Nell’incipit della collana Rondini di effequ si legge: Narrativa è una parola chiara, eppure vuol dire un sacco di cose. Per questa collana la narrativa è leggera e inquieta. Perché tutto ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve narrare. Parlare di libri non è un atto solitario, scrivere lo è, almeno al principio. Ma quando un’opera nasce e si rivela al mondo allora quella diventa un mattone di un muro più grande. In quest’ottica una collana, se organizzata bene, riesce ad essere come una grande tela su cui si possono leggere storie collegate tra loro. Parliamo di tre libri della collana Rondini di effequ che rispondono esattamente questa visione della letteratura: Il senso della fine di Marianna Crasto, La terra tersa di Ilaria Matteoni e I fuochi della terra di Raffaele Mozzillo.
Sembra difficile oggi, nonostante tutto, raccontare la fine. È complicato per chi vuole mettere insieme i punti riuscire a trovare un posto dove si è davvero ascoltati. Viviamo una realtà che sembra uscita dal copione di un romanzo distopico, come in qualche modo lo sono i libri oggetto della nostra lettura. Ne abbiamo parlato su questa rivista ma è come se avessimo scritto tre paragrafi della stessa recensione, per questo provo a metterli insieme in questo articolo. Perché la realtà che ci troviamo a narrare sembra la stessa anche se declinata in momenti e punti di vista diversi.

Alessia Ragno, nell’intervista a Marianna Crasto del marzo 2023, scrive:
In questa “apocalisse a bassa intensità”, come definita dalle presentazioni del Premio Calvino di cui “Il senso della fine” è stato finalista nella XXXV edizione, la rovina collettiva è lenta ma inesorabile e ci si ritrova, come lettrici e lettori, a chiedere se è più importante l’amore della fine del mondo e se, paradossalmente, non sia più cruciale per la protagonista lasciarsi andare con l’amato di DolceKasa per vivere un futuro breve ma condiviso. In fondo è lui a mostrare i segni embrionali di una strana forma di conforto tra rivolte, città sommerse, morti simboliche raccontate minuto per minuto dall’invadenza della televisione, scenari apocalittici dietro casa o nel Centro Direzionale di Napoli. «Vivono tutti, solo tu hai voluto smettere» le dice, e l’ironia di questo rimprovero è nodale, così come è nodale il suo desiderio di stare insieme a lei quando tutto intorno ribolle e svanisce.
Crasto ritrae luoghi visti di persona oppure nelle videotelefonate con i genitori della protagonista, in Google Maps, l’altro feticcio della protagonista, e con la stessa capacità evocativa ritrae luoghi, persone, i loro comportamenti, le piccolezze e le ossessioni in tempi di stress post traumatico. Si occupa così, amorevolmente, delle anime che popolano questa storia schiacciate dal peso del nulla che incombe. E nell’apocalisse generale brillano gli accostamenti di parole e comportamenti bizzarri tutto sommato ben accolti da chi legge perché sono comprensibili in tempi così amari. Crasto scrive: «mi sorride morbido con tutte le parti della faccia», oppure di «mani ferme e garbate», o «In mezzo al petto mi si è accomodata un’angoscia da corteo funebre, non se ne va con un sospiro profondo, non se ne va con un sorso d’acqua fresca, non è nello stomaco, non è nei polmoni», o, ancora, «La bocca si arrotonda e si tende in movimenti scuciti dal senso». Solo alcuni esempi di una scrittura che abbellisce un finale inesorabile che arriva mentre ci si impegna a soffermarsi sulle singole frasi e sugli accostamenti di parole per scovare ogni singola implicazione e i suoi significati.
Il romanzo si divide in quattro parti, in ognuna l’incipit si ripete e cambia punto di vista, tantissimi sono i rimandi e le ripetizioni che collegano ogni frase. Ma il senso della fine emerge solo quando è Tito Stagno a crollare, lui che è feticcio, divinità, oracolo e scopo, ma che poi lascia il suo posto da centro delle giornate agli ultimi scampoli di vita. “Il senso della fine” è un romanzo futuristico, apocalittico e contemporaneo insieme, nella sua vicenda ci si specchia e ci si terrorizza, per poi tirare un sospiro di sollievo mai completo, ma accompagnato da un mezzo eppure rinfrancante sorriso nel finale. Che magia straordinaria.
I fuochi della terra

Nello stesso territorio individuato da Marianna Crasto si muovono i personaggi messi in scena da Raffaele Mozzillo nel suo I fuochi della terra uscito per effequ nel 2025.
Nella regione autonoma della Campania il futuro è fatto di terra arsa. “Lavali col fuoco” come recita un coro da stadio e poi dagli una bella licenza edilizia. Ne I Fuochi della terra viviamo in una realtà che sembra solo all’apparenza alternativa. Il turismo del disastro, lo spettacolo dell’emergenza, messo in scena dallo scrittore casertano è molto poco distante dalla gentrificazione a cui stiamo assistendo negli ultimi anni nel capoluogo partenopeo. Per questo motivo la narrativa di Mozzillo finisce per confondersi con la cronaca più cinica.
