Poche cose sono fondative nella strutturazione di una personalità quanto gli incontri. Questa conversazione è un omaggio a due di questi incontri: il mio con Valeria Simone, e quello – precoce – di entrambe col teatro. In un mondo volgare, grossolano e osceno come il nostro, nulla sembrerebbe essere più necessario del teatro.
Valeria e io ci siamo conosciute in una delle nostre vite precedenti, da coinquiline fuori sede – in altri termini, eravamo povere ma felici e non lo sapevamo (di essere felici, la povertà era abbastanza evidente). Il teatro era già parte della vita di Valeria Simone, stimata drammaturga e fondatrice nel 2015 della compagnia teatrale Acasă, che ha portato in giro per tutta Italia l’attualissimo spettacolo H24_ Acasă, monologhi sulla vita delle caregiver (non le chiamiamo badanti, per favore, proprio no).
Oggi discutiamo di teatro, del suo ruolo, del suo stato di salute; il nostro pensiero va al Teatro Sannazaro di Napoli, che è stato distrutto da un incendio in questi giorni. Tra Hanna Arendt, resistenza e baci ad Aristotele, il teatro di Valeria Simone è un esempio di eterogenesi dei fini.

Hai lavorato in Italia, in Inghilterra, in Germania. Il teatro è parte integrante della tua vita: ma oggi, nel mondo che viviamo, occupa ancora uno spazio o è uno di quei dinosauri destinati a scomparire?
No, io credo che sia ancora un elemento molto vivo nella nostra società. Intanto lo dimostra il fatto che i teatri sono pieni. Ogni volta che vedo uno spettacolo quasi sempre è sold-out: vuol dire che le persone hanno voglia di andare a teatro. Vedo che sono in molti a seguirlo – e molti no, naturalmente – ma rispetto a quando ho cominciato è tutto diverso. All’epoca portavo degli amici che magari dicevano “questa è l’ultima volta”. Ora, che gli spettacoli ci piacciano o meno, il teatro è sempre pieno.
Da sempre porti il teatro con modalità laboratoriale in carcere e nelle scuole. Il teatro può essere una forma di resistenza al degrado che stiamo vivendo in questi ultimi anni?
Possiamo definirlo una forma di resistenza, ma per me è fondamentalmente una forma di comunicazione. Il teatro è la creazione di una relazione tra chi è in scena e chi osserva, attraverso questa relazione passano dei mondi. Certo, per me è anche resistenza, visto che nelle mie opere ho voluto dare voce a chi non ha voce: è un patto, anzi sono promesse che si sono create.
In realtà l’idea che ho io del teatro, quello che io credo di fare, nasce dalla parola inglese understand: viene dall’inglese antico, e significa essere tra (under anticamente significava tra). Per capire davvero qualcosa bisogna essere all’interno delle situazioni: il mio fare teatro parte dal desiderio di capire il mondo in cui stavo, e per capire dove stare all’interno. Quando ho scritto il lavoro sulle donne vittime di tratta (No-body, finalista al Premio Bianca Maria Pirazzoli e al premio Lingua Madre 2009, NdR), le ho conosciute, frequentate, ascoltate per capire: fare teatro è comprendere il mondo. E quindi resistere, sì, all’immagine standardizzata, ai cliché, ai luoghi comuni, alla visione imposta del mondo in cui viviamo.
Che però arriva a teatro, anche quella.
Arriva, certo. Il senso o la qualità degli spettacoli programmati è un elemento importante: tendenzialmente le proposte sono di commedie, di testi leggeri. Divertissement, disimpegno mentale; però c’è spazio, adesso, anche per altro. Quando all’inizio scrivevo testi sulle detenute i direttori artistici mi rispondevano “noi non facciamo la rassegna di teatro sociale, di teatro politico”. Ma il teatro è sociale, è politico.
A proposito di filosofi: la tua Pescatrice di perle racconta la tua Hanna Arendt. Parte dall’esperienza di apolide e rifugiata della filosofa: com’è nato questo spettacolo?
