anni, sono un simbolo del passato che non torna più e della cultura che lentamente si perde, mentre Strada Provinciale 6 prende il nome dalla strada che costeggia il nostro paese ed è un po’ il simbolo di quella voglia di prendere l’auto e correre lontano. Oggi più che mai abbiamo scelto di rimanere qui e di parlare proprio di questo.
In questo caso penso che quello con il film Satantango di Bela Tarr (forse più ancora che il libro), soprattutto con la lunga sequenza iniziale, sia stato un incontro più che una scoperta, nel senso che avete riconosciuto una certa familiarità con quei paesaggi ungheresi ….
V: Esattamente, la cascina della prima scena del film è davvero molto simile a quella abbandonata dietro casa nostra. Ci abbiamo rivisto le stesse atmosfere, gli stessi campi, lo stesso spleen. Sicuramente il primo amore è stato per il film di Béla Tarr, dopodiché abbiamo immediatamente letto il libro da cui è tratto: dopotutto, Krasznahorkai è sia l’autore del romanzo che lo sceneggiatore del film.
Però la provincia si misura anche in distanza dalle o dalla città, la provincia di Cremona credo disti poco più di un’ora per esempio da Milano, e qui subentra anche l’aspetto più “esistenziale” di come vivere la provincia. Da questo punto di vista, mi hanno colpito molto alcuni passaggi nel testo di 9.11, brano che ha anticipato l’uscita dell’album, che la descrivono nitidamente, dai treni presi all’alba quando fuori è ancora notte a “Tutte le coincidenze noi le abbiamo perse/Non resta niente solo quello che è importante” e anche la voglia poi quasi di rifuggire anche la città come alternativa alla provincia “Bruciamo casa e torniamo nelle foreste/Tanto Milano è buona solo per le feste”, oppure ancora penso anche a un aspetto più profondo quando dite “Non ci sentiamo a casa da nessuna parte” che in realtà ho letto alla fine come un legame, magari non semplice ma sincero con la vostra casa (intesa non solo come abitazione), è così?
G: Chiunque viva in provincia sa cosa significa rimanere sospesi tra il desiderio di fuggire e la voglia di restare. Milano dista poco più di un’ora da casa nostra, ma sono due universi agli antipodi. La nostra generazione è cresciuta col mito della metropoli, dell’esterofilia, della ricerca di una realizzazione sempre “altrove”, ma noto che negli ultimi anni sempre più persone hanno scelto di ritornare verso la provincia, dove ci si sente veramente a casa, a ritmi di vita più umani, di allontanarsi dalla logica performativa dei grandi centri.

Altro tema ricorrente è il rapporto con il cinema, sia con alcuni film che vengono direttamente o indirettamente citati, sia proprio con la sala cinematografica e tutto l’immaginario che ne consegue, aspetto che si lega un po’ con un altro tema che è quello della perdita, del tempo che passa e lascia indietro alcune cose, mi sto riferendo in modo particolare alle due tracce Gioventù, Amore e Rabbia e Cinema Tognazzi. In questi richiami al cinema o a immaginari di altre epoche mi ricordate una band di qualche anno fa, troppo poco ricordata come gli Amor Fou.
V: Amo il cinema fin da quando sono bambina, e all’università ho avuto la fortuna di poterlo approfondire. Oggi siamo in un’epoca in cui è ormai comune volgere lo sguardo al passato, tutto è nostalgico, e il cinema rappresenta molto bene questo sentimento collettivo. Inoltre vivere in campagna, lontani da tutto, a volte ci dà l’impressione di guardare il mondo come su uno schermo, quasi potessimo effettivamente vedere cosa succede senza poter davvero agire.
Ma non solo, secondo me il linguaggio cinematografico è uno tra i più potenti. Con Gioventù, amore e rabbia, forse il mio film preferito, siamo partiti dal cinema per raccontare la frustrazione di una generazione schiacciata da una società che omologa i giovani chiedendo di “correre” senza realmente fornire la possibilità di farcela. Guardare la scena finale è davvero potente, direi spiazzante.