L’inferno che arde è il nuovo paradiso in terra, il regno ribaltato si ribalta di nuovo e il dantesco cono rovesciato torna a essere dritto, assumendo la forma di un vulcano che si continua a dare per buono.
In questo quadro infuocato, nel vero senso della parola, si muovono esistenze periferiche in cui la vita viene assaggiata solo negli avanzi. Avanzi di speranza, di gioia o di progetti per il futuro. Le pagine di Raffaele Mozzillo riportano alla mente la prosa di Nicola Pugliese che con solo un paio di libri (Malacqua e La nave nera) ha saputo descrivere la deriva della società partenopea in modo impeccabile.
Carmine De Santo, Angioletto D’angelo e Cipriano il cinese sembrano usciti da Malacqua, con la differenza che qui l’elemento padrone e protagonista è il fuoco. Col fuoco si spianano terreni riconvertiti a B&B, si colpiscono i concorrenti e si alimenta un turismo dell’emergenza che crea un’economia della sofferenza. Sciami di turisti che con tanto di audioguida vengono ad assistere al degrado e alle fiamme che colpiscono un territorio fino alle sue viscere.
Ci vorrebbero delle vite di ricambio, pensa lei mentre suo fratello Carmine, prima di uscire, le lascia la busta coi soldi incastrandola sotto il vaso dei fiori bianchi.
E cos’è se non un turismo della sofferenza, per chi conosce da anni Napoli, quello messo in scena dagli abitanti superstiti del centro storico che recitano la parte di loro stessi, mettendo in piazza i luoghi comuni per dare al turista quello che vuole vedere. Sono sorrisi che sanno di dolore, come quelli che ha sul volto Carmine, protagonista di questa storia, soldato di una malavita che flirta col potere per non far inceppare il sistema capitalistico dello sfruttamento di luoghi e persone. Le mani sulla città, per citare un altro capitolo di questa storia declinata da anni che si autoalimenta del continuo sfruttamento del ventre della città.
I bambini vittime della terra dei fuochi mescolano il fuori e dentro del libro, la cronaca diventa narrativa e viceversa. Si può parlare dell’oggi senza per forza doverlo descrivere pedissequamente. La narrativa è questo, mostrare quello che è sotto i nostri occhi e che noi non riusciamo a cogliere. I Fuochi della terra affonda le mani in questo humus, nella ricerca di una redenzione che non ci sarà mai. Lasciando aperta la porta ad una sola soluzione il “Fuitevenne” di eduardiana memoria.
Non c’è redenzione nella letteratura, le parole non ci salvano, ma ci tengono in vita, per questo racconti come quello di Mozzillo servono come mappa per viaggiare nel presente prima che questo diventi futuro, quello stesso futuro che però si sta già componendo senza che nessuno riesca a porvi un argine. Come dei tossici ci vorremmo fermare, Carmine si vorrebbe fermare, ma non ci riusciamo, Carmine non ci riesce, pensa sempre che il prossimo lavoro sarà l’ultimo, pensiamo sempre che quel piccolo abuso o sopruso sarà l’ultimo o non influirà sul quadro generale. Carmine pensa che quel suo ammuffito piccolo angolo di inferno occupato, chiuso con due o tre mandate di chiave, sarà risparmiato alla devastazione, e invece il fuoco arriva dovunque, fino a mangiarsi tutto, come in quel racconto di Cortazar dove i due amanti vengono purificati dall’incendio della loro camera da letto peccaminosa.
E così arriva la sera, ogni cosa torna com’è sempre stata, il miracolo si scioglie, come il sangue di san Gennaro, lasciando tutto com’era, senza risolvere niente
Il fuoco lava tutto, peccati e peccatori, santi e innocenti, non risparmia nessuno, come la pioggia in Malacqua, Napoli non deve cambiare (come nel film con Lello Arena), le persone non cambiano, o forse si, qualcuno riesce a fermarsi prima che sia tardi, qualcuno riesce ad andare via, qualcuno riesce a spegnere un incendio prima che sia troppo tardi, ma non è qui che succede, almeno per ora.
La terra tersa

In questa ideale trilogia della fine l’ultimo capitolo è quello di Ilaria Matteoni che immagina un futuro senza umanità, tranne un’ultima testimone dell’estinzione della nostra specie.
C’è un passaggio del documentario su Quincy Jones (Quincy su Netflix) in cui guardando nel vuoto l’artista fruga nei suoi ricordi, pensa alla sua agenda telefonica piena dei numeri di persone come Frank Sinatra o Michael Jackson, persone che non ci sono più, e in quel momento sente con profondità il senso della solitudine, lo smarrimento di chi sopravvive a tutti e in qualche modo se ne rammarica.
Ma io, vecchia, vorrei solo dormire e, accecata, dimenticare finalmente la desolazione.
La terra tersa di Ilaria Matteoni, edito da effequ, è pregno di questa desolazione. Nelle pagine del diario dell’ultima donna sulla terra sembrano provare a tornare in vita tutte le persone e le cose scomparse ormai da tempo. Nel 2078, in un presente futuro post apocalittico una sola donna superstite porta su di sé tutto il peso dei ricordi personali e universali. Tutta la memoria del mondo poggia sulle sue spalle, tutto il tenere conto del tempo dipende solo dal suo continuare a girare le pagine di un calendario.
