Nella recente ondata di nuovo interesse verso Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tra gruppi di lettura e serie televisive, si inserisce, solido, l’esordio di Francesca Crescentini, già nota come Tegamini sul web, traduttrice e divulgatrice letteraria, autrice di “La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con il conte di Montecristo” edito da Einaudi. Non è facile definire questo esordio, l’anello di congiunzione di un saggio sulla vicenda di Edmon Dantes e del suo creatore, Alexandre Dumas, con incursioni pop di altri personaggi che della vendetta hanno fatto un motivo di vita, si veda alla voce John Wick; a legare il tutto gli inserti autobiografici dell’autrice a raccontare un anno che mescola dolore, gioia e catarsi. A catalizzare la suddetta catarsi proprio lui, il Conte.
Per confezione grafica, originalità dell’idea e riconoscibilità della sua voce anche in narrativa, “La vendetta è un ballo in maschera” è l’esordio più brillante a cui una figura già nota online come quella di Crescentini poteva aspirare. La conferma ulteriore arriva, poi, da una scrittura che combina i due registri principali del libro, l’ironia e il dolore, in un equilibrio che sa far divertire, ossessionare con la vicenda del conte e di Dumas, e infine commuovere perché la vita adulta, con la furia di rabbia e ingiustizia che genera, travolge senza preannunciarsi. Crescentini, allora, prende sottobraccio Edmond Dantès, il suo creatore Dumas e, occasionalmente, anche un provvidenziale John Wick, per affrontare, insieme, una perdita, una nascita e le inevitabili responsabilità di una vita adulta conclamata.
In un dialogo immaginario con monsieur Dumas, Crescentini scrive:
Ci tenevo a informarvi che sto facendo un esperimento col Montecristo, anche se non me l’ha chiesto nessuno. Sto attraversando una condizione problematica di libertà e sono felice di fare la strada con uno dei vostri libri. Non credo sia il caso di chiedervi una benedizione, monsieur, ma volevo portarvi i miei rispetti. I morti non possono opporsi a come decidiamo di sopravvivergli e io sono sia una cattiva figlia che una buona lettrice, quindi non so bene come finirà. […] ho scelto di reclamare, di arrabbiarmi. Un po’ con la malattia ma di più con il tempo che era rimasto e che è stato buttato via. C’è uno spazio in cui si diventa capaci di difendersi, ma lo si costruisce pian piano. Il mio spazio è pronto adesso, quando non serve più. Ecco perché sono venuta a trovarvi: devo riempirlo con dell’altro.
“La vendetta è un ballo in maschera” è un libro autentico, che si legge in punta di piedi specchiandosi nella vita altrui, atipico perché ha l’aspetto di un’operazione pop, ma a questo accompagna una sostanza densa di riflessioni e spunti narrativi che esplodono qua è là nei paragrafi brevi, infiorescenze di cui Crescentini riesce, comunque, a riprenderne le fila.
Ed è con Francesca Crescentini che parliamo, allora, dell’esperienza di lettura de “Il conte di Montecristo”, di scrittura e della componente autobiografica del suo libro.

A proposito del Conte di Montecristo, scrivi: «L’ho scelto per la vendetta, perché il conte mi accompagnasse, caricandosi sulle spalle i miei rancori intempestivi e irrisolti per mostrarmi che sì, quel che è stato può e “deve” cambiare». Quando hai iniziato a leggere il romanzo monumentale di Dumas cercavi una «forma di distrazione», ma i libri, lo sappiamo, sanno fornire a sorpresa qualche risposta sulla vita. A questo proposito, in cosa l’esperienza della lettura ha confermato le tue aspettative e in cosa le ha, invece, superate?