Sono molto in debito con Hannah Arendt, le devo molto: studiando Hannah Arendt ho elaborato un metodo, il mio, di osservazione della realtà. Mi ha indotto a cercare, a farmi domande, a non accettare ciò che vedo come dato oggettivo. Quindi io volevo ringraziarla, in qualche modo, parlando del suo pensiero: ma non è stato soltanto una necessità personale, direi sociale. Tutta la sua analisi dell’etica è ancora molto attuale: ad oggi ancora viviamo sull’orlo del collasso dell’etica. La sua distinzione tra morale ed etica è ancora attuale, è necessaria: tanti seguono la morale, seguono delle regole imposte dal contesto socioculturale in cui vivono, ma non hanno un pensiero etico, non c’è un dialogo con sé stessi e con la propria coscienza.

Com’è stato accolto lo spettacolo?
È andato bene: ha vinto il Premio della stampa al Roma Fringe Festival nel 2021. Ha girato un po’ in tutta Italia, anche nelle scuole, ma la distribuzione non è semplice: spesso mi viene proposta come data la Giornata della Memoria, perché la Arendt era ebrea e si occupava del totalitarismo; riduzione semplicistica, perché è uno spettacolo sul mondo contemporaneo! Poi si tratta di un monologo e ancora di più non è semplice. Molti studenti dei licei ce lo chiedono.. ultimamente il liceo classico di Corato.
A proposito di Corato: com’è nato il progetto- centro di drammaturgia?
È nato nell’ambito della nostra compagnia teatrale, Acasă: con un bando regionale otto anni fa abbiamo ideato e lentamente realizzato il progetto Archivio e Centro di Drammaturgia “Tutto il Teatro” all’interno della biblioteca comunale di Corato. Perché un centro di drammaturgia? Perché innanzitutto è molto difficile reperire testi teatrali, se non i classici; anche nelle biblioteche non c’è molto teatro contemporaneo, o straniero. Volevamo rimediare: creare un archivio che raccogliesse i testi della tradizione e del contemporaneo. Ci sono tanti spettacoli che girano anche tanto, ma che non vengono pubblicati – anche moltissimo teatro per le scuole, con testi splendidi. Tanto del teatro che vive adesso rischia di andare perduto per le generazioni future.
Come procede la raccolta?
Lentamente, è iniziata da poco, anche perché il Centro fa anche attività di formazione, letture di inediti, eventi performativi per dare spazio alla drammaturgia.
Abbiamo iniziato questa conversazione parlando dello stato di salute del teatro italiano: eppure sono nate piattaforme che danno teatro in streaming, come Proscaenia in Italia e il più famoso canale National theatre.
Non sono contraria in assoluto: il teatro in video mi ha consentito di vedere tutto De Filippo. Sono stata iniziata al teatro alle scuole medie dal professore di italiano: a 13 anni avevo letto già tutto Eduardo, e non avrei potuto capirne la drammaturgia senza i video. Però ontologicamente il teatro in video tradisce il teatro: nell’opera teatrale si crea una fortissima relazione tra attori e pubblico: lo spettacolo cambia in base al pubblico, gli attori sono diversi (anche se sono sempre gli stessi) in base al pubblico. Con il video viene meno quella unicità che ha ogni replica …il teatro vero è quello dal vivo.
A proposito dei trascorsi scolastici e del tuo presente: che ne pensi del teatro nelle scuole?
Il teatro a scuola crea delle relazioni diverse tra i ragazzi, dei momenti di espressione del sé che spesso sono unici nel loro tempo scolastico. Ciò che mi colpisce è che gli studenti prendono in modo serissimo l’attività teatrale.
Per me, peraltro, data la mia vita da studentessa, non è possibile stare a scuola senza teatro.
Aristotele ti avrebbe dato un bacio in fronte.
Gliel’avrei dato anch’io!
E, in questi tempi bui, pensare di baciare Aristotele, potendo, sembra una buona, buonissima idea anche a me.