In “The Pargiters: the novel-essay portion of The Years” di Harvest/HBJ Books, pubblicazione del 1977 in cui Mitchell Leaska recupera le parti saggistiche della prima versione de “Gli anni”, Virginia Woolf scrive:
I detest the masculine point of view. I am bored with heroism, virtue and honor. I think the best these men can do is not to talk about themselves anymore.
[Appendix, Note manoscritte del discorso del 21 gennaio 1931 prima della London/National Society for Women’s Service.]
È dall’osservazione di Woolf che nasce questa piccola indagine: se si mettono da parte eroismo, virtù e onore e si lascia a spazio alla voce delle scrittrici nella costruzione di una nuova figura maschile letteraria, cosa emerge? Protagonisti, coprotagonisti o mere assenze, tre maniere differenti di raccontare gli uomini in tre romanzi di recente uscita nel panorama editoriale italiano.
I protagonisti: Golden Child di Claire Adam, 66thand2nd, tradotto da Emilia Benghi

“Golden Child” è l’esordio di Claire Adam, scrittrice originaria di Trinidad e Tobago formatasi come fisica negli Stati Uniti e attualmente residente a Londra; è ambientato nell’isola caraibica, in una periferia rurale distante dalla modernità della capitale Port of Spain. Il primo protagonista è Clyde Deyalsingh con la sua famiglia: la moglie Joy e i due figli gemelli Paul e Peter, uguali in tutto tranne che nel potenziale. Il destino di Paul, infatti, è segnato sin dalla nascita, una complicazione che ne rallenta la precocità, spiccata invece in Peter, e che costringe Clyde a operare scelte difficili. Il romanzo è spesso, corposo, danza sui piani temporali, decelera e accelera sin dalle prime pagine, quando Paul scompare e l’ansia di Clyde, Joy e della famiglia sui generis che li circonda, monta. Storie di soldi, di povertà e del banditismo che ne consegue, gli uomini di “Golden Child” sono miseri e assetati di ricchezza, volgari e aggressivi e dominano la scena perché prevaricanti, come solo le leggi patriarcali che li governano fanno presagire. Clyde è un padre ruvido, ossessionato dalla salvezza di un figlio a discapito dell’altro, ma non nel senso che ci si aspetterebbe. A lui si contrappone un altro uomo, Padre Kavanagh, giovane religioso bianco irlandese, che a Trinidad insegna ai ragazzi della scuola cattolica St Saviour, la stessa frequentata da Peter e Paul. Per questo personaggio Adam esplora sentimenti più morbidi: la vicinanza con uno dei ragazzi, la vocazione ad aiutarlo anche contro il volere della famiglia, per poi arrendersi al destino dettato dalle consolidate leggi patriarcali. Ma Claire Adam esplora anche l’adolescenza di Paul e Peter, del primo soprattutto nella gran parte del romanzo, condannato a un’esistenza precaria e non interessante, ma che tuttavia manifesta le ambizioni della sua età e un desiderio di emancipazione irrefrenabile. Sarà Clyde stesso a determinare i confini dell’esistenza di Paul e, di rimando, consegnare a entrambi i gemelli un futuro da lui fabbricato senza interpellarli.
In una conversazione disperata con Padre Kavanagh il capofamiglia dice:
«[…] In tutti questi anni a Trinidad ho cercato di stare alla larga da questo genere di guai – di stare lontano dai piantagrane, di non impicciarmi in niente. Non ho mai voluto macchine di lusso, una casa grande, viaggi a Miami, a Londra, alle cascate del Niagara. Cercavo solo di vivere tranquillo. Di fare una vita come si deve. Nient’altro. ma vede com’è questo paese? In questo paese è impossibile fare una vita come si deve».
Claire Adam ritrae uomini sconfitti capaci di riscattarsi solo in condizioni fortunose e grazie al prestigio, il denaro e la fuga dal paese d’origine. Sono protagonisti prigionieri del patriarcato che loro stessi alimentano con scelte violente e sconsiderate.
Il coprotagonista: Amanda, H.S. Cross, edizioni e/o, tradotto da Silvia Castoldi

