Gli eventi sono spesso definiti dalle più affascinanti convergenze: nel mio caso, quella di trovarmi tra le mani in libreria Lo specchio americano: Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti, il nuovo volume di Simone Pieranni, a pochi giorni dall’inizio del Far East Film Festival, che dal 24 aprile al 2 maggio trasformerà Udine nella capitale europea del cinema asiatico. Questo nuovo lavoro prosegue l’esplorazione di Pieranni delle dinamiche politiche e culturali che intercorrono tra Asia, Europa e America. L’autore, una delle voci più esperte di questo incrocio di culture e visioni, ci offre anche in questa occasione una prospettiva importante e aggiornata sui paesi che ci prepariamo a incontrare sullo schermo nel festival, prestandosi a fornirci una conoscenza più approfondita delle tematiche che saranno approfondite sullo schermo dai registi provenienti dai vari paesi. Anche il mio incontro con Pieranni, se vogliamo dirla tutta, ha definito una convergenza significativa: ho incontrato il suo lavoro – chissà se per caso o per destino – proprio nel periodo in cui ho sentito l’Asia avvicinarsi sempre di più, mentre parallelamente la prossimità a Udine mi ha dato occasione per seguire con regolarità il festival.
Circa un anno e mezzo fa, a settembre 2024, Pieranni dava alle stampe per la collana serie Strade Blu di Mondadori il volume 2100: Come sarà l’Asia, come saremo noi. Ero rientrato pochi mesi prima da un lungo soggiorno che mi aveva portato per la prima volta a visitare la Cina e le sue diaspore asiatiche, spostandomi tra la Repubblica Popolare Cinese e Malaysia, Singapore e Taiwan, con un brevissimo passaggio anche in Vietnam. In questo testo precedente, l’autore ha esplorato numerosi scenari di un futuro possibile e vicino che è in pieno svolgimento, soffermandosi su alcune delle realtà di Asia orientale e sudorientale che avevo visitato personalmente. A tratti, questo primo libro appare come un’emanazione diretta del podcast Altri Orienti realizzato da Pieranni per Chora Media, diventato rapidamente un punto di riferimento quando ero alla ricerca di maggiori informazioni sui luoghi in cui mi capitava di imbattermi e che difficilmente avrei recuperato da una guida turistica o dai siti web che ormai sembrano tutti ripetere gli stessi cliché triti diffusi dai nomadi digitali “occidentali” artefici di questa nuova forma di colonizzazione contemporanea. L’idea che emerge dai capitoli di questo volume, in cui ho talvolta riconosciuto alcuni degli argomenti affrontati a voce nel podcast, ma inseriti in una prospettiva più ampia e integrata, è quella di un’Europa che contempla immobile la veloce riconfigurazione dei paesi asiatici, a lungo “orientalizzati” dalla prospettiva occidentale che è coincisa con la prospettiva americana, e con quella inglese in precedenza, durante il periodo del colonialismo più esplicito. L’autore dunque ribalta la prospettiva di un’Asia in ritardo rispetto alle civiltà identificate con il “primo” mondo a trazione capitalista, descrivendo aspetti di progresso tecnologico, sociale, politico, culturale e soprattutto spirituale che vede protagonisti paesi quali Singapore e Taiwan, e in cui la Repubblica Popolare Cinese detta i ritmi dell’economia globale. Confinati al sicuro delle proprie fortezze europee, a molti i racconti di Pieranni sembrano descrivere prospettive che è più facile associare alla fantascienza che alla realtà, soprattutto a chi non ha avuto modo di vedere coi propri occhi il nuovo volto di metropoli quali Beijing, Shanghai e Shenzhen, ma anche Kuala Lumpur o Taipei, e continua a considerare le rappresentazioni rassicuranti degli asiatici che circolano nel vecchio continente compiaciuto, identificati come forza lavoro da sfruttare o pratici rivenditori di prodotti a basso costo. Ma a me, che ero appena tornato da quel mondo che si muove a una velocità inimmaginabile da quella a cui siamo abituati nel nostro paese, quel libro è sembrato descrivere scenari realistici da cui ero stato rapidamente conquistato. La bravura di Pieranni a descrivere nei dettagi più quotidiani ambienti così distanti, ideologicamente e culturalmente, gli è valsa la candidatura alla cinquina del Premio Strega per la saggistica.

