a cura di Rocío Bolaños
In questo momento storico, in cui l’egemonia del pensiero non si manifesta più attraverso l’imposizione diretta, come accadeva durante le colonizzazioni, ma attraverso una forma di sottomissione e auto-sottomissione culturale, il processo di omologazione globale riduce la complessità linguistica e culturale delle società, impoverendo la pluralità dei modi di pensare, sentire, parlare, agire.
Davanti alle disuguaglianze editoriali, la traduzione si pone come una questione di giustizia culturale, perché solo una minima parte della letteratura mondiale viene tradotta e, secondo l’Istat, vi è una netta prevalenza dell’inglese nel panorama italiano, che conferma la centralità di una lingua come fonte principale. Questo rafforza l’idea che non tutte le voci siano rappresentate in modo equo, per esempio quelle dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia. Il lavoro della traduzione richiede, da chi lo fa, l’assunzione di una responsabilità verso la memoria, il presente e un eventuale futuro. Anche la percentuale italiana di traduzioni all’estero rispetto alla produzione totale è ancora relativamente bassa. Per questo, la traduzione assume un ruolo decisivo: è lo strumento di resistenza e di riequilibrio linguistico. Tradurre non è tradire, come non è solo spostamento da una lingua all’altra: è la moltiplicazione dell’esistenza. Ogni lingua tradotta restituisce la creatività e, nel momento della diffusione, moltiplica il mondo e ha la capacità di generare o aprire verso mondi diversi, ribellandosi all’egemonia del pensiero, dove i sistemi economici e mediatici, nonché l’industria editoriale, essendo intrappolati nelle logiche del mercato, cercano di controllare la comunicazione, definendo cosa si legge, cosa si guarda e in quali, o da quali lingue.
Tradurre, in particolare poesia, è un gesto politico che resiste davanti alla riduzione del pensiero a un solo codice universale. Perché? La poesia è il terreno in cui la traduzione mostra con maggiore intensità la forza di trasformazione. Chi traduce si confronta con il ritmo, la rima, la voce, l’ambiguità, il contesto e il silenzio del testo originale. Proprio in questo campo così vulnerabile risiede la potenza sociale della traduzione di poesia: nel far vivere le voci che, altrimenti, resterebbero confinate nel tempo e nello spazio geografico. Allora la traduzione di poesia è un atto di contropotere simbolico, ma anche concreto, perché restituisce al linguaggio la funzione originaria: creare reti e non escludere.
Per approfondire le strategie di equilibrio linguistico è necessario vedere alcune delle tecniche traduttive, questi strumenti di analisi testuale consentono di identificare e classificare le opzioni scelte da chi traduce per risolvere il trasferimento di una micro-unità testuale e bilanciare la fedeltà e la libertà del testo, preservando il ritmo o adattandolo alle esigenze culturali della lingua di arrivo. La modulazione, la ricreazione e la compensazione sono strategie poetiche cruciali nei testi lirici, dove musicalità e ritmo sono i punti principali che prevalgono sulla semantica. Per esempio, in alcuni testi di Sylvia Plath nella traduzione di Ariel (Mondadori, trad. Anna Ravano, 1996), è possibile osservare come la modulazione e la ricreazione ritmica si traducono con un’intonazione più vicina alla tradizione poetica italiana, con un risultato equivalente ma non letterale: la voce di Sylvia Plath rinasce in un’altra musicalità.

Per quanto riguarda la compensazione, per esempio, è evidente in uno dei testi più famosi e sentiti della poesia italiana: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese. Il traduttore José Agustín Goytisolo, nel 1962 per Seix Barral, gioca sull’effetto ossessivo della ripetizione, diversamente dalla poesia originale, che si basa su una cadenza lenta. In questo senso, la traduzione non replica il ritmo, ma lo compensa con una fonetica (Vendrá la muerte y tendrá tus ojos) che trasmette la stessa e identica intensità.
Vi sono anche le strategie culturali, come la domesticazione, la stranierizzazione e l’adattamento, che sono la scelta più favorevole per mantenere la tensione tra il contesto del lettore o la lingua di arrivo e la fedeltà del testo originale. La domesticazione viene usata per motivi di accessibilità in un contesto di scarso scambio culturale, dove si sopprime un elemento di informazione presente nel testo originale per semplificare la ricezione.