Nemmeno da coprotagonisti gli uomini si possono sottrarre alle dinamiche patriarcali, lo mostra “Amanda”, romanzo della scrittrice statunitense H.S.Cross che indaga un’amore nel primo dopoguerra a Londra, nell’estate del 1926, quello tra Amanda/Marion, che si è reinventata una nuova vita con un nuovo nome, e Jamie che, abbandonato, cerca risposte. Anche “Amanda” è un romanzo dalla struttura complessa, con repentini cambi di piani temporali a inseguire i monologhi interiori dei due protagonisti. Sullo sfondo la mostruosità della guerra, la più violenta manifestazione patriarcale, che devasta terre, popoli e futuro, ma che, pure se ti risparmia, come nel caso di Jamie, imprime un trauma indelebile che deteriora la testa e il corpo.
[…] ma il 1 novembre 1919, quando il re aveva decretato che ogni mezzo di locomozione deve fermarsi, in modo che, nel silenzio più assoluto, i pensieri di tutti possano concentrarsi sui nostri gloriosi caduti, Jamie era riuscito a sopportare a stento i primi due minuti, in mezzo a donne dagli occhi rossi e giovani mutilati, il silenzio lacerato dai nomi letti ad alta voce prima che suonassero le campane, lentamente, […] e lui lì, in piedi, forse mentalmente un relitto, ma fisicamente robusto, intatto, virile, capace in teoria di qualsiasi cosa.
Quel «qualsiasi cosa» ha la forma di Amanda, donna che ha ama e che ha fatto perdere le tracce di sé impegnata a risolvere il conflitto nella sua testa, un monologo interiore doloroso e allarmante, risultato dei traumi della precedente vita in Irlanda tra abusi e relazioni problematiche. Jamie, di contro, è incastrato in una vita che lo affligge, un padre dalla presenza ingombrante, ma mai quanto i ricordi della guerra.
Cross costruisce con grazia i loro conflitti interiori, li intreccia ai flashback, ai dettagli di una scena e ai dialoghi serrati non privi di ironia; il tutto contribuisce alla costruzione dell’umanità dei suoi protagonisti che la storia maltratta e ferisce, ma che in qualche modo riescono a rimanere a galla fino a quando i casi della vita li riportano nella stessa città. Le interazioni a distanza che ne seguiranno sono brillanti, ironiche e disperate quanto il loro amore. In un’intervista, l’autrice ha definito “Amanda” un «literary romance» che si sviluppa in una spirale ambientata in un tempo in cui eventi catastrofici incontrollabili si sommano ai drammi personali. In questo scenario, Jamie spicca per la già citata umanità: un uomo spezzato che cerca riscatto inseguendo l’amore fino alla fine.
Gli assenti: Una delicata collezione di assenze, Aline Bei, La Nuova frontiera, tradotto da Marta Silvetti

Nel suo esordio letterario Aline Bei affida a una nonna e a sua nipote, Margarida e Laura, una storia intima e torbida nella quotidianità tutta femminile che abitano. La madre di Laura, Glória, è andata via senza una parola e a Marga non rimane altro che crescere la nipote mandando avanti una casa solo con il suo lavoro di lettura della mano. Mistica e tormentata lei, vivace e in divenire la piccola Laura, da sole contro tutte e tutti, fino a quando entra in scena la bisnonna Filipa, madre di Marga, che disturba il loro equilibrio. L’altra grande protagonista del romanzo è, invece, metaforica: l’assenza degli uomini. Bei tratteggia la figura maschile proprio con la sua assenza perché nel romanzo ci sono figlie, ma non padri, ci sono mogli, ma non mariti e il vuoto che gli uomini creano è occupato da due figure maschili appena che fingono la cura di cui Margarida e sua nipote avrebbero bisogno, ma tradiscono le aspettative con la solita abitudine alla prevaricazione. Prima tocca a Margarida e ai tentativi di un prete di confinarla nell’idea di donna che ritiene consona, poi a Laura e nella maniera peggiore, cosa che porterà a un finale di nuova rottura.
Nel mondo narrativo di Aline Bei, quindi, degli uomini rimangono solo gli echi e le conseguenze nefaste, non c’è redenzione e questo, però, si traduce in un mondo che cerca ugualmente di confinare le protagoniste con violenza verbale, psicologica e fisica. La bellezza del romanzo, però, è anche nella maniera in cui Bei rappresenta questo conflitto, con un testo anomalo, sperimentale, una lunga poesia rarefatta come un pensiero, solida come un corpo femminile.
Laura si alza, prende la nonna e girano e girano intorno al tavolo con le braccia tese in avanti, come nei balli di una volta. Filipa ride, batte con il bastone sul pavimento, e in quell’istante sono bellissime, bellissime; tutte e tre formano un’unica immagine, così brillante da sembrare un orecchino caduto poco prima dal lobo di Glória, e ora eccole lì. così piccole che nessuno le ritroverà mai