Uscito per la stessa serie Strade Blu di Mondadori, Lo specchio americano restringe lo sguardo sulla realtà cinese, colta nell’aspetto specifico dei suoi rapporti con gli Stati Uniti. Il volume non si limita a una disamina storiografica delle relazioni tra i due paesi, piuttosto, con lo stile a cui ci ha abituato, Pieranni si dedica alla ricerca di storie e personaggi di vario tipo che in modi diversi descrivono la storia di prossimità e distanza tra i due paesi, ricostruendo l’approccio ambivalente con cui la Repubblica Popolare Cinese ha osservato e provato a capire modi e culture dei loro dirimpettai al di là del Pacifico, finendo per appropriarsi, per gioco o anche per moda, di molti di essi, pur senza lasciarsi inghiottire dall’ideologia profonda che li ha generati. Con un tempismo impeccabile, il nuovo volume coglie il mondo un anno e mezzo dopo l’uscita del precedente, in un contesto in cui l’evoluzione degli scenari bellici, soprattutto quello del più recente conflitto in Iran, ha mostrato in modo palese e inequivocabile l’avanzamento delle realtà asiatiche a danno dell’egemonia americana, seppure il conflitto abbia costretto molti paesi del continente orientale a misure estreme dettate dalla crisi economica globale conseguenza del blocco della circolazione del petrolio attraverso lo stretto di Hormuz. In questo contesto, Pieranni fornisce risposte articolate e ragionate a chi si interroga per esempio sul perché la Repubblica Popolare Cinese non sia intervenuta di fianco all’alleato iraniano, né abbia approfittato delle mani occupate di Trump per invadere Taiwan. L’autore evita le conclusioni più semplicistiche e superficiali, spesso offerte dalla stampa generalista, suggerendo modi più complessi di problematizzare i fenomeni che riguardano le relazioni tra Cina e Stati Uniti che vanno a ricercarne le radici fin dalle prime interazioni attraverso l’Oceano, retrocedendo fino alle prime comunità cinesi formatesi oltreoceano e quindi ai primi incontri tra le autorità del Partito Comunista Cinese e quelle americane. Dal punto di vista di chi ha incontrato le comunità cinesi nelle città degli Stati Uniti, in California, ancora prima che in Europa e in particolare in Italia, il lavoro di Pieranni offre un affascinante affresco a cui fare riferimento prima di addentrarsi nelle grandi metropoli della Cina vera.
Il concetto alla base di Lo specchio americano, se vogliamo complementare a quello di 2100, è proprio quello dello specchio: nel corso dei decenni, l’autore descrive Cina e Stati Uniti come due realtà che si sono guardate rispecchiandosi vicendevolmente l’una negli altri, la Cina studiando il paese ideologicamente avversario più accuratamente, priva della sufficienza e dell’arroganza con cui i governi americani hanno considerato la Cina un’ennesima potenza da indottrinare alla cultura capitalista e allo sviluppo consumistico. Secondo Pieranni, per decenni, soprattutto a partire dalla caduta di Mao e dall’affermarsi di Deng Xiaoping, autore di straordinarie aperture all’economia di mercato, seppure in modi compatibili con l’ideologia e la tradizione locali, il popolo cinese nella sua interezza e molteplicità ha osservato ciò che gli americani guardavano, ascoltavano, dicevano, mangiavano e compravano. In una prima fase, questo aspetto è stato ispirato da un fascino irresistibile: la diffusione dei valori del “mito americano”, con l’apertura dei primi fast food e l’introduzione di sport come il basketball, si è accompagnata alla possibilità di imparare dagli statunitensi nei vari ambiti in cui hanno eccelso, mentre parallelamente si registrava l’esodo di un numero significativo di cittadini cinesi che si riversavano oltreoceano popolando le notorie Chinatown ed eccellendo nelle università e nelle aziende oltreoceano. Nella seconda parte del volume, Pieranni descrive come nella fase più recente questo aspetto sia invece animato da uno spirito di rivalsa dovuto alla sensazione di aver imparato tutto quello che c’era da imparare ed essere giunti a un punto di sorpasso dei progressi americani, senza lasciarsi sedurre dalla macchina ideologica perversa del capitalismo. La Cina del nuovo millennio – a ragione, molti parlano di un “secolo cinese” sopraggiunto a quello “americano” identificato con il Novecento – è dunque un paese indipendente e consapevole dei propri mezzi e della propria potenza economica e tecnologica, oltre che della propria superiorità culturale e spirituale, che intende tuttavia interagire con l’America, ma da pari, senza nessun timore reverenziale.

