Edizione numero dodici per la rassegna condotta da Vinicio Capossela
Siamo andati a curiosare allo Sponz.
Credo sia l’atteggiamento migliore, il più funzionale per calarsi in una rassegna che non si ascolta – d’altronde i concerti sono solo una parte, benché invitante, del programma – ma si vive. “Sponzarsi” infatti significa assorbire, spugnare, ritrovarsi imbevuti, inzuppati, dell’energia dei “recinti di umanità” che sono stati il sottotitolo dell’Edizione dodicesima. Questi circoli di umani alla ricerca di una dimensione altra – paesana, campestre, fanciullesca, persino primitiva nel senso autentico del termine – sono l’immagine più adatta al clima che Vinicio Capossela, ideatore e direttore artistico, ha costruito tenacemente dal 2013, più da regista fuori campo, osservatore attento e deliziato ma non così ingombrante come si potrebbe pensare per una figura del genere. E se si va seriamente a curiosare, meglio ancora se si sale disponibili al dis-orientamento in Irpinia d’Oriente, ci si scopre pian piano sommersi, molto più porosi, pronti a sponzarsi tra viuzze, slarghi e cavità di un paese perfetto per questa operazione.

Calitri è stato ancora una volta il “teatro-presepe vivente di una comunità”, ha sottolineato Capossela, un luogo in cui “il minuscolo cela il gigantesco” ma anche la sede ideale per mettere in scena un audace esperimento: uno “SponzEden”, non solo un giardino, un paradiso terrestre dove tornare all’antica unità ma anche un luogo di convivialità – nei termini dell’integrazione alla Illich – tra saperi, suoni, storie ed esperienze. Di convivenza tra libertà e verità, quella che si vede in faccia, per citare un torrenziale Nino D’Angelo, uno degli ospiti chiamati a testimoniare la propria devozione al compianto Goffredo Fofi, citato come nume tutelare dei tre giorni calitrani insieme a Pier Vittorio Tondelli e Roberto De Simone. Ancora più centrale è stato il nome di Bob Dylan, ampiamente omaggiato con l’idea-forza dei “Gates of Eden”, i cancelli del recinto fiorito isolato dalle brutture del mondo che hanno simboleggiato una meta tangibile, con concerti e proiezioni in cui il passato (non solo quello prossimo di Scarlet Rivera e del violino epico di Desire e della Rolling Thunder Revue ma anche quello remoto di Woody Guthrie e delle incantevoli eredi Guthrie Family Singers) ha pulsato con presenza, con un senso concreto, per niente nostalgico.

Arginato il pericolo dell’autocelebrazione, inevitabile ma misurata, giocosa, lontana dall’idea di mausoleo dell’artista teorizzato da Luzzatto Fegiz in Troppe Zeta nel cognome, Capossela ha diretto una messe di piccoli e grandi eventi in contemporanea: una contestualità a volte vicina al disordine – adelante con giudizio secondo i tempi larghi e lenti di una crepuscolare fine estate irpina: d’altronde più che la restanza poté la sfattanza – nella quale è stato possibile ritagliarsi alcuni momenti memorabili, particolari di un insieme pieno, unico nel suo genere. Ne cito alcuni. L’intervento potente e colto di Piergiorgio Giacché accanto a Nino D’Angelo, senza grandi freni inibitori ma sincero nel rievocare il contributo di Fofi nello sdoganare una certa cultura popolare anzi sottoproletaria; la lectio magistralis sull’idea del Paradiso nel Medioevo e in Dante da parte del prof. Stefano Bernardinello, giovane storico impeccabile per sintesi e entusiasmo pluridisciplinare; This Land Is Your Land: l’altra America, suggestiva performance delle tre Guthrie Singers con Andrea Parodi (determinante nel raccordo musicale e comunicativo), Scarlet Rivera e una nuova scoperta (almeno per il sottoscritto) come David Ford, cantautore inglese rivelatosi efficace uomo di band ma anche solista sanguigno (da incorniciare la sua Pour a Little Poison ma anche una spietata It’s Alright, Ma); la conversazione su Gaza con Don Nandino Capovilla, Enrico Calamai, Betta Tusset, Francesca Fornario e Francesca Albanese; il must per dylanofili Gates Of Eden, con l’arrivo di Pietro Brunello – ai confini della clonazione ma regista doc – e l’uomo-corde Asso Stefana, e anche un Capossela in dialogo ideale con Dylan, sia in Ultimo amore (con Romance In Durango in filigrana) che in La nave sta arrivando, la sua rivisitazione di When The Ship Comes In. E se il cantautore ha dimostrato che un Nobel per la Letteratura può convivere con un cantore degli ultimi come Matteo Salvatore (Nachecici muta scherzosamente in Knocking On Heaven’s Door), il concertone con la Banda Della Posta, folklore da ballodromo della comunità insaporito di tex-mex con spezie anni ’60, ha chiuso il cerchio. Forse anche il recinto.

Se menzioniamo anche la partecipazione di Padre Bormolini, Max Casacci, Vincenzo Costantino Cinaski, Enrico Calamai, Peppe Barra, Vito Teti e Tricarico, abbiamo un’idea più dettagliata di quanta umanità da salvaguardare ci sia stata in questo abitabile, mai concentrazionista o esclusivo, recinto dell’Eden.