Desidererei non scrivere più, adagiarmi come un pargoletto scalzo tra le cipolle secche immaginandone il sapore, muovendo la bocca come immersa nel sogno e sbavando alla stregua d’un gatto domestico. Per non dissolvermi senza garanzia di morte, proseguirò fino all’insufficienza di luce.
Nel libro di Matteoni le parole sembrano perdere della gravità fisica per poter avere il sapore totale della gravità emotiva. Il suo lessico è antico e ricercato e, per questo, estremamente sperimentale. Il linguaggio sembra tenere insieme un tempo passato e uno futuro in una sintesi che si costruisce giorno per giorno. Seguiamo l’anonima protagonista tener conto delle sue peregrinazioni in un mondo sterile e destinato all’inospitalità mentre compila un diario che pagina dopo pagina, come in un mosaico, ricompone anche la sua storia personale. Frammenti di una microstoria familiare uguale a molte altre, tutte queste storie insieme compongono un quadro più grande anche se in questo libro dell’estinzione del mondo noi conosciamo, ricordiamo, possiamo ricostruire solo la storia della narratrice.
Una storia che però parla di tutto il mondo, e questo penso sia un po’ il nocciolo primordiale della letteratura. Per questo, anche senza conoscere il contesto sociale o la provenienza geografica della famiglia della superstite, noi ci possiamo immedesimare con lei. Come possiamo empatizzare con i fratelli Karamazov o con Tom Joad. È questo che fa la letteratura, guarda alla fonte primaria delle nostre emozioni e questo libro ci racconta in modo lucido, dietro la patina onirica della selezione delle parole, di come questo mondo si incammina verso una parabola infernale.
Nonostante il contesto futuribile e a tratti distopico questo libro è ricco di elementi che richiamano ai nostri giorni, dalle ingiustizie sociali relative allo sfruttamento delle condizioni lavorative dei più disagiati fino al cambiamento climatico. Ilaria Matteoni sembra dirci chiaramente che davanti a noi gli indizi per una futura estinzione ci sono già tutti ma noi continuiamo a dissimulare. Un libro, in questo caso, sembra essere uno degli strumenti più lucidi per provare a scegliere una strada diversa.
Nell’ultima grande estate morì un operaio di trentadue anni, stramazzò sul cemento appena steso, morirono duecentocinquantatré pesci, ritrovati al liminale della costa spagnola, morirono gli ulivi
Fingiamo di non guardare quello che abbiamo sotto gli occhi e la narrativa squarcia questo velo, lo fa inscenando una realtà altra che però si poggia su fondamenta universali. La terra tersa è una sospensione in un limbo in cui anche se le emozioni sembrano essere anestetizzate dall’estrema solitudine riusciamo a sentire ogni graffio sulla pelle, possiamo percepire la gola raschiata dalla sete o lo stomaco morso da un dolore, da una mancanza. Il diario, la scrittura, riescono a rendere reali queste emozioni, buttano delle ancore nella corrente che un giorno alla volta prova a spazzare via tutto. Qualcosa rimane, anche se noi andiamo via.
Se, quindi, riusciamo ad allontanarci dai singoli libri e mettiamo insieme più racconti è come se avessimo davanti un quadro più dettagliato, come una sorta di antologia che declina i diversi risvolti di una stessa storia. Siamo nel flusso della storia ma attraverso questi racconti possiamo muoverci in più direzioni, avanti e indietro nel tempo, possiamo essere spettatori laterali o nel cuore dell’azione. E questo probabilmente ha molto a che fare con il mestiere dell’editore che può incidere sulla realtà attraverso le parole scelte.
La scrittura, in fondo, è dare forma alla realtà con la parola scritta. Per questo fa paura ed è come avere tra le mani un’arma troppo potente, come se leggessimo le pagine di Quaderno proibito di Alba de Cespedes, come se avessimo quasi timore di mettere nero su bianco le cose che ci accadono per non doverle affrontare davvero. Annotiamo episodi che sembrano slegati tra loro e a cui non davamo importanza, ma una volta scritti cominciano a trovarne una forma e a dare un senso diverso alla nostra realtà.
Il mondo va veloce, mentre scriviamo si profila una guerra di risorse in Sud America e poi chi sa quale altra escalation, e lasciamo andare tante cose: trovare il tempo di fermare le emozioni e le paure, le ansie e le speranze o ritrovarle in una storia è il solo modo di aggrapparsi a una bussola fatta di carta stampata. Per questo non solo scrivere, ma anche leggere e scegliere cosa leggere è un atto in qualche modo necessario, nessun libro è un’isola che vaga solitaria in questo mondo. Così la letteratura contemporanea, anche se non racconta pedissequamente l’oggi, può parlare di noi più di quanto immaginiamo: trovare strade nuove non ancora battute è un atto che la narrativa richiede e a cui un editore risponde. Di rifugi caldi sono pieni gli scaffali della narrativa da supermercato. Leggere, come scrivere, deve essere un esercizio di inquietudine.