Come risulta anche già agli ascoltatori dei podcast di Pieranni – ad Altri orienti nel corso degli anni si è affiancato uno spin-off intitolato Zoom Cina, e un ulteriore programma settimanale intitolato Fuori di qui che esplora fenomeni non necessariamente legati a realtà asiatiche ma che spesso vi sconfinano – una delle più grandi qualità dell’autore è la scrittura, il modo avvincente con cui racconta le numerose storie di personaggi che ha spesso incontrato di persona nei suoi viaggi intorno all’Asia, che ce lo presentano come un moderno equivalente di Tiziano Terzani, un po’ più equilibrato nelle valutazioni e nei posizioni, con un piede in Cina e l’altro negli Stati Uniti. La scrittura scorrevole e incalzante dell’autore procede alternando descrizioni accuratissime e riflessioni di grande profondità a dichiarazioni di opinionisti della Cina contemporanea, tra i tanti, leggiamo brani di Robert Wu e Ren Yi, che l’autore ha raccolto dialogando tra i social networks cinesi, e ricostruzioni di eventi che hanno riguardato grandi personalità che si sono distinte nel dialogo tra Cina e Stati Uniti, seguendo il delinearsi di un’evoluzione spesso generazionale nell’atteggiamento dei cinesi nei confronti degli Stati Uniti. Se per gli esponenti delle generazioni precedenti, l’America costituisce un nemico da temere o un faro di civiltà, per i più giovani gli Stati Uniti appaiono un paese come tanti, perché la vita si svolge soprattutto in Cina ed è in Cina che costruiscono il loro presente e futuro. Le aziende e le università cinesi hanno ormai surclassato le equivalenti americane ed europee più prestigiose nelle richieste del mercato del lavoro locale, e anche se la crescita economica non procede più a velocità vertiginosa, i giovani prendono in considerazione l’emigrazione solo come possibilità remota, di fronte a grand difficoltà ad avviare una carriera in patria.
In definitiva, le parole di Pieranni si avventurano esplorando complessità molto profonde e difficili da comprendere per un lettore europeo o americano medio, che spesso sono il prodotto di un’ideologia specifica di cui a noi europei sfugge il senso più profondo, in cui il marxismo si mescola all’eredità confuciana ma anche a un pragmatismo capitalista, basi dell’edificazione di una società infusa di uno spirito di comunità che è inimmaginabile per le società europee e americane. Scorrendo le pagine di questo libro dunque emerge, ma in modo spontaneo e non pilotato, la contrapposizione tra un modello occidentale e uno orientale. Il primo si è vestito della narrazione della democrazia e della libertà per perseguire una perversa affermazione di individualismo radicale e materialismo sfrenato che rivelano una profonda, patologica ossessione dell’io realizzata mediante una presenza geopolitica aggressiva e bellicista, esportata poi nel Pacifico nei paesi divenuti alleati attraverso la sottomissione militare, come Giappone e Corea del Sud, o attraverso la partecipazione a piattaforme commerciali condivise, come è accaduto a Malaysia e Taiwan. In contrasto, l’espansione lenta ma inesorabile dell’egemonia globale cinese si è affermata assecondando un desiderio di pace, stabilità e prosperità che è proprio del suo popolo, che ha conseguito una crescita economica, tecnologica e sociale attraverso la visione di una coesistenza armonica e di una crescita condivisa, piuttosto che promuovendo sopraffazione e concorrenza. Certo, non è detto che sulla lunga distanza anche questa radice più profonda del “sogno cinese”, opposta al “sogno americano” a cui siamo stati educati, non si riveli una narrazione altrettanto illusoria, ma intanto è bello crederci, mentre controlliamo le ultime notizie sul telefono o sul computer col fiato sospeso, per scoprire quale nuovo ricatto l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America ha proposto al resto del mondo, prima di imbatterci più sotto nell’immagine del premier cinese Xi Jinping che ci guarda serafico, pacifico, sornione.