Esordire è materia complicata, soprattutto se si hanno briciole di aspettative, come ogni autrice e autore sulla faccia della terra, e polveroni di dubbi, anche questi come ogni autrice, autore, eccetera eccetera. Ilaria Camilletti arriva nel panorama editoriale italiano vestita di quelle aspettative e dubbi e li riversa in “Ilaria nella giungla”, sua opera prima pubblicata da Accento, un romanzo dalla scrittura e ironia agili, come solo una scrittrice di vent’anni saprebbe congegnare. Il risultato è talmente difforme dalle proposte che vanno per la maggiore nel contemporaneo che si può tirare un sospiro di sollievo: c’è ancora spazio per sperimentare e proporre dilemmi universali in una forma personale e autentica. C’è una protagonista che si chiama Ilaria, anche lei ventenne, che dopo la maturità va a lavorare in un bar di Ostia, l’Oasi, in attesa di venire a capo del grande mistero della vita, del futuro e di cosa diamine bisogna fare per non prendere le decisioni sbagliate, perché il timore delle conseguenze è così grande da diventare una paura paralizzante. In quest’Oasi, di fatto la giungla menzionata nel titolo, Ilaria conosce proprietari distratti, acuti figli di suddetti proprietari distratti, e una comunità di dipendenti, ciascuno con una storia complessa, ma mai distanti dalla comicità di cui l’intero romanzo è pervaso. Le voci dei singoli personaggi dominano il romanzo. Ilaria su tutti, seguita a ruota da Syd barista e grande saggio, Davide il ragazzino che parla e scrive come uno dei personaggi di Verdone dei tempi migliori, e Viola, la ragazzina più misteriosa, ma fragile solo in apparenza. Tutti concorrono a dare un senso alle domande di Ilaria e a formare, in nuce, le prime piccole risposte, in un coro di voci brillanti, come si diceva, che parlano non solo alla protagonista, ma anche a chi legge, perché non servono i vent’anni per riconoscersi in certi dilemmi, né per aprire una fessura di luce nel futuro oscuro e incerto che si prospetta.

Com’è nata l’idea di “Ilaria nella giungla”? C’è stata un’intenzione e un messaggio che già pianificavi di trasmettere oppure il progetto è cresciuto man mano che scrivevi? E una curiosità: quali sono state le prime pagine in assoluto che hai scritto?
“Ilaria nella giungla” nasce dal mio bisogno di scrivere alcune esperienze in primis per me stessa, per ricordare. Lavoravo in un bar ed ero circondata da storie incredibili, da persone incredibili, e ho sentito l’esigenza, giorno dopo giorno, di appuntarmi i nostri discorsi, i loro racconti. Il libro nasce da un grande gruppo di note sul mio telefono e dalla mia successiva presa di coscienza che quelle note, su un telefono, iniziavano a stare un po’ strette. Le primissime pagine sono proprio le prime interazioni che ho avuto con alcuni colleghi: io che mi macchio la maglia di caffè, e uno di loro che mi presta la sua. Io che mi taglio e qualcuno che mi mette un cerotto. Io che tolgo una cannuccia e qualcuno che mi abbraccia. Credo e spero che il messaggio del libro possa arrivare a chi legge proprio dalla preziosità di una cannuccia, di un cerotto, che assumono valore tolti o messi al momento giusto da qualcuno di cui non sapevi di aver bisogno.
Ilaria è la protagonista del romanzo, ma intorno a lei c’è una giungla di personalità con storie che parlano di solitudine, integrazione, insicurezze e dubbi nel futuro. I miei preferiti su tutti sono Davide, il figlio del titolare del chiosco di Ostia nel quale Ilaria lavora, e Syed che si rivela saggio senza mai perdere la sua leggerezza. In ciascuno di questi co-protagonisti Ilaria trova un pezzo di sé e l’uso della voce narrante in prima persona conserva un’immediatezza, quasi che leggendo si scopra Ilaria man manco che lei comprende sé stessa. Una caratteristica costante e condivisa però ce l’hanno ed è l’ironia e mi chiedevo se in questo aspetto è la tua voce personale a fare capolino o se è nata proprio con questa protagonista.
La presenza marcata di ironia è sicuramente un tratto distintivo dell’Ilaria scrittrice, e questo mi riempie di orgoglio, ma ancor prima dell’Ilaria ragazza/sogliola ansiogena/foglio da trita documenti. Se nel bar ho trovato un bioma in cui ognuno è un animale essenziale alla sopravvivenza degli altri, ho anche capito che ognuno ha i suoi meccanismi di difesa, i suoi trucchi per sopravvivere. Oltre a rimanere affascinata da quelli degli altri, quest’esperienza mi ha aiutato a mettere a fuoco il mio: appunto, l’ironia. Ho imparato che per muovermi nel mondo con una modesta autosufficienza – onde dunque evitare di chiamare mia madre ogni due minuti piangendo per cose atroci tipo la pioggia – il mio unico salvagente è essere ironica. Raccontarmi le cose che mi terrorizzano in un modo tale per cui mi terrorizzano lo stesso, ma almeno rido.

A fine romanzo Ilaria, parliamo sempre il personaggio, si arrovella su come potrà «servire al mondo» e si pone domande sul futuro che non hanno risposte semplici, nemmeno dopo i vent’anni. Ti confesso che io qualche risposta l’ho trovata nel romanzo ed è stata di grande conforto. A romanzo pubblicato ne ha qualcuna in più anche l’Ilaria scrittrice?
L’Ilaria scrittrice, come l’Ilaria personaggio, si lascia logorare facilmente da tutto ciò a cui non trova risposta: ciò non toglie che il mio passatempo preferito – e anche il suo sia quello di fare domande. Per quanto riguarda il bisogno che il mondo ha di me, questa questione è ancora in attesa di essere risolta. Ciò che sicuramente ho maturato con questa storia è la capacità di convivere più serenamente con tutto ciò che non ha risposta, sicuramente perché studio filosofia, ma soprattutto per l’enorme quantità di amici e di lettori, della mia età e più grandi, che come me non sanno a cosa servono al mondo. Nonostante questo noto che, almeno per il mio, sono indispensabili, e ciò mi fa sperare possa valere lo stesso per me.