Cinema Tognazzi rappresenta invece un ricordo fortissimo dell’infanzia: le sale ad anfiteatro dai gradoni leggermente inclinati, il profumo dei popcorn, l’attesa al buio prima dell’inizio della proiezione che mandava in fibrillazione, l’impressione che tutti i sensi si dilatassero di fronte allo schermo enorme d’un tratto luminoso, il tempo che si fermava.
Per quanto riguarda le sonorità, prima di andare su qualche eco che mi è venuto in mente ascoltando il disco, devo dire che avete già un suono riconoscibile, una vostra identità e credibilità, soprattutto per la costruzione progressiva sia dei singoli brani che della tracklist, per esempio con la voce che viene utilizzata in una sorta di crescendo in quanto a limpidezza, mentre inizialmente è più “dentro”, un po’ come si faceva nel primo grunge. Ho trovato molto interessante attraversare, senza perdere la vostra identità, più generi musicali dal dream pop fino allo shoegaze e sfiorando il post rock. Se devo farvi qualche nome di riferimento c’erano effetti Deftones, atmosfere Slowdive (Strada Provinciale 6) e passaggi Cranes (del periodo Forever soprattutto). Ma le influenze più profonde vorrei saperle direttamente da voi…
G: In tutte le canzoni abbiamo cercato di trovare un suono nostro, un ambiente sonoro coeso e quasi cinematografico, a cavallo tra più generi.
V: Per quanto riguarda lo shoegaze, sicuramente il primo grande amore sono stati i My Bloody Valentine, che abbiamo appena visto live a Dublino. Ma non si tratta di un disco solo shoegaze.
G: Esatto, entrambi veniamo da background che comprendono generi come il dream pop, con artisti come Cocteau Twins e Beach House, senza dimenticare folk e progressive – ti citerei tra tutti Linda Perhacs e i primi Genesis.
Ho letto che le registrazioni hanno l’anima punk del DIY “fai da te”, un po’ come Springsteen in Nebraska quando diceva “se in studio togliamo le imperfezioni il disco peggiora, così invece è come lo voglio”; raccontatemi un po’ la fase di registrazione.
G: Amiamo le imperfezioni nella musica, i piccoli dettagli che a un primo ascolto possano sembrare anche sbavature. Nel disco abbiamo deciso di tenere molte takes imperfette ma autentiche, proprio per lasciare quel sapore di vissuto che altrimenti sarebbe mancato. Dopotutto cercavamo un suono sporco che si sposasse con la disillusione e la rabbia di cui parliamo, quindi una produzione ultra pettinata non avrebbe avuto senso. Tutto questo però si accompagna a una scrittura molto consapevole, pensata fin nei minimi dettagli soprattutto per quanto riguarda l’immaginario sonoro e testuale.
Come porterete invece questo disco dal vivo? In duo o in una formazione più ampia? Io spero che ci saranno anche dei visual con le immagini. A proposito di chi sono le foto che accompagnano il disco a partire dalla copertina?
V: In live usciremo in full band, con batterista e bassista ad accompagnarci. Per quanto riguarda l’immaginario e le fotografie, finora ce ne siamo occupati direttamente noi: la copertina è stata scattata da me, mentre la foto interna del vinile è di mio fratello Manuel.
Chiudiamo con l’ultima domanda, siamo a fine anno, qual è il vostro disco del 2025 e qual è invece quello che ascoltate da sempre (Oltre i Cure che citate anche). E l’ultimo concerto che vi è piaciuto?
G: Nel 2025 ti direi The Spin dei Messa, mentre più in generale Animals dei Pink Floyd: lo ascolto da quando sono bambino, ogni volta che comincia Dogs il resto del mondo scompare. Per quanto riguarda l’ultimo concerto che mi ha emozionato ti direi la reunion del Teatro degli Orrori a febbraio, rivederli tutti e quattro di nuovo insieme è stata una bella botta.
V: Da quando è uscito, Abysskiss di Adrianne Lenker è diventato il mio album preferito di tutti gli anni, compreso il 2025. Ultimo concerto davvero incredibile penso la reunion dei Porcupine Tree un paio di anni fa.
Grazie per la disponibilità vi aspetto live in giro.
Grazie a te, ci vediamo presto!