È una (bella) domanda che tiene insieme parecchi aspetti diversi di quest’esperienza creativa un po’ matta. In generale, mi è sempre capitato di trovare nei libri quello che non stavo cercando – non nello specifico, almeno. Sono una lettrice dispostissima alla sorpresa e tendo a diffidare delle promesse specifiche. Questo è il libro perfetto per risolvere una magagna che ti affligge! Qua dentro troverai una soluzione! Questa storia ti dirà chiaramente come è meglio comportarsi! Ecco, a quello credo sempre poco – e mi pare spesso più un argomento di vendita furbacchione che un’autentica mano tesa che un romanzo rivolge a chi potrebbe averne bisogno. Leggere, quando siamo contenti ma anche quando navighiamo in acque difficili, è un viaggio che ci offre un posto diverso da abitare e, se ci si rende “avvicinabili”, in quel posto potremo inciampare in una rivelazione utile. Con il Montecristo ho iniziato esattamente così. Volevo che mi portasse altrove e, man mano che Dantès attraversa i suoi disastri per riguadagnarsi un domani gestibile, anch’io ho trovato numerosissimi nuclei di “senso” su cui costruire le mie, di rotte nuove. La sorpresa vera, almeno per me, sta nell’essere riuscita a sbilanciarmi abbastanza da creare uno spazio così vasto in cui pensare – e scrivere, che forse sono un po’ la stessa cosa. È proprio vero che il Montecristo, come dice bene Claude Schopp, è “la sconfitta dell’impossibile” – per chi il libro lo abita e lo anima ma anche per chi lo legge.
Il tuo lavoro riguarda la scrittura, ma la narrativa è un’esperienza differente. Avevi già il sogno di scrivere un libro, magari senza mai ammetterlo a te stessa, o è stata l’idea di “La vendetta è un ballo in maschera” che ti ha convinto a esplorare questa possibilità? Ti ricordi il momento in cui è nato il primo germoglio di questo libro?
Leggere è una forma di relazione, secondo me. In un libro portiamo chi siamo in un determinato momento, quello che crediamo di sapere o di aver capito di noi e del mondo. Non tutti i libri che incrociamo finiranno per cambiarci la vita o per rivelarci qualcosa di rivoluzionario, ma è un rischio meraviglioso che corriamo sempre e credo che funzioni suppergiù così anche con la scrittura. Possiamo coltivare sogni e ambizioni, impalcare progetti o metterci in testa di costruire storie che potrebbero inserirsi più che bene in un filone che là fuori sta funzionando. Ci riusciamo? Anche qui, dipende da chi siamo quando ci mettiamo a scrivere – e dalle circostanze “pratiche” che ci accompagnano. Le idee che ho avuto negli anni passati si sono sempre scontrate con delle circostanze non troppo favorevoli, ma è buffo pensare che sono riuscita a scrivere davvero solo quando il peggio mi sembrava già successo. Questo libro è nato come un esperimento e dentro c’è esattamente quell’idea lì di costruzione graduale e stratificata: si legge un’idea mentre quell’idea trova il modo di esprimersi.
Ancora a proposito della scrittura: c’è sempre stata una componente autobiografica nella tua presenza online, tradurla in un libro è stato più un ritrovare una zona di comfort o una sfida ulteriore visto il cambio della destinazione della tua scrittura? C’è qualcosa che hai scoperto della te autrice di narrativa che si distanzia dalla Francesca professionista e da Tegamini?
Ero convinta che avrei avuto una gran paura del vuoto, di dover tirare su da zero un grande edificio senza poter contare su punti di riferimento rassicuranti, ma mi sono gradualmente resa conto che dei compagni di strada li avevo – non solo i personaggi del Montecristo, ma anche Dumas e tutti i lettori che quel romanzo lo amano da quasi duecento anni. Traducendo non si sta per conto proprio, perché c’è una pista da seguire. Nemmeno scrivendo sul blog o nei posti che alimento da tanti anni sto da sola, perché c’è un pubblico con cui si chiacchiera costantemente. Da autrice, qui, ho trovato il modo di non sentirmi isolata ma ho anche scoperto una grande libertà e, forse, sono diventata più coraggiosa. È un’altra voce ancora, quella che c’è in questo libro, ma è mia anche quella. Ed è bello poterci contare, adesso che so che c’è.