Per quanto riguarda l’adattamento, vediamo il caso della traduzione di Her Kind di Anne Sexton (Poesie, Donzelli, trad. Anna Ravano, 2009), dove la traduttrice fa uso dell’adattamento per ampliare la portata del testo: da confessionale a dichiarazione universale di appartenenza. Qui la lingua d’arrivo, attraverso la domesticazione etica, è uno strumento di resistenza sociale.
Diversamente, la stranierizzazione, dove si decide di mantenere alcune parole nella lingua di partenza per dare al nuovo lettore la possibilità di ricerca fonetica, psichica, geografica e sociale. Per esempio, nella traduzione di República del excremento della poeta salvadoregna Miroslava Rosales (Repubblica dello sterco, Formarti, trad. Rocío Bolaños, 2024), la traduzione mantiene volutamente elementi linguistici e culturali che resistono all’adattamento totale all’italiano, per preservare la specificità socio-linguistica e la realtà salvadoregna.
Una tecnica comune nella traduzione di testi non solo poetici è l’equivalenza, cioè l’utilizzo di un termine o espressione idiomatica, proverbiale o di gergo culturale già riconosciuto nella lingua di arrivo e che trasmette lo stesso valore o significato; mentre, per la compensazione, il cambio del punto di vista lessicale o di struttura viene usato come tecnica per rendere il testo più naturale o per rispettare esigenze metriche senza modificare il concetto, con soluzioni sonore equivalenti, anche se ufficiosamente diverse.

La traduzione contemporanea tende a un equilibrio più flessibile e dinamico tra la fedeltà all’alterità e la leggibilità nella lingua di destino. Per esempio, tutti coloro che, come Cristina Rivera Garza, riscrivono se stessi in più lingue fanno parte di un processo creativo. I testi si costruiscono contemporaneamente in due o più lingue, per cui non vi è una sola fonte né di arrivo né di partenza: così è una scrittura in movimento, una traduzione che moltiplica la voce e sfida l’idea stessa di un pensiero egemonico. La riscrittura autoriale bilingue o multilingue può essere considerata una tecnica traduttiva, pur essendo al confine tra traduzione e creazione letteraria. Ad ogni modo, questa ricreazione implica strategie di modulazione, giochi semantici e contaminazione o influenza linguistica.
In sintesi, la scelta delle tecniche in ambito di traduzione come atto di resistenza culturale e responsabilità sociale nell’epoca dell’egemonia del pensiero è funzionale alla finalità autentica del lavoro di traduzione, specialmente in poesia, il cui obiettivo non è la fedeltà ristretta al solo significato, ma la produzione di testi con effetti analoghi al testo di partenza, rispettando metafore, senso e musica. Esistono traduttrici/traduttori che a primo impatto sostengono il legame tra memoria, lingua e pluralità. I ponti costruiti lungo la storia hanno trasformato la letteratura mondiale ma resta che il lavoro di chi traduce viene reso invisibile o sottovalutato.
Per rafforzare la traduzione come atto di resistenza culturale è importante supportare le case editrici indipendenti e i traduttori il cui mestiere sembra essere invisibile, perché rappresentano il centro della diversità linguistica e culturale nel mondo editoriale contemporaneo. Nell’epoca dell’egemonia del pensiero, dove il mercato e la concentrazione in poli editoriali tendono al dominio, sono proprio le realtà che scelgono di pubblicare voci marginali, lingue poco diffuse e testi minoritari.
Negli ultimi anni, i blog letterari, i lit-blog e le riviste digitali e cartacee hanno assunto un ruolo importante nella diffusione della poesia in traduzione. Questi spazi, quelli liberi, superano le barriere tra accademia e pubblico. In molti di questi luoghi la traduzione non è confinata ad un esercizio tecnico, invece torna ad essere una pratica viva di condivisione dove la parola poetica è la principale fonte che consente ai traduttori di sperimentare linguaggi e forme, pubblicando testi che non troverebbero posto nei circuiti editoriali tradizionali. Qui la traduzione non è un prodotto chiuso, ma un processo aperto e collettivo, un gesto sociale che cerca di dialogare con chi legge. Gli spazi digitali funzionano come laboratori collettivi di scoperta linguistica, dove chi traduce va oltre ad essere mediatore, passa dall’essere invisibile ad essere una voce partecipe di una comunità culturale in costante movimento. In questo modo la traduzione rende accessibile il molteplice e le alterità come atto di responsabilità sociale e resistenza culturale nell’epoca dell’egemonia